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La Cina non può fornire aiuti economici decisivi alla Russia a causa delle sue numerose debolezze intrinseche. Sul piano militare ha invece bisogno di una collaborazione con Mosca, che tuttavia in questo campo oggi sta perdendo prestigio a causa delle inefficienze dimostrate nel condurre la guerra in Ucraina. Intanto, in Giappone, nelle due Coree e a Taiwan molti equilibri stanno cambiando.

I media hanno speso in queste settimane fiumi d’inchiostro per domandarsi se la Cina fosse stata preavvisata o meno da Putin dell’imminente invasione dell’Ucraina in occasione della visita di quest’ultimo a Pechino per le Olimpiadi invernali, e se sì, se ne fosse stata informata nei reali termini. Impossibile dirlo allo stato attuale. Ma alla luce degli sviluppi in corso, dalla portata imprevista delle sanzioni occidentali contro Mosca fino alle difficoltà militari di quest’ultima in territorio ucraino, si può sicuramente dire che Xi abbia fatto un grossolano errore politico quando, in occasione dell’incontro con Putin del 4 febbraio, si è sbilanciato fino a dire: “l’amicizia tra i nostri due Stati è senza limiti e non vi è alcuna area in cui la cooperazione sia preclusa”. Ora Pechino sta mantenendo un atteggiamento imbarazzato, fatto di posizioni ondivaghe e reticenti, anche se senza mai prendere le distanze dal collega Putin. Il timore per la dirigenza cinese è da una parte quello di essere nel tempo vittima collaterale della ritrovata unità occidentale e dall’altra di vedersi aggiungere ai tanti enormi problemi che già stando affrontando anche altri come l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari, o ulteriori gravi problemi delle supply chain e un calo della domanda estera, che è stata il vero puntello della sua economia nel periodo post-Wuhan.

L’altra domanda che si pongono un po’ tutti è se la Cina svolgerà il ruolo di ancora di salvezza per l’economia russa colpita da sanzioni e isolamento, o addirittura se aiuterà con rifornimenti e intelligence il suo esercito in difficoltà. Sul primo aspetto sono state formulate considerazioni spropositate. Per esempio è stato ingigantito il fatto che negli anni Russia e Cina hanno aumentato gli scambi in rubli e renmimbi rispetto a quelli in dollari ed euro: è vero, ma questi ultimi ammontano ancora a quasi l’84% degli scambi tra i due paesi, mentre le due monete nazionali arrivano appena al 16%. Molti hanno citato anche i gasdotti che collegano la Russia alla Cina e dovrebbero permettere a Mosca di incassare grandi somme vendendo gas a Pechino. Ma l’unico importante in funzione, il “Sibir”, sta ancora operando a volume ridotto ed è lontano dal raggiungere la piena portata. Inoltre, trasporta solo gas dal suolo asiatico della Russia verso l’Asia stessa, quindi non è in grado di offrire una vera flessibilità a Mosca. Altra cosa sarebbe il Sibir 2, in grado di portare gas dagli enormi giacimenti dell’area europea della Russia (quelli che già esportano nell’Ue) verso l’Asia: permetterebbe a Mosca, a seconda della situazione, di aprire i rubinetti su un lato e di chiuderli sull’altro a seconda delle contingenze politico-economiche. Ma il Sibir 2 è ancora un progetto, nella migliore delle ipotesi sarà pronto nel 2030 e anche dopo tale data ci vorrà qualche anno prima che diventi pienamente operativo. Per tornare ancora all’ambito finanziario, il sistema cinese di comunicazione bancaria alternativo allo SWIFT ha una diramazione molto limitata e può sì fornire qualche importante aiuto a Mosca, ma non certo risolverle il problema delle vaste sanzioni finanziarie che sta subendo. Da parte sua, il renmimbi è una moneta ancora quasi irrilevante a livello mondiale rispetto al dollaro e all’euro: è responsabile solo del 3% degli scambi mondiali e difficilmente “sfonderà” sul breve-medio termine, perché tra le altre cose per farlo dovrebbe diventare liberamente convertibile, ipotesi che Pechino non prende in considerazione perché ciò le sottrarrebbe importanti leve di controllo dell’economia nazionale. Va infine osservato che, al di là della retorica diplomatica di Pechino, comunque molto vaga, dalla Cina sono arrivati segnali che di sicuro preoccupano molto la dirigenza russa. La Asian Infrastructure Investment Bank, la “Banca Mondiale” asiatica sulla quale la Cina ha un diritto di veto di fatto, a inizio marzo ha sospeso a tempo indeterminato i finanziamenti a progetti russi, mentre alcune grandi banche cinesi hanno cessato di finanziare gli acquisti di materie prime dalla Russia per il timore di vedersi poi esposte a sanzioni Usa.

xi putin

In generale, il regime cinese si trova ad affrontare in questo momento una serie di grandi problemi economici. Per esempio da un ventennio aspira, a parole, a ricalibrare la propria economia sui consumi interni, ma non ha compiuto alcun rilevante passo avanti in tal senso e rimane dipendente, oltre che dagli investimenti statali in larga parte improduttivi, soprattutto dalla domanda estera e dagli investimenti stranieri. Inoltre la sua economia è basata ancora per quasi un terzo sul settore immobiliare e sul suo indotto, un settore che è uno dei principali responsabili dell’enorme bolla del debito in continua crescita in Cina da ormai una dozzina di anni. I timidi tentativi di Pechino di rintuzzarla nel 2021 sono immediatamente sfociati in una crisi sistemica lo scorso autunno con il default da 300 miliardi di dollari del gigante dell’immobiliare Evergrande. I media generalisti dopo avere inopinatamente parlato di un nuovo caso Lehman Brothers, hanno presto archiviato il default dimenticandolo. Ma la situazione oggi, nonostante le autorità cinesi siano riuscite con manovre di ristrutturazione e con l’intervento di banche a controllo statale a evitare la completa disgregazione di Evergrande, è molto peggiore che in autunno: default a catena di altri operatori del settore (nel cui ambito il tasso di default si aggira sul 50%), prezzi degli immobili in netto calo, crollo delle vendite (mediamente -50/60% anno su anno, per alcuni importanti gruppi addirittura -90%), mentre il crollo anno su anno delle vendite di terreni va dal 20% al 60% a seconda della provincia in questione. Essendo la vendita di terreni agli speculatori immobiliari la principale fonte di finanziamento delle amministrazioni locali, già vertiginosamente indebitate, di fronte al crollo di tali vendite il regime è ricorso a un espediente tappabuchi dai potenziali effetti devastanti: le banche prestano soldi alle amministrazioni locali che con tali fondi creano proprie società che poi comprano i terreni… dalle stesse amministrazioni locali che li mettono all’asta – in pratica le amministrazioni locali comprano da se stesse! Inutile dire che così i loro problemi di debito incrementano esponenzialmente e vengono trasmessi ancora di più al settore bancario. Quest’estate era stata annunciata con solennità una politica di “prosperità comune” che prevedeva, anche se in termini vaghi e timidi, l’introduzione per la prima volta in Cina di una tassa parziale sugli immobili in via sperimentale in alcune città, e questo sia (a parole) in vista di una “ridistribuzione sociale” sia per calmierare la bolla immobiliare. Non solo in oltre mezzo anno non è stato fatto alcun passo in tal senso, ma in questi giorni Pechino ha annunciato la cancellazione a tempo indeterminato del progetto, promettendo in più ulteriori iniezioni finanziarie. Se a ciò si aggiungono i mille altri problemi pressanti che Pechino deve affrontare, dalla frenata della sua rincorsa tecnologica dell’occidente fino al ridimensionamento del progetto delle “vie della seta” e molto altro ancora, è difficile ipotizzare che la dirigenza cinese si impegni più di tanto in aiuti economici a un paese come la Russia sull’orlo del default e con una moneta in caduta libera. Se lo farà, lo farà solo nella misura necessaria per evitarne un crollo completo e per permetterle di tirare avanti in qualche modo.

Ci sono però altre considerazioni da fare. La Cina è oggi la più forte tra le potenze reazionarie mondiali (si veda su questo il nostro recente articolo “Il contesto mondiale della guerra di Mosca contro l’Ucraina”) e la Russia viene subito dopo. I due paesi sono alleati di fatto sotto svariati punti di vista. La Cina è di gran lunga meno armata nuclearmente rispetto alla Russia, e anche in termini di potenza dell’esercito rimane di molto indietro. Come se non bastasse, non ha praticamente esperienze di guerra sul campo. Non a caso aveva puntato molto in questi ultimi anni sulle grandi manovre militari e gli scambi di tecnologia e intelligence con Mosca, facendolo anche in modo minaccioso, come quando le manovre congiunte dei due paesi si sono spinte fino a violare lo spazio di identificazione aerea sud-coreano o a passare a una manciata di miglia dalle coste giapponesi. Ci sono quindi fattori di primaria importanza che spingono Pechino a rimanere al fianco di Mosca, oltre a quello reale, ma molto più generico e fragile, della concorrenza geopolitica con l’occidente. Anche in quest’ottica però ci sono elementi che di sicuro aumenteranno lo scetticismo della Cina riguardo alla guerra scatenata da Putin. Da una parte, sul terreno l’esercito russo si sta dimostrando molto più impacciato del previsto, dall’altra la reazione dell’occidente in termini di sanzioni è una spiacevole novità per Pechino, in particolare per quanto riguarda la sua intenzione di annettersi Taiwan, se necessario anche con la forza. La Cina è ancora più vulnerabile a eventuali sanzioni di quanto non lo sia la Russia, a causa del molto più stretto intreccio tra la sua economia e quelle di Usa, Ue e delle potenze economiche asiatiche. Tutti questi fattori spiegano perché Pechino ha adottato una posizione confusa e balbettante riguardo alla guerra in corso, dimostrandosi non all’altezza del suo ruolo di seconda potenza mondiale.

Essendo l’Asia Orientale uno dei fulcri del capitalismo mondiale e delle relazioni internazionali, vale la pena di passare in rassegna rapidamente alcuni altri importanti recenti sviluppi nella regione. In primo luogo, il Giappone e la Corea del Sud hanno aderito pressoché immediatamente alle più importanti sanzioni varate da Usa e Ue contro la Russia, e non era affatto cosa scontata. Il Giappone da oltre un anno, cioè dalle dimissioni di Shinzo Abe da premier, si sta allineando sempre più agli Usa in termini di distanziamento dalla Cina, nonché in termini militari e di opposizione a un’eventuale annessione di Taiwan da parte di Pechino. Tokyo sta aumentando notevolmente le proprie spese militari ed è preoccupante che in queste settimane stia riprendendo forza nei discorsi politici giapponesi l’ipotesi di accogliere armi nucleari sul territorio del paese, alla quale per fortuna un’ampia maggioranza della popolazione è totalmente contraria. Finora a queste posizioni giapponesi avevano fatto in parte da contraltare quelle della Corea del Sud, guidata da un governo di centro-sinistra, sempre alleata degli Usa ma attenta a mantenere a livello economico e politico una certa equidistanza tra Washington e Pechino. La Corea del Sud tra le altre cose non ha preso parte ad alcuna delle nuove iniziative Usa nella regione, come per esempio il Quad (l’alleanza diplomatica tra Usa, India, Giappone e Australia). E non a caso ha avuto dure diatribe di natura politica con il Giappone, che hanno decisamente ostacolato la coordinazione tra gli Usa e i suoi alleati nella regione. Ora le cose probabilmente cambieranno in misura notevole con l’elezione, mentre la guerra era in corso, del nuovo presidente sud-coreano, Yoon Suk-yeol, un politico della destra profonda definito “il Trump coreano”. Il suo programma dichiarato è, a brevi linee, schieramento senza riserve con gli Usa, accogliendo tra l’altro nuovi loro sistemi missilistici, ostilità nei confronti della Cina, riapertura al Giappone, linea dura nei confronti della Corea del Nord. Naturalmente è probabile che all’atto pratico, entrato in carica, debba smorzare alcuni di questi punti, ma l’orientamento è questo e gli equilibri nella regione cambieranno di conseguenza. La Corea del Nord in questo inizio 2022 ha effettuato lanci di missili con un’intensità mai registrata in precedenza e sta dimostrando una crescente capacità di trasportare testate nucleari verso obiettivi anche lontani. In termini più generali, la questione coreana, con i rischi anche nucleari che comporta, è oggi potenzialmente più esplosiva di quanto non lo fosse una manciata d’anni fa. Intanto, a Taiwan si stanno seguendo per ovvi motivi con attenzione gli sviluppi della guerra russa, e la dirigenza sta considerando una revisione dei piani di resistenza a un’eventuale invasione cinese per porre maggiormente l’accento sulla difesa territoriale, ma è un processo che richiederà tempo. L’ennesima perdita nelle scorse settimane di due aerei militari per guasti in volo conferma lo stato precario dell’aviazione taiwanese. È interessante notare allo stesso tempo che dopo la massiccia escalation degli episodi di violazione dello spazio di identificazione aerea di Taiwan da parte delle forze armate cinesi nel 2021, nel corso di quest’ultimo paio di mesi fatti di tensioni e guerra in Europa la Cina sta adottando un atteggiamento molto più defilato e le incursioni si sono diradate.

Infine, l’Asia Orientale è in preda a una nuova ondata di Covid, in parte inedita per la regione. A Hong Kong la situazione si è fatta poche settimane fa disastrosa, con un tasso di mortalità record mai registrato prima al mondo: è il risultato dei bassi tassi di vaccinazione, in buona parte dovuti alla sfiducia verso il governo suddito di Pechino e verso i vaccini cinesi, nonché del fatto che alle politiche irresponsabili di tale governo non faccia più da contraltare, dopo la sconfitta del movimento di protesta e l’introduzione di una liberticida “legge sulla sicurezza nazionale”, alcuna mobilitazione critica dal basso, come era avvenuto invece a inizio pandemia nel 2020. Ma in termini di contagi il paese più colpito di tutti è la Corea del Sud, che ha raggiunto la cifra astronomica di 620.000 casi e circa 450 morti in un solo giorno un paio di settimane fa, e questo in un paese in cui per quasi due anni le infezioni erano sempre state bassissime. In Cina i 4-6.000 casi giornalieri registrati nelle ultime settimane con una diffusione in tutto il paese rappresentano il livello più alto da Wuhan nel 2020, con decine di milioni di persone in lockdown, anche in centri produttivi di primaria importanza come Shenzhen, Shenyang e Changchun. È dall’estate scorsa che il paese è in preda a ondate di Covid incessanti e di portata crescente, per quanto limitate rispetto ad altri paesi, e ormai si sta lineando un parziale allentamento della politica “zero Covid”.

*articolo apparso il 27 marzo 2022 su blog www.crisiglobale.wordpress.com

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