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Intervenendo nel dibattito avviato da naufraghi sui destini della “sinistra”, Virginio Pedroni chiama in causa un mio precedente intervento di risposta a Orazio Martinetti.

Pedroni sostiene, in sostanza, che l’orientamento politico di forze come l’MPS sia viziato da settarismo; un atteggiamento che tenderebbe ad assolutizzare alcuni principi (come, ad esempio, quello del fare opposizione), incapace di cogliere la necessità di alcuni “compromessi” che, pur lontani dall’obiettivo “supremo” che si vorrebbe raggiungere, rappresentano comunque un “progresso”. Il voto contrario all’emendamento sulla sperimentazione nella scuola media sarebbe proprio il risultato di questo atteggiamento settario.

Pedroni si limita ad un discorso astratto, dando per scontate e dimostrate cose che tali non sono. Ad esempio, nell’unico caso concreto al quale fa riferimento, dà per scontato che l’emendamento proposto in Gran Consiglio fosse comunque “un passo avanti” nella giusta direzione.

Questo modo di procedere si fonda su due presupposti; il primo è che il “compromesso”, risultato di un lungo negoziato condotto dalla “sinistra” (in realtà è quasi sempre il PSS) rappresenterebbe, quasi per definizione, qualcosa di positivo, un progresso, un “passo avanti” nella giusta direzione; il secondo è che, nel contesto dato, non siano possibili altre soluzioni (il thatcheriano TINA) visti i rapporti di forza, in particolare quelli istituzionali. Una prova quindi di realismo politico.

Vorrei cercare di contestare questi presupposti sviluppati del tutto astrattamente da Pedroni facendo capo alla realtà politica concreta, cioè a questioni politiche importanti del passato e del presente. Vorrei mostrare come le soluzioni presentate come un “progresso” non fossero tali, al contrario; e come, in quei frangenti, vi fosse la possibilità di battersi per altre soluzioni. Cercherò di mostrare come tali “compromessi” abbiano di fatto posto le basi – per coloro in nome dei quali tali sono stati conclusi – di un peggioramento delle condizioni e creato difficoltà quasi insormontabili non solo a realizzare, ma, addirittura, a pensare una soluzione diversi ai problemi che quel “compromesso” pretendeva di risolvere positivamente.

Comincio, è il mio primo esempio, da molto lontano: il 1972, anno in cui il popolo svizzero accoglieva la revisione l’art. 34quater della Costituzione che postulava l’istituzione della previdenza professionale (2° pilastro-casse pensioni) e della previdenza individuale (3° pilastro). Di fatto, un vero e proprio controprogetto all’iniziativa popolare “Per vere pensioni popolari” (pure in votazione). La creazione dei sistema dei tre pilastri fu il risultato di un compromesso difeso a spada tratta dal PSS e dalle direzioni sindacali dell’USS che si impegnarono attivamente a convincere i salariati che esso rappresentava un “compromesso” che avrebbe garantito loro il migliore dei sistemi previdenziali possibili e immaginabili.
Cosa sia successo da allora (passate almeno due generazioni) è sotto gli occhi di tutti: il nostro sistema previdenziale non solo garantisce pensioni complessivamente sempre meno adeguate; ma il 2° pilastro si è rivelato un vero imbroglio per i salariati e le salariate e un affare per banche e assicurazioni. Quello che era stato presentato come un “un compromesso progressista”, un “passo avanti nella giusta direzione” si è rivelato un disastro. Già nel 1985, 10 anni dopo quel voto (con l’entrata in vigore della LPP che concretizzava il dettato costituzionale approvato nel 1972)  Fritz Leuthy – segretario dell’USS e uno degli artefici del sistema dei tre pilastri, doveva constare amaramente che “questa legge non è una legge a favore dei salariati”.

Eppure, come abbiamo ricordato, era un’alternativa, il sostegno ai progetti di pensioni popolari, attraverso l’ampliamento dell’AVS. Ma PSS e USS scelsero la via di un “compromesso” rivelatosi disastroso, contribuendo in modo decisivo a quella che, a mio modo di vedere, rappresenta la più grande sconfitta sul terreno della politica sociale degli ultimi 100 anni.

Il secondo esempio, su un tema non certo meno importante, riguarda il servizio pubblico, oggetto, come molti ricordano, di un processo di privatizzazione costruito su due elementi: la trasformazione delle ex-regie federali in società anonime (FFS e La Posta) e la loro apertura ad azionisti privati (Swisscom). In entrambi i casi il PSS approvò questo processo, rivendicando il risultato come un “compromesso” onorevole, teso a evitare il “peggio” e foriero di sviluppi positivi. Potremmo fare molti esempi di questa implicazione (spesso furono manager di “fede socialista” – Jean Noel Rey, Dominik Weibel, Ulrich Gygi -a realizzare i progetti di privatizzazione), ma ci limitiamo ad un solo caso, presentato all’epoca come un eccellente “compromesso” e rivelatosi, da allora fino ai nostri giorni, come un vero e proprio peggioramento del servizio pubblico.

La riforma approvata alla fine degli anni ’90 era gravida di processi di privatizzazione e aziendalizzazione che hanno portato ad una diminuzione del personale, ad un peggioramento delle condizioni di lavoro e di salario, ad un indebolimento del servizio pubblico. Eppure i dirigenti del PSS difesero quella legge, addirittura rivendicandone una sorta di “paternità”. Christiane Brunner, deputata PSS – sarà poi presidente e dirigente dell’USS, così commentava quella riforma: ”Sotto la direzione del PS, con il sostegno dei Verdi, di una parte del PPD e di qualche radicale delle regioni periferiche e di montagna, il Parlamento ha adottato la riforma delle PTT come un tutto. Con questa riforma, abbiamo fatto del servizio pubblico e dell’approvvigionamento di base dei soggetti maggiori e siamo riusciti ad ancorarli nella legge. Con questa riforma abbiamo creato le condizioni sul piano nazionale che permetteranno alle Telecom di sussistere nel mercato globalizzato delle telecomunicazioni e di conservare i suoi posti di lavoro. La riforma delle PTT è giudiziosa”.

Non voglio qui addentrarmi su tutti gli aspetti di quel futuro “radioso” illustrato da Christane Brunner; ne prendo uno solo poiché è quello che ha attirato in questi ultimi anni l’attenzione della popolazione, alla quale sono state sottoposte petizioni e iniziative in merito. Mi riferisco alla chiusura degli uffici postali, già allora al centro delle preoccupazioni dei dirigenti del PSS. Ecco come Simonetta Sommaruga, siamo sempre nella discussione su quella riforma, immaginava il futuro degli uffici postali in Svizzera: “nell’ottica del consumatore e della consumatrice, è decisivo che dopo la riforma della Posta, il servizio universale resti assicurato sull’insieme della Svizzera.[…] La rete di uffici postali potrà fondamentalmente restare intatta. […] Così la Posta continuerà a soddisfare i bisogni di grande parte della popolazione”. Anche in questo caso sappiamo tutti come è andata a finire.

Quel “compromesso” ha in realtà aperto la strada al “peggio”, non ha rappresentato un “passo avanti”, ma l’inizio della fine dal punto di vista del servizio pubblico. È vero che ora tutti denunciano la situazione: ma, come si dice, i buoi hanno da tempo lasciato la stalla.

E anche in quella occasione vi era un’alternativa, per lo meno a breve termine: un piccolo nucleo tentò (inutilmente visto il blocco social-sindacale) di lanciare un referendum, subito stigmatizzato da un altro dei leader storici del PSS, Helmuth Hubacher: “Il referendum è un segnale negativo, dato in un momento sbagliato e sbagliando di obbiettivo. Propone una prospettiva che non è più realizzabile, ossia di mantenere le PTT nella forma che hanno avuto fino adesso”. E così nel 1997 “Il Comitato centrale ha discusso in maniera approfondita la riforma delle PTT e si è pronunciato a larga maggioranza per un SI alla riforma, rifiutando di conseguenza il sostegno ai quattro referendum lanciati contro la prima. La riforma delle PTT assicura nei principali settori delle buone condizioni per un servizio pubblico accessibile a tutti, sull’insieme del paese, di qualità elevata anche a confronto internazionale e nel contesto attuale”.

E veniamo al terzo esempio: siccome non vogliamo essere accusati di sparare sulla Croce rossa, non ci soffermeremo a lungo sul capitolo LAMal. Anche questa all’epoca presentata come un vero “compromesso”, addirittura “avanzato”, difeso a spada tratta dal più “sinistro” presidente del PSS, Peter Bodenmann, che si impegnò personalmente per il suo successo. Voluta fortemente dalla consigliera federale socialista Ruth Dreifuss, la LaMal è la seconda delle grandi sconfitte subite dai salariati e dalle salariate di questo paese che ne vedono i risultati giorno dopo giorno, meglio, mese dopo mese pagando i premi.

Che quello non fosse per nulla un buon “compromesso”, il PSS se ne accorse abbastanza presto, tentando di correre ai ripari (almeno parzialmente) con iniziative popolari nel 2003, nel 2007 e nel 2014, in particolare sul tema della cassa malati unica e del premio unico. Non vi è riuscito e oggi dobbiamo continuare a subire quel bellissimo “compromesso” siglato più di un quarto di secolo fa e il cui elemento centrale è il concetto di “economicità delle cure” (art. 32 della LAMal), il grimaldello, un “principio” – purtroppo accolto anche da “sinistra” – che ha permesso negli anni successivi di orientare la gestione dell’assicurazione malattia sempre più in una prospettiva mercantile. Da lì sono arrivati gli ultimi e peggiori sviluppi (pensiamo ad esempio al sistema DRG). Un recente commento di SantéSuisse (il cartello delle potenti casse malati) sui 25 anni della legge non poteva essere più esplicito: “La legge sull’assicurazione malattie (LAMal) è il fondamento su cui poggia la sanità pubblica in Svizzera. Per il nostro sistema sanitario la LAMal ha significato in gran parte solidarietà e per gli assicurati accesso paritario alle cure mediche “. Se lo dicono loro…

E veniamo ad un paio di esempi più recenti, presi dalla politica cantonale e nei quali, “compromesso” e “principi” – per riprendere la dicotomia proposta da Pedroni – si sono opposti.

Il primo è quello dell’iniziativa contro il dumping salariale voluta dall’MPS e sconfitta per pochissimo (siamo nel 2018) grazie alla presentazione di un controprogetto (ispirato dallo stesso PS e fatto proprio dal Parlamento). Obiettivo di quel controprogetto, presentato anche allora come un “compromesso” ragionevole tra tutte le forze politiche, era uno solo: sconfiggere l’iniziativa dell’MPS che voleva introdurre un forte e deciso controllo del mercato del lavoro quale strumento di lotta al dumping salariale. Il PS, a dire il vero, invitò a votare sia l’iniziativa che il controprogetto: ed è stata propria questa circostanza a far mancare i voti decisivi all’iniziativa (se il PS avesse invitato la propria base a votare no al controprogetto l’iniziativa avrebbe sicuramente vinto). Come sono andate a finire le cose lo abbiamo letto tutti sui giornali: persino i più ferventi sostenitori del controprogetto in campo borghese hanno dovuto riconoscere (e se ne sono lamentati pubblicamente persino con atti parlamentari) che le promesse del controprogetto non sono state neppure lontanamente mantenute e che oggi il mercato del lavoro e delle condizioni di lavoro che vi si applicano sono fuori controllo. Basti pensare alle recenti discussioni sulla vicenda del “sindacato” Tisin e sulle deroghe alla nuova legge sul salario minimo.

Ed eccoci all’ultimo esempio, tutto costruito in casa PS: ci riferiamo alla legge per la costituzione di un centro chiuso educativo per minorenni (CECM). Partito con un atteggiamento negativo nei confronti delle proposte contenute nel messaggio del governo, il PS ha rivendicato il proprio ruolo nella costruzione di un “compromesso” che ha migliorato su parecchi punti il progetto iniziale. Vi ha pertanto aderito con la sola riserva del fatto che questo centro fosse affidato a privati e non venisse gestito dallo Stato.

Alla fine a non votare il progetto sono stati no solo i deputati e le deputate dell’MPS e la maggioranza dei Verdi (contrari sia ai principi alla base del progetto che alla sua gestione privata), ma la grande maggioranza dei deputati del PS che ha deciso di astenersi: persino coloro che, grazie al grande lavoro di costruzione del “compromesso” in sede di commissione della gestione, avevano firmato il rapporto seppur con la riserva sulla questione di cui abbiamo detto. Evidentemente hanno fatto valore l’importanza di un “principio” come quello della difesa del ruolo del servizio pubblico, preminente di fronte ad un “compromesso” che loro stessi avevano contribuito a costruire. Inguaribili “settari” questi deputati che non capiscono l’importanza di “fare passi avanti”, rinunciando ai principi e agli obiettivi “supremi”?

Mi fermo qui, in questa ahimè troppo lunga risposta; resasi tuttavia necessaria per far scendere la discussione dal livello astratto in cui ha cercato di collocarla Pedroni. Il quale, solo in questo modo può affermare il proprio punto di vista (concretezza dei “compromessi” versus settarismo di chi farebbe politica solo brandendo principi). Confrontarsi con la politica concreta ha il difetto di dover entrare nel merito dei problemi, analizzarli, capirne le dinamiche e, magari, scoprire che il fatto stesso che una proposta o un “compromesso”, emanino da una forza politica considerata “progressista” non rende la stessa automaticamente progressista, quel “passo avanti nella giusta direzione” spesso evocato.

Abbiamo cercato di dimostrare, proprio con esempi su grandi temi quali la politica sociale, quella sanitaria o quelle relative al servizio pubblico o al mercato del lavoro, che scelte presentate come “compromessi” progressisti abbiano aperto la via alle peggiori involuzioni dal punto di vista sociale e politico.

*articolo apparso su naufraghi.ch il 23 marzo 2022

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