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Già in altri recenti commenti avevamo messo l’accento sui ritardi dell’azione sindacale nel rispondere ad un aumento dei prezzi al consumo (e alla diminuzione del potere d’acquisto dei salari) che si era già palesata ben ancor prima dell’aggressione guerresca di Putin all’Ucraina.

Basti pensare che l’indice nazionale dei prezzi al consumo (che, tra l’altro, traduce solo parzialmente l’aumento del costo della vita) aveva fatto segnare a novembre (indice che di solito “fotografa” fedelmente, al di là delle variazioni stagionali, l’evoluzione dei prezzi) un aumento annuale dell’1,4%.

Questa tendenza si è andata poi progressivamente confermando nei primi mesi del 2022.

Di conseguenza se a partire da gennaio i salari effettivi avessero voluto essere adeguati all’aumento del costo della vita misurato nel 2021 avrebbero dovuto essere adeguati perlomeno in una percentuale dell’1,5% e in modo generalizzato (cioè un aumento di tutti i salari individuali).

Questo avrebbe comunque rappresentato una perdita per i salariati, poiché l’adeguamento dei salari al costo della vita misurato nel corso dell’anno appena trascorso non permette di recuperare il potere d’acquisto perso retroattivamente, mese dopo mese.

Sappiamo, da questo punto di vista, che le forme migliori di difesa del potere d’acquisto sarebbero meccanismo di adeguamento mensili, vedi, al massimo, trimestrali.

D’altronde l’adeguamento dei salari e il versamento di quanto retroattivamente perso non è una pratica sconosciuta nemmeno alle nostre latitudini (senza voler scomodare l’esempio storico della scala mobile italiana in vigore fino agli anni ‘90): basti ricordare che ancora negli anni ‘80 ai dipendenti cantonali venivano versate indennità retroattive corrispondenti alla perdita di salario.

Di tutte queste cose, dei sistemi di calcolo del costo della vita, di aumenti salariali generali e non individuali sarà necessario ricominciare a parlare adesso che l’inflazione rischia di essere di nuovo protagonista del dibattito sui salari.

Ma, al di là di questo, appare necessario che il movimento sindacale, se vuole porre freno al proprio declino e recuperare un minimo di credibilità agli occhi dei salariati e delle salariate di questo paese, rimetta al centro della propria agenda la battaglia salariale. E, soprattutto, dia una continuità all’azione e alla mobilitazione su questo tema.

In altre parole: continuare con il frusto rituale della conferenza stampa in agosto, la manifestazione di sabato di settembre e poi i negoziati nel chiuso delle sale delle trattative è uno scenario che non porterà, come non ha portato negli ultimi anni, da nessuna parte.

La stagnazione dei salari, ormai più che decennale, di fronte ad un aumento vertiginoso di profitti, dividendi e utili aziendali è la testimonianza del fallimento di questo rituale che rinuncia, di fatto, a cercare di mettere in campo la forza dei lavoratori; forza che può esprimersi solo contestando – con la lotta diretta sui luoghi di lavoro – il potere padronale.

L’inflazione e le sue conseguenze sul poter d’acquisto dei salariati necessitano un cambio di passo e di paradigma. Riuscirà l’ormai debole e debile movimento sindacale di questo paese a darsi una mossa?          

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