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Sono frenetiche le giornate che viviamo. In tutto il mondo, mentre continua e si approfondisce l’aggressione imperialista della Russia di Poutin all’Ucraina, prosegue la mobilitazione contro la guerra, caratterizzata anche da una crescente preoccupazione per le sorti di questo pianeta, dove alle crisi climatica e sanitaria si aggiunge ora anche quella bellica; e si vedono chiaramente settori sociali che cercano di approfittare di questa drammatica situazione per lanciare un’offensiva a favore di ristretti e particolari interessi di classe. E questo succede dappertutto, anche in Svizzera.

Una dimostrazione esemplare ce l’ha fornita recentemente Stefan Brupbacher, direttore della centrale padronale Swissmem, l’organizzazione mantello che raggruppa le imprese attive nell’industria dei macchinari, delle apparecchiature elettriche e dei metalli. Si tratta di uno dei settori più importanti della piazza produttiva elvetica, perfettamente inserito nella catena della divisione internazionale del lavoro, grazie alla quale organizza una vasta captazione transnazionalizzata di plusvalore, riflesso della considerevole importanza degli investimenti diretti all’estero. Insomma, l’industria metalmeccanica è un illustre esempio di quello che è l’imperialismo economico elvetico.  

L’industria bellica elvetica: un rapido giro d’orizzonte

Uno dei rami di questo settore produttivo è attivo, direttamente e indirettamente, nel campo bellico, secondo una duplice diramazione.

In primo luogo, la produzione classica di materiale bellico, ossia quella di armi, sistemi d’armamento, munizioni ed esplosivi militari, nonché di attrezzature concepite o modificate specificatamente per il combattimento o per l’istruzione al combattimento e che di regola non vengono utilizzate per scopi civili. Inoltre, sono considerati materiale bellico le componenti e gli assemblaggi, anche parzialmente lavorati, qualora manifestamente non siano utilizzabili nella medesima versione anche per scopi civili.

In secondo luogo, esiste la produzione dei cosiddetti “beni e tecnologie a duplice uso”, ovvero quei beni utilizzabili a fini civili e militari, pur «non essendo armi, munizioni, esplosivi, oggetti da combattimento o per l’istruzione al combattimento, come pure velivoli d’esercitazione con punti di aggancio»[1]. Possono rientrare in questa categoria alcune sostanze chimiche che trovano utilizzazione in diverse lavorazioni civili ma che costituiscono anche componenti fondamentali per la produzione di armi chimiche. Lo stesso vale per certi software informatici, come pure certi assemblaggi elettronici, quali le unità centrali di elaborazione (CPU) dei computer.

Vi è, infine, un terzo settore che si sta affermando, il quale veicola in parte una certa dose di ambiguità rispetto alla sua natura “civile o militare”, ma non rispetto al fatto che possa essere una fonte cospicua di profitti: la cyberdifesa. In questo ambito rientrano tutte le misure di intelligence e militari per difendersi dagli attacchi informatici, per garantire la prontezza operativa delle forze armate e per sviluppare capacità e competenze in questo settore. Lo stesso vale per le misure volte a identificare le minacce e a bloccare gli attacchi.

Le ditte affiliate a Swissmem che rientrano in questa categoria della produzione di armi e di beni a duplice uso sono riunite nell’associazione Swiss ASD (Aeronautics, Security and Defence) e rappresentano 70 realtà imprenditoriali, tra le quali, la “ticinese” Casram SA. Questo dato, ovviamente, non restituisce il profilo completo di questo settore. Non esistono infatti cifre precise a questo proposito. Se le società attive unicamente negli armamenti bellici non sono più di una decina, quelle che lavorano alla fornitura di “beni a duplice uso” e nella fornitura di componenti che vanno poi a integrare i due rami sono sicuramente di più, probabilmente tra le 200 e le 300 unità.

Anche sul piano del fatturato, il settore della produzione di armi e di “beni a duplice uso” non rientra fra i principali settori di esportazione del capitalismo elvetico. Nel 2020, questi due settori hanno esportato prodotti per 1,276 miliardi di franchi. A livello del materiale bellico, la produzione che registra le maggiori esportazioni è quella dei “veicoli corazzati e altri veicoli terrestri e loro componenti appositamente progettati o modificati a fini di combattimento”, con 338 milioni nel 2020. Segue la produzione di “munizioni e loro componenti appositamente progettati” con 202 milioni, quella dei “materiali per la direzione del tiro, appositamente progettati a fini di combattimento nonché loro componenti e accessori” (152 milioni di franchi) e la produzione di armi quali “cannoni, obici, mortai, artiglierie, armi anticarro, lanciafiamme” con 105 milioni di franchi.  Come si può vedere della tabella che riportiamo qui sotto, il settore nel suo complesso

ha raggiunto al suo apice l’1,06% del totale delle esportazioni svizzere nel mondo. Sul periodo preso in considerazione, la media della sua incidenza è stata dello 0,5%. Cifre tutto sommato piuttosto contenute e, dal nostro punto di vista, per fortuna. Ciò non vuol dire che il settore delle armi e dei “beni a duplice uso” non abbia un potenziale di sviluppo e, soprattutto, non possa essere un generatore di maggiori profitti rispetto al passato.

Ed è proprio con questo obiettivo nel collimatore che il padronato dell’industria metalmeccanica svizzera si appresta ad approfittare del nuovo conflitto per cercare di aumentare le occasioni attraverso le quali espandere, stimolare il fabbisogno di materiale bellico e di “beni a duplice uso”. Il cinismo assoluto e l’altrettanta assoluta mancanza di stati d’animo dell’imperialismo economico non sono diversi da quello dell’imperialismo militare. E la grande borghesia di un paese imperialista come la Svizzera non si comporta, ovviamente, in modo diverso.

Swissmem pretende il riarmamento per aumentare i profitti…

Lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio la linea sviluppata da Swissmem e dal suo direttore, Stefan Brupbacher. In un suo scritto apparto sul sito padronale, è esposto con estrema chiarezza il procedimento tattico con il quale si vuole aumentare la spesa pubblica e privata in materia di armamenti, offensivi e difensivi.

La linea d’attacco del rappresentante dell’industria elvetica parte dalla constatazione che il sogno di pace, iniziato con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e durato trent’anni, si è ormai concluso. Le guerre nella ex Jugoslavia e nel Kossovo importano poco, perché non inficiano la riflessione di fondo di Brupbacher: abbandonati al sogno di una pace ormai strutturale sul suolo europeo «i dividendi della pace hanno potuto essere investiti nella formazione e nello Stato sociale. Per la difesa del paese, la Svizzera ha ridotto le sue spese dall’1,5 allo 0,7%, calcolate in funzione del PIL. (…) Oggi, ci troviamo di nuovo proiettati nel mondo della guerra fredda, che sia con la Russia o la Cina»[2]. La perifrasi è piuttosto intellegibile: abbiamo sacrificato in nome di pace illusoria gli investimenti militari e difensivi a favore di quelli per la formazione e lo Stato sociale – indicazione implicita di dove si dovrà tagliare per riequilibrare la bilancia – e ora ci troviamo impreparati, impauriti davanti al riacutizzarsi dei conflitti sul territorio europeo. Per Brupbacher è indubbio che il rischio di conflitti armati sul suolo europeo sarà la costante dei prossimi anni. Perciò «se vieni buttato fuori dal paradiso, devi trarre le giuste conclusioni per evitare di finire all’inferno»[3]. E a partire da qui l’uomo della centrale padronale sviluppa il suo programma rivendicativo.

In primo luogo, la neutralità armata della Svizzera è un valore sempre più decisivo. Per farla rispettare, la Svizzera deve essere in grado difendersi in modo credibile. Dopo il 1989, questo bisogno è diventato sempre più teorico. L’aggressione all’Ucraina ha dimostrato come la politica di riduzione materiale delle capacità militari sia stato un errore che va corretto. Bisogna quindi rilanciare una politica di riarmamento, sia a livello di mezzi militari convenzionali (difesa terrestre e aerea, quest’ultima molto cara ovviamente all’associazione Swiss ASD), ma investendo anche negli strumenti di cyber-difesa, sia per quanto concerne la protezione di infrastrutture sensibili e di grandi imprese. Questo perché le guerre future saranno caratterizzata da un’accentuazione di cyber-attachi, prospettando – il nostro non lo dice – nuovi campi di valorizzazione dei capitali. In questo senso, Swissmem non perde tempo. Il prossimo 23 giugno si terrà la 15a giornata dell’industria intitolata “Sicurezza e resilienza per l’industria e la società”. Al centro della giornata «il tema della sicurezza, in particolare della sicurezza informatica, sta diventando sempre più importante nell’industria dei macchinari, delle apparecchiature elettriche e dei metalli. All’Industry Day 2022 di Swissmem, i rappresentanti e gli esperti del settore discuteranno dei pericoli che l’industria deve affrontare e di come le aziende possono proteggersi»[4]. Fra gli stimati conferenzieri troviamo Ueli Maurer, consigliere federale e capo del Dipartimento federale delle finanze, nonché Anders Fogh Rasmussen, ex segretario generale della NATO ed ex primo ministro danese. Il rilancio della politica di riarmamento/investimenti va di pari passo con la stigmatizzazione di coloro che difendono la smilitarizzazione del paese (compresa l’abolizione dell’esercito). Brupbacher, ben spalleggiato dalla consigliera federale della difesa Viola Amherd, non esita, sfruttando appieno la situazione, a “invitare” GSsA, Verdi e PS «a sospendere immediatamente la loro raccolta di firme per l’iniziativa contro una difesa aerea credibile e a non più intralciare l’acquisto di aeri da combattimento [F35]».

Meno lacci e opposizione politica nei confronti dell’industria bellica

Il secondo punto del programma di richieste di Swissmem riguarda le condizioni politiche e materiali necessarie al rafforzamento e al nuovo sviluppo delle forze produttive dell’industria militare e di sicurezza svizzere.

Questa rivendicazione mira a garantire all’industria nuove entrate da una parte e, dall’altra, a ridurre le politiche di contenimento di questa produzione mortifera anche se altamente redditizia. L’invasione dell’Ucrania e la sua mancanza di armamenti sono la prova oggettiva del bisogno di avere un’industria della sicurezza (eufemismo) nazionale e autonoma. Per questo bisogna foraggiarla attraverso la corsa al riarmo ma anche combattendo il peggioramento delle condizioni di produzione dovuto alle campagne critiche, sia politiche che finanziarie, nei confronti di questa stessa industria.

Secondo Brupbacher la Svizzera in questo campo dispone di imprese con grandi capacità produttive ma che rischiano di abbandonare il paese. Questo perché «da un lato, esportare le loro merci è sempre più difficile, anche se il mercato svizzero è troppo piccolo per sopravvivere. D’altra parte, una perdita di valore aggiunto si sta insidiando. Un esempio eclatante sono i cosiddetti prodotti finanziari “Finanze responsabili” della banca statale ZKB, da cui sono esclusi tutti i produttori di armi e munizioni e le aziende con un fatturato superiore al 5% nel settore della difesa»[5]. Per Brupbacher e consorti, si tratta di bloccare l’azione di delegittimazione politica e sociale che da diversi anni si sta concentrando sull’industria delle armi, creando anche ostacoli materiali, legali e finanziari. Ovviamente l’attuale situazione di guerra deve essere sfruttata al massimo per permettere la realizzazione degli interessi economici dell’imperialismo elvetico… Con quel cinismo che è il tratto caratteristico della grande borghesia svizzera e del suo personale dirigente, Brupbacher spiega l’esigenza, sempre più urgente, di assicurare la massima capacità d’azione all’industria delle armi: il conflitto in atto rilancerà su scala internazionale una nuova corsa al riarmo, perciò « c’è bisogno di condizioni quadro più appropriate per l’industria della sicurezza e per l’uso di accordi sulle armi per importanti affari compensativi per la tecnologia della sicurezza. Un dibattito politico su questo tema è necessario»[6]. Detto altrimenti: Consiglio federale e Parlamento sono chiamati ad accogliere le richieste del padronato dell’industria dei macchinari, delle apparecchiature elettriche e dei metalli.

Una neutralità che non intralci gli affari dell’imperialismo elvetico

Il terzo elemento avanzato da Swissmem rinvia ai cambiamenti parziali intervenuti in materia della politica di neutralità storica della Svizzera. A scontentare in particolare il padronato, e soprattutto quello dell’industria, è la ripresa integrale delle sanzioni dell’Unione Europea e degli USA nei confronti degli oligarchi russi e delle loro società. E ciò per questioni eminentemente pratiche: «così è chiaro che le macchine high-tech a doppio uso difficilmente saranno approvate per i conglomerati russi [a causa delle sanzioni]».

Le sanzioni significano chiusura di mercati e, quindi, mancata possibilità di realizzare profitti. Per l’economia svizzera di esportazione, il mercato russo continua a restare tutto sommato marginale. Sul periodo 2006-2020, la media annua di merci esportate verso la Russia è stata di 2,682 miliardi di franchi. Nel 2020, la parte delle merci esportate verso questa destinazione rappresentava un rachitico 0,93% delle esportazioni totali del capitalismo svizzero[7]. Invece, sul fronte dell’industria delle armi la situazione si presenta diversa. Per quel riguarda l’esportazione di “beni a duplice impiego e di beni militari speciali”, la Russia, dal 2014, costituisce indubbiamente un mercato in crescita, con una media del 6,6% delle esportazioni[8]. È perciò palese il malcontento di Swissmem nei confronti delle sanzioni alla Russia, definite “comprensibili ma sbagliate”.

I padroni dell’industria metalmeccanica preferirebbero un ritorno alla neutralità classica, quella che non prende sanzioni ma offre servigi di mediazione, così da garantirsi aperti tutti i mercati. A far soffrire ancora di più i capitani d’industria è la possibilità, considerata l’evoluzione dei rapporti bellicosi fra i vari imperialismi, che possano diventare realtà, in un prossimo futuro, anche sanzioni magari contro la Cina, un mercato senza comune misura rispetto alla Russia per gli interessi del capitalismo svizzero. Per questo è necessario ritornare alla classica neutralità elvetica, così comoda e così redditizia.

C’è anche una guerra contro le lavoratrici e i lavoratori che continua…

La conclusione del vademecum di Swissmem va citata integralmente talmente è chiara, esplicita, nei suoi obiettivi fondamentali: «i prossimi anni saranno difficili. Nella competizione sistemica con gli autocrati, l’Occidente dovrà tornare ai suoi punti di forza come la libertà, l’imprenditorialità e l’innovazione.  L’importanza della globalizzazione come forza motrice della prosperità e della pace globale (Montesquieu) è quindi centrale. Solo in questo modo l’Occidente recupererà la concorrenza sistemica. Allo stesso tempo, l’Europa e la Svizzera dovranno aumentare considerevolmente i propri sistemi di difesa per rimanere credibili. E infine, la diplomazia svizzera è chiamata a ritrovare il suo ruolo storico di mediatore in modo innovativo dietro le quinte»[9]. La risposta, dunque, in questo contesto mondiale dominato dallo scontro militare ed economico fra le principali potenze imperialiste, richiederà, per salvaguardare la posizione dell’economia svizzera in seno alla divisione internazionale del lavoro e la possibilità di continuare a organizzare la captazione su larga scala del plusvalore, un ulteriore innalzamento del livello di competitività delle imprese elvetiche, partendo dal mercato interno. E ciò non potrà che significare un aumento generalizzato del tasso di sfruttamento al quale sarà sottoposta la forza-lavoro impiegata dentro i confini nazionali, accompagnato da un peggioramento della ripartizione della ricchezza sociale – in particolare attraverso la leva fiscale – che tenderà a favorire ulteriormente le imprese e i possidenti; determinando in questo modo un nuovo ridimensionamento delle spese sociali, aggravato con tutta probabilità dall’aumento delle spese generali per il riarmo quale corollario del rilancio della politica di sicurezza interna.

Questo, con tutta probabilità, è lo scenario futuro che ci aspetta perché la grande borghesia, per difendere i propri interessi, non smette neppure per un giorno, neppure davanti a una catastrofe umanitaria, di condurre la sua guerra permanente contro coloro che sono costrette e costretti a vendere la propria forza lavoro per sopravvivere, dentro e fuori i confini svizzeri.


[1] Legge federale sul controllo dei beni utilizzabili a fini civili e militari, dei beni militari speciali e dei beni strategici, articolo 3.

[2] Stefan Brupbacher, Expulsion du paradis de la paix en Europe, 26.02.2022. Cfr. https://www.swissmem.ch/fr/actualites/vision-detaillee/expulsion-du-paradis-de-la-paix-en-europe.html

[3] Stefan Brupbacher, Expulsion du paradis de la paix en Europe, 26.02.2022.

[4] https://www.industrietag.ch/Swissmem/industrietag l’Industrie Swissmem 2022 (industrietag.ch)

[5] Stefan Brupbacher, Expulsion du paradis de la paix en Europe, 26.02.2022.

[6] Stefan Brupbacher, Expulsion du paradis de la paix en Europe, 26.02.2022.

[7] L’apice è stato raggiunto nel 2008, quando le esportazioni in direzione della Russia hanno raggiunto l’1,47% delle esportazioni totali.

[8] Nel 2020, queste esportazioni specifiche hanno raggiunto l’8,07% del totale. Fonti: SECO – Segreteria di Stato dell’economia, Maîtrise des armements et politique de la maîtrise des armements (Matériel de guerre) / Amministrazione federale delle dogane AFD / Ufficio federale della statistica.

[9] Stefan Brupbacher, Expulsion du paradis de la paix en Europe, 26.02.2022.

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