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Nelle prime ore del 24 febbraio, la Russia ha lanciato un attacco all’Ucraina, confermando i peggiori timori. Non è ancora chiaro fin dove si spingerà l’invasione, ma è già chiaro che l’esercito russo ha attaccato obiettivi in tutto il paese, non solo nel sud-est (lungo il confine delle cosiddette “repubbliche popolari”). Questa mattina gli ucraini di diverse città sono stati svegliati dalle esplosioni.

Vladimir Putin ha dichiarato in modo esplicito qual è l’obiettivo militare dell’operazione: la resa completa dell’esercito ucraino. L’obiettivo politico rimane meno chiaro – ma, verosimilmente, il Cremlino sta cercando di installare un governo filorusso a Kiev. La leadership russa presume che la resistenza sarà rapidamente spazzata via e che la maggior parte degli ucraini accetterà senza opposizione il nuovo regime. Non c’è dubbio che le conseguenze sociali per la Russia stessa saranno gravi: dalla mattina dell’invasione, anche prima dell’annuncio delle sanzioni occidentali, i mercati azionari russi sono crollati e il rublo è sceso ai minimi storici.

Nel suo discorso di ieri sera, in cui ha annunciato lo scoppio della guerra, Putin ha usato il linguaggio aperto tipico dell’imperialismo e del colonialismo. In questo senso, il suo governo è l’unico ad adottare così apertamente questo tipo di linguaggio, quello di una potenza imperialista dell’inizio del XX° secolo. Il Cremlino non può più nascondere il suo odio per l’Ucraina e il suo desiderio di darle una “lezione” punitiva accampando altri pretesti – a cominciare da quello dell’espansione della NATO. Queste azioni vanno oltre gli “interessi” razionalmente intesi e sono parte della liturgia di una pretesa “missione storica” da parte di Putin.

Dall’arresto di Alexei Navalny nel gennaio 2021, la polizia e i servizi di sicurezza hanno schiacciato la maggior parte dell’opposizione organizzata in Russia. L’organizzazione di Navalny è stata considerata “estremista” e smantellata, le manifestazioni in suo favore hanno provocato circa quindicimila arresti e quasi tutti i media indipendenti sono stati chiusi o etichettati come “agenti stranieri”, limitando fortemente la loro attività. Manifestazioni di massa contro la guerra sono improbabili – non c’è una forza politica capace di coordinarle e la partecipazione a qualsiasi manifestazione di strada, compreso un picchetto individuale, viene punita rapidamente e severamente. I circoli attivisti e intellettuali della Russia sono scioccati e demoralizzati dagli eventi.

Un segno rassicurante è che nella società russa non si percepisce un chiaro sostegno alla guerra. Secondo il Centro Levada, l’ultimo istituto indipendente di sondaggi (anch’esso etichettato come “agente straniero” dal governo russo), il 40% dei russi non sostiene il riconoscimento ufficiale delle “repubbliche popolari” di Donetsk e Luhansk da parte delle autorità russe, mentre il 45% dei russi sarebbe favorevole. Mentre alcuni segni di raccolta “sotto la bandiera” sono inevitabili, è notevole che, nonostante il controllo totale delle principali fonti mediatiche e una spettacolare effusione di demagogia propagandistica in televisione, il Cremlino non è in grado di generare entusiasmo per la guerra.

Non assistiamo oggi ad alcun movimento come la mobilitazione patriottica che ha fatto seguito all’annessione della Crimea nel 2014. In questo senso, l’invasione dell’Ucraina smentisce la teoria popolare secondo cui l’aggressione esterna del Cremlino è sempre volta a rafforzare la sua legittimità all’interno della Russia. Al contrario, questa guerra destabilizzerà il regime e minaccerà persino la sua sopravvivenza in una certa misura, poiché il “problema del 2024” – la necessità di mettere su uno spettacolo democratico credibile che porti alla rielezione di Putin nelle prossime elezioni presidenziali – è ancora tutt’altro che risolto.

La sinistra di tutto il mondo ha bisogno di unirsi intorno a un messaggio semplice: no all’invasione russa dell’Ucraina. Non c’è alcuna giustificazione per le azioni della Russia; esse porteranno sofferenza e morte. In questi giorni di tragedia, chiediamo la solidarietà internazionale con l’Ucraina.

*Ilya Matveev è un ricercatore e docente a San Pietroburgo, in Russia. È un membro fondatore del comitato editoriale di Openleft.ru e un membro del gruppo di ricerca Public Sociology Laboratory. Ilya Budraitskis è un saggista di sinistra che vive a Mosca. Questo articolo è apparso su jacobinmag.com. il 25 febbraio. La traduzione è stata curata dal segretariato MPS.

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