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Pubblichiamo un breve ma utile riassunto delle ragioni di fondo (economiche e sociali) che aiuta a capire la rivolta popolare in atto in Kazakistan. È apparso sul sito dei compagni di Sinistra Anticapitalista di Brescia. (Red)

In Kazakistan la mobilitazione popolare è scoppiata nel fine settimana del 1-2 gennaio, nella città petrolifera di Zhanaozen, lo stesso luogo dove, nel dicembre 2011, la polizia aveva aperto il fuoco sugli operai dell’industria petrolifera in sciopero, uccidendo almeno 16 persone. La scintilla che ha innescato i disordini è stato l’annuncio del raddoppio del prezzo di Gas di Petrolio Liquefatto (GPL), arrivato a 120 tenge (0,27 dollari) (Lo stipendio spesso è intorno ai 100 dollari al mese. nel settore finanziario i quadri meglio pagati prendono circa 600 dollari). Si tratta di una materia prima vitale per i cittadini del Paese, soprattutto perché molti, nell’Ovest, hanno convertito le loro auto all’alimentazione GPL, perché significativamente più economica. Tuttavia, gli ultimi giorni di dicembre 2021, il governo aveva reso noto che, a partire dal primo gennaio, il costo sarebbe salito a 120 tenge perché il precedente era troppo basso e insostenibile. Di conseguenza, migliaia di persone sono scese in piazza per richiedere che il prezzo del GPL ritornasse al costo di vendita del 2021, ovvero la metà. (Il Kazakistan è tra i maggiori produttori mondiali di materie prime per produrre energia: petrolio, gas, uranio, carbone.)

Martedi le proteste si sono estese in tutto il Kazakistan, in particolare nell’Ovest del Paese e nella città di Almaty.Il presidente del Paese, Kassym-Jomart Tokayev, ha dichiarato lo stato di emergenza e ha ordinato l’intervento militare.

Mezzi corazzati con a bordo truppe sono giunti nelle città per disperdere i manifestanti e impedire che prendessero d’assalto gli edifici governativi. Il 5 gennaio, sono continuati i violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, le quali si sono servite di granate stordenti e gas lacrimogeni per disperdere migliaia di cittadini. Questi ultimi, armati di bastoni e spranghe di metallo, hanno preso d’assalto e occupato il palazzo del governo regionale, l’Akimat. Per quanto riguarda i feriti, fonti mediche locali hanno affermato, il 5 gennaio, che il bilancio si aggirerebbe intorno a 190 persone, 137 agenti e 53 civili. Del totale, 150 sono state soccorse nelle ambulanze sul posto, mentre 40 persone sono state portate d’urgenza in ospedale.

In risposta a una delle maggiori mobilitazioni popolari scoppiate nel Paese, Tokayev ha dichiarato lo stato di emergenza di due settimane nella città più grande della nazione dell’Asia Centrale, Almaty, e nella provincia Occidentale di Mangistau, dove le proteste sono diventate violente. A riferirlo, nelle prime ore di mercoledì 5 gennaio, è stato l’ufficio presidenziale del Paese. Tra le misure entrate in vigore, centrale è quella del coprifuoco, dalle 23:00 alle 7 del mattino. Inoltre, sono previste restrizioni alla circolazione e divieto di assembramenti, stando ai documenti pubblicati sul sito web ufficiale. Le manifestazioni hanno portato il capo di Stato ad accettare le dimissioni del governo, poche ore dopo aver dichiarato lo stato di emergenza. Nelle prime ore del 5 gennaio, inoltre, Tokayev ha nominato Alikhan Smailov primo ministro ad interim. In precedenza, Smailov ricopriva la carica di vice primo ministro.

È nell’Ovest del Paese che è stata registrata maggiore mobilitazione popolare, sebbene si sia poi estesa a tutto il territorio. Media locali hanno diffuso video, la sera di martedì, in cui si vede come le forze dell’ordine accedevano alla città a bordo di mezzi corazzati. Per disperdere la folla, ed evitare che i manifestanti occupassero l’ufficio del sindaco, la polizia antisommossa ha usato granate stordenti e gas lacrimogeni. A rivelarlo è stato un corrispondente di Reuters.

The Guardian, citando AFP, ha riferito che a scendere nelle piazze della sola Amlaty sono state oltre 5.000 persone. In seguito, ci sono state segnalazioni non verificate di auto della polizia in fiamme, nella medesima città, e altre immagini hanno confermato che le manifestazioni si sono estese a macchia d’olio in tutto il Paese, nonostante il massiccio intervento delle forze di sicurezza. I dati cellulare, internet e le principali app di messaggistica istantanea sono state bloccate in gran parte del Paese Centro-Asiatico, caratterizzato da un governo di stampo autoritario.Separatamente, il Ministero degli Interni ha affermato che, oltre ad Almaty, nella notte sono stati attaccati edifici governativi nelle città meridionali di Shymkent e Taraz, con 95 agenti di polizia feriti negli scontri. Le autorità hanno arrestato più di 200 persone. “Tutti gli inviti a prendere d’assalto o attaccare edifici governativi sono assolutamente illegali”, ha detto Tokayev in un video discorso, la sera di martedì. In un tweet, Tokayev ha definito gli iniziatori delle proteste “individui distruttivi, che hanno come obiettivo mettere a rischio la stabilità e l’unità della nostra società”. Tuttavia, nel tentativo di normalizzare i disordini, il capo di Stato ha affermato che il governo si sarebbe riunito, il 5 gennaio, per discutere “delle richieste socio-economiche” dei manifestanti.

La sera di martedì, il governo ha annunciato che, nella provincia di Mangistau, sarebbe stato ripristinato il costo di 50 tenge (11 centesimi) al litro, ovvero meno della metà del prezzo di mercato precedentemente annunciato. Inoltre ha ricordato che le proteste pubbliche sono illegali nel Paese, a meno che gli organizzatori non presentino un avviso in anticipo. Tokayev è il successore di Nursultan Nazarbayev. Quest’ultimo, filo-comunista e filo-sovietico, divenne il primo leader del Paese dopo l’indipendenza degli anni ‘90 e ha governato per quasi tre decenni. Più tardi, nel 2019, si è dimesso nel 2019, nonostante l’81enne eserciti ancora un enorme potere dietro le quinte. Ad esempio, la capitale del paese è stata ribattezzata, nel 2019, in “Nur-Sultan”, in suo onore.

Mercoledi 5 vengono occupati dagli insorti vari edifici pubblici in varie città e gli aereoporti. Molte banche sono prese d’assalto e saccheggi di supermercati sono segnalati in molte parti del paese.

Nella notte tra il 5 e il 6 sembra che ci siano stati ammutinamenti tra le forze di polizia, di sicuro forti scontri a fuoco, che hanno causato decine di morti tra cui 18 tra poliziotti e militari e centinaia di feriti.

Immagini di spari continui da parte dell’esercito e qualche colpo di arma pesante contro probabili barricate, non inquadrate.

Giovedi mattina il governo ad interim dichiara che gruppi terroristici addestrati all’estero hanno attaccato il paese. (Il riferimento non dichiarato è all’Afghanistan e Pakistan, non certo ai paesi occidentali o alla Cina ottimi partner commerciali e politici)

Giovedi 6 gennaio il presidente Tokayev ha chiesto l’intervento dell’esercito russo, che in poche ore ha inviato truppe scelte.

La repressione sembra aver riportato sotto controllo le città. L’esercito nazionale e le truppe russe sono dispiegate massicciamente anche con mezzi pesanti.

Turchia e Cina hanno dato il loro sostegno al governo kazako, USA e UE hanno di fatto approvato (probabilmente c’è stato un via libera) l’intervento russo, chiedendo di non esagerare.

Kazatomprom, l’impresa privata (privatizzata con ancora una forte quota statale) prima produttrice mondiale di uranio ha rassicurato che non ci saranno difficoltà nella produzione e fornitura ai clienti.

L’importanza per l’economia mondiale del Kazakistan è evidente, essendo uno dei principali estrattori di materie prime del pianeta, nessuno può permettersi il caos. Nonostante questo i salari continuano ad essere tra i più bassi del mondo. Eni e molte industrie italiane sono fortemente coinvolte nello sfruttamento del paese.

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