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Non ci devono essere troppe illusioni sulla situazione del nostro paese: siamo entrati in un anno da paura in cui si corre verso un nuovo disastro sanitario e sociale di cui il governo Draghi (presentato dai media come il governo dei “migliori”) è totalmente responsabile; da mesi ormai la classe dominante e i suoi gestori politici hanno accettato di “convivere con il virus”, in altri termini hanno rinunciato a porre la lotta alla pandemia come il principale obiettivo, scelta che avrebbe dovuto essere condotta non solo con la campagna vaccinale, certo indispensabile, ma con un vasto intervento ed investimenti in diversi comparti, a partire naturalmente dalla sanità, dalla scuola e dai trasporti. Al centro non c’è la protezione sanitaria della popolazione, ma la logica capitalista della produzione e del profitto e una gestione liberista della pandemia ridotta alle semplici responsabilità e scelte individuali.

Ed è in questo quadro oscuro che sarà eletto il tredicesimo Presidente della Repubblica.

Più di 200.000 contagi al giorno indicano una situazione fuori controllo, in cui salta ogni possibilità di tracciamento, tutte le strutture sanitarie sull’orlo del collasso per non parlare del venir meno dell’assistenza territoriale e con il numero delle vittime che ha ripreso da giorni a salire in modo drammatico ed inaccettabile.

Si è ormai superato la terribile cifra delle 140.000 vittime che costituiscono rispetto alle altre nazioni europee comparabili, Francia, Spagna e Germania il peggior rapporto tra numero dei contagi e morti. E molte altre migliaia di morti sono state determinate da patologie diverse che non hanno potuto essere curate per la crisi di un sistema sanitario posto sotto stress.

Siamo a più di 2.300.000 persone positive, una crescita esponenziale preannunciata, su cui il governo non ha voluto sviluppare a tempo nessuna iniziativa radicale, limitandosi a misure parziali, inefficaci, contradditorie. Anzi è emersa con chiarezza nelle ultime decisioni del governo e dello stesso CTS (Comitato Tecnico Scientifico – Ministero della Salute) una vera e propria inversione di tendenza: all’aumento dei casi non hanno corrisposto scelte di inasprimento delle misure di contenimento. La stessa campagna di vaccinazione e della terza dose, proclamata ogni giorno da governo e giornali, non è stata così celere come avrebbe dovuto, sia per la disponibilità dei vaccini, sia perché molti centri di vaccinazione, troppo rapidamente chiusi, sono stati riaperti con ritardo, sia perché molte assunzioni del personale fatte nel periodo precedente non avevano carattere permanente, ma transitorio.

“Convivere col virus” mettendo la polvere sotto il tappeto

E di fronte alle drammatiche cifre giornaliere del contagio la risposta che viene data da parte del potere, irresponsabile ed ipocrita, ha dell’incredibile: si cerca cioè di negare l’evidenza dei fatti, di nascondere la polvere sotto il tappeto proponendo di non fornire più il bilancio giornaliero dei contagi, delle ospedalizzazioni e dei morti, perché, come hanno detto un “illustre primario” e, a rimorchio, vari esponenti governativi, “mettono ansia”. Per fortuna e giustamente “mettono ansia”; l’informazione è un elementare forma di democrazia che permette a tutta la popolazione di essere consapevole della situazione e di esercitare controllo e condizionamento su governo ed istituzioni.

Ma c’è di più: le Regioni su cui grava una parte di pesante responsabilità per come hanno gestito la pandemia, hanno presentato le loro richieste per “convivere con il virus”, ovverosia ridurre la quarantene, eliminare i tamponi e soprattutto escludere dal conteggio i positivi asintomatici e coloro che ricoverati in ospedale per altre patologie risultano positivi al controllo dell’ingresso, il tutto per evitare di superare i parametri che determinano il passaggio in zona arancione delle regioni con le conseguenti maggiori restrizioni delle attività. Sono proposte che l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha definito logicamente essere assurde, ma che sono accompagnate e sostenute da una campagna ideologica di propaganda su scala nazionale ed internazionale volta a presentare questa epidemia, come una normale influenza.

E dietro c’è la sostanza della scelta liberista di Draghi e soci, cioè la quantità di risorse che si vogliono investire sulla sanità: la percentuale del 6,5% di spesa sanitaria rispetto al PIL del 2019, già tra le più basse dell’Europa, scenderà nel 2024 al 6,3%.

Molti si erano illusi che di fronte alla tragedia del 2020, ci sarebbe stato un ripensamento, una radicale cambio di passo nelle politiche economiche e sociali delle borghesie dei diversi paesi; si sono totalmente sbagliati: il cosiddetto ritorno alla “normalità” del sistema capitalista avviene con un ulteriore attacco alle condizioni di lavoro e di vita delle classi lavoratrici e popolari. Resto stupito di fronte allo “stupore” di molti validi militanti sociali per queste scelte dei governanti, considerate ancora come “errori” e non un’inevitabile e lucida scelta di classe dei padroni determinata dalle logiche del sistema capitalista; certo scelte del tutto ingiuste ed anche irrazionali rispetto agli interessi immediati e futuri della società nel suo complesso. E la voglia di rilancio dei profitti della classe dominante è senza pudore tanto è vero che si accrescono ancora le spese militari, si ripropone il nucleare, bocciato da ben due referendum popolari e si rispolvera il progetto del Ponte sullo stretto di Messina e ogni giorno, sui giornali, i guru ideologici del capitalismo, dalla Fornero a Cottarelli, rovesciano le loro ricette invereconde su ogni aspetto economico e sociale.

Ma c’è pur sempre un problema per quanto riguarda la pandemia: si può far finta che non esista o falsificare le percentuali di incidenza per poter mantenere operative tutte le attività, sia quelle produttive che quelle commerciali ed anche quelle sportive e tutti i conseguenti assembramenti, ma il risultato può anche essere che il tanto temuto lockdown si produca, almeno in parte, nei fatti, nella massima confusione, senza una gestione ragionata per il numero di lavoratrici e lavoratori, sia dipendenti, che autonomi, a partire dai gestori dei negozi, che finiscono contagiati e quindi non operativi con una riduzione drastica dei servizi. E la situazione si presenta in forma drammatica nella sanità (20 mila addetti fuori gioco) e, nei trasporti e naturalmente nella scuola che si è voluto riaprire dopo le vacanze di fine anno pur non avendo realizzato le misure necessarie (che pure era possibile intraprendere nei mesi scorsi) per garantire un’adeguata sicurezza.

La ripresa economica e la frammentazione del lavoro

L’obiettivo del governo in tutti questi mesi, è stato quello di sfruttare e cavalcare appieno la forte ripresa economica in atto (il rimbalzo dopo il crollo produttivo del 2020) non frapponendo alcun ostacolo alle produzioni, agli affari del commercio, della ristorazione, dello sport, ecc. garantendo quindi la massima libertà alle imprese e cospicui profitti, e chiudendo l’anno con una crescita del PIL superiore al 6%. Garantire il dinamismo delle imprese significa anche aver posto fine al blocco dei licenziamenti, permettendo quindi le ristrutturazioni e le chiusure delle aziende, i licenziamenti collettivi e le ben note delocalizzazioni delle multinazionali e dei Fondi finanziari proprietari di molte imprese. Esattamene quello che aveva anticipato Draghi quando aveva affermato che i soldi europei sarebbero andati alle imprese private performanti e che le aziende poco produttive e redditizie sarebbero state chiuse. Detto fatto.

È in questa ottica che vanno considerati i dati sulla occupazione che ha visto, dopo lo sprofondo del 2020, recuperare 700 mila posti di lavoro nel 2021, avvicinandosi ai livelli occupazionali del 2019. Mancano comunque all’appello 115.000 posti di lavoro rispetto all’anno prepandenico, i cui dati occupazionali risultavano comunque tra i più bassi in Europa con 3 milioni di disoccupati e altrettante persone che avevano rinunciato a cercare un posto di lavoro. Ma è la natura di queste 700 mila assunzioni e più in generale dell’occupazione che deve essere considerata; queste assunzioni sono state per il 91% realizzate con contratti precari e di breve durata e nulla fa pensare che esse possano trasformarsi in contratti a tempo indeterminato. Siamo all’interno di quel disegno infernale, più volte denunciato, di una ristrutturazione liberista sempre più profonda di subalternità e precarietà della forza lavoro e di maggiore sfruttamento, cioè della mutazione progressiva della struttura occupazionale.

Inoltre nel rilancio produttivo vanno considerati ulteriori fattori; la crescita maggiore, superiore al 17%, è avvenuto nell’edilizia, un vero e proprio boom garantito dai bonus pubblici per la ristrutturazione delle case, che ha portato con sé, insieme a tutte le forme della precarietà e dello sfruttamento selvaggio, presente anche negli altri comparti, una tragica crescita degli incidenti e degli omicidi bianchi sul lavoro.

Si ridisegna anche la geografia industriale del paese, dove sono la Lombardia, il Veneto e l’Emilia e Romagna a conoscere il maggiore dinamismo (non a caso tre regioni che trascinano il progetto della cosiddetta autonomia differenziata regionale), mentre è in declino una regione storicamente industriale come il Piemonte e il Sud resta come prima al palo.

Per cui mentre in Lombardia e nelle due altre regioni citate molte aziende hanno tirato a pieno ritmo, altre aziende e interi settori sono invece in declino, a partire dalla struttura produttiva ed occupazionale che era stato il perno dell’industria italiana, cioè le automotive. Questo settore conosce grandi difficoltà da molti anni, ma oggi si trova di fronte alla fase delicatissima del passaggio all’elettrico con una forte riduzione delle produzioni e con la multinazionale Stellantis (che occupa oggi ancora 66 mila dipendenti) che sembra guardare lontano dall’Italia. La Fiom ha denunciato che nel 2021 c’è stato il raddoppiamento della cassa integrazione rispetto ai dati del 2019 e la stessa Cisl parla di circa 60 mila posti di lavoro che sono a rischio in tutta la catena delle automotive. Una ricerca del Ministero delle Infrastrutture quantifica in 2200 il numero delle imprese dell’indotto occupando ben 163 mila dipendenti e producendo un fatturato di 45 miliardi; la ricerca specifica però che ben 101 imprese (26 mila dipendenti) tra queste sono a rischio.

Ma già ci sono oggi i casi più eclatanti di licenziamenti collettivi, che coinvolgono migliaia di lavoratori come quello avvenuto con la chiusura dell’Alitalia e il passaggio alla nuova compagnia pubblica ITA (è lo stato quindi che licenzia) e quella di Air Italy, ex Meridiana (1320 dipendenti). La brutalità di gestione di Altavilla, capo di ITA e già uomo di Marchionne alla FCA e la sua avversione per le lavoratrici e lavoratori dell’Alitalia considerati troppo sindacalizzati e combattivi, sono state confermate in una recente intervista: “Non mi interessa quello che succede a quelle persone, non è un problema mio altrimenti diventiamo non più un’azienda che deve stare nel mercato, ma una Croce Rossa dei dipendenti della vecchia Alitalia” E’ il presidente di un’azienda pubblica che parla.

Ma i processi di ristrutturazione attraversano tante altre imprese, tanto è vero che oggi sono centinaia le vertenze sindacali per bloccare i licenziamenti, le chiusure e le delocalizzazioni. Miserabile è poi la legge del governo sulle delocalizzazioni, fenomeno su cui si è espressa nel paese una forte sensibilità grazie soprattutto alla lotta e alla proposta di legge della GKN di Firenze. Draghi e soci hanno varato una norma che prevede una comoda, legittima e poco costosa via maestra per padroni e multinazionali che vogliono trasferire le loro aziende altrove. È questo uno degli aspetti essenziali della globalizzazione capitalista.

In proposito non possiamo che rimandare al comunicato congiunto dei lavoratori della GKN e di Caterpillar che denunciano l’operazione truffaldina del governo da cui emerge sempre più la necessità di battersi per le nazionalizzazioni e l’intervento pubblico con il controllo dei lavoratori per difendere l’occupazione e il tessuto produttivo del paese.

Il quadro della condizione delle classi lavoratrici non sarebbe completo se non ricordassimo infine la ventata inflattiva dei prodotti energetici, che determina anche l’aumento dei prezzi di molti generi alimentari di prima necessità, taglieggiando salari e pensioni e su cui il governo è intervenuto mettendo a disposizione solo 3 miliardi, una cifra del tutto irrisoria per fronteggiare questa emergenza.

Convergere, mobilitarsi

Nella seconda metà del 2021 ci sono state lotte significative che hanno evidenziato la volontà di settori di lavoratori e lavoratrici di voler resistere al tritacarne liberista padronale nei settori della logistica, nelle tante fabbriche che difendono il posto di lavoro, ma anche nei servizi con alcuni momenti di lotta per cercare di unire i diversi movimenti: la grande manifestazione di Firenze promossa dalla GKN, poi lo sciopero generale dei sindacati di base ed infine lo sciopero di CGIL e UIL, certo dichiarato in ritardo con una pesante responsabilità delle direzioni sindacali, subalterne e passive per tutto l’autunno, ma che ha visto scendere in piazza settori ancora abbastanza ampi di lavoratori che chiedono di dare continuità alla lotta contro l’attacco governativo e padronale. E poi ci sono state le mobilitazioni contro il riscaldamento globale, quelle delle donne contro la violenza ed una prima manifestazione a Roma il 30 ottobre che ha cercato di riunire i diversi movimenti sociali.

Insorgenza e convergenza sono le due parole che indicano questo processo di unità da costruire, di cui si è fatto portatore in primo luogo, ma non solo, il Collettivo della GKN.

E’ chiaro che la forte ripresa della pandemia rende di nuovo ancora più difficile la costruzione delle manifestazioni e delle assemblee, il dispiegarsi delle lotte che pure sono indispensabili per combattere l’offensiva governativa e Confindustriale sui diversi terreni.

L’unità di iniziativa e di contenuti rivendicativi delle aziende in lotta per difendere il posto di lavoro diventa una priorità forte e immediata e il rapporto costruito tra GKN e Caterpillar indica la strada da seguire.

Contemporaneamente altri soggetti sociali e politici, tra cui la Società della cura e la Rete Genova 2021, a cui il Collettivo GKN partecipa, sono da mesi impegnati a mettere in campo un processo di convergenza dei contenuti programmatici e dell’iniziativa sociale. Si prospetta per la fine di febbraio un forum di 3 giorni a Roma di tutti i movimenti, associazioni, correnti sindacali che vogliono costruire una alternativa di programma ma anche organizzare mobilitazioni concrete contro le scelte capitaliste; di qui il progetto di una grande manifestazione nazionale alla fine di marzo che la GKN propone di svolgere a Firenze.

Lavoro, Salute, Ambiente, Diritti sono le parole d’ordine chiave dell’insorgenza e della convergenza. (14 gennaio 2022)

*Sinistra Anticapitalista

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