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Pubblichiamo questo articolo di Santiago Alba Rico che, rispondendo ad alcune critiche emesse all’indirizzo di una sua precedente presa di posizione (L’Ucraina e la sinistra. Fatalismo geopolitico e storicismo morale * MPS – Movimento per il socialismo (mps-ti.ch), precisa alcune questioni oggi al centro del dibattito. (Red)

Ringrazio Aleardo Laría e Joan Pedro-Carañana per il dialogo sereno nelle loro critiche al mio articolo (L’Ucraina e la sinistra. Fatalismo geopolitico e storicismo morale – cfr. qui sopra il link). Non entrerò nel dettaglio delle loro osservazioni, alcune di valore, altre meno. Mi limiterò ad accettare due delle loro obiezioni, ad enumerare alcuni principi e a porre alcuni dilemmi.

Comincio con quello su cui hanno indubbiamente ragione. Sia Laría che Carañana rimproverano al mio testo una tendenza alla “semplificazione”. Questo è vero. Non posso negarlo. Negli articoli precedenti avevo illustrato alcuni dubbi dettagliati e alcune aporie sconcertanti per tutti; ma nell’articolo ora in questione, diretto contro la sinistra di cui faccio parte, il mio scopo dichiarato era proprio quello di semplificare. Semplificare in due direzioni: contro uno semplicismo di segno opposto (quella dei filorussi inequivocabili) e contro una complessità accecante (quella dei contestualizzatori rinchiusi nel contesto). Contro i primi, che chiamavo “Stalibani”, insistevo sulla difesa della legalità internazionale, come abbiamo fatto in Iraq, e sull’abbandono dei doppi standard tattici della guerra fredda. A differenza di questi ultimi, più sottili e quasi sempre onestamente preoccupati della situazione, invitavo a non dissolvere il presente (quello dell’aggressione russa e della sofferenza ucraina) in uno storicismo claustrofobico, le cui minuzie meccaniche – e spesso arbitrarie – contribuiscono a confondere la differenza tra pressione geopolitica e aggressione militare o, se volete, tra Versailles e Hitler. Questo eccesso di “contesto”, suggerivo, ha conseguenze politiche infelici nella misura in cui induce in qualche modo due percezioni fuorvianti: che la responsabilità della guerra è condivisa e che non è tanto un’invasione quanto un conflitto per procura tra la NATO e la Russia. Insomma, semplificava per affermare, allo stesso tempo, la responsabilità della Russia e l’esistenza dell’Ucraina, entrambe sfidate da Putin ma anche minate da coloro che considerano semplicemente gli ucraini come pedine passive o vittime collaterali della realpolitik, della NATO e degli USA. Stavo deliberatamente semplificando nel modo in cui, per esempio, fa il Diritto: contro coloro che vedono questo come una partita di calcio tra “noi” e “loro”, contro coloro che confondono le responsabilità in quadri così complessi o astratti (dichiarazioni di vicesegretari di stato nel 1967 o la crisi energetica globale) e così cancellano il presente e chiudono ogni via d’uscita verso il futuro. La mia semplificazione si chiamava, infatti, Diritto, un’invenzione umana di cui la sinistra ha spesso diffidato come strumentale o ipocrita, ignorando che, anche se inapplicata o malversata, ha materializzato alcune fragili vittorie dei più deboli contro la barbarie e introdotto nel mondo, come ci ricorda il grande giurista e narratore Philip Sands, “cambiamenti nella coscienza umana”, “immaginazione” e “speranza”.

È vero – e anche qui Carañana ha ragione – che il mio testo, con pochi riferimenti autoriali, sembra confondere la linea tra i due gruppi menzionati. Mi scuso se non mi sono preso la briga di segnare in rosso una differenza che la maggior parte dei lettori ha facilmente colto, così come hanno facilmente identificato quella parte della sinistra, evocata nell’articolo, che è il contrario – purtroppo – di un “uomo di paglia”. Come sappiamo, c’è un grande cluster stalibano, al di là dei gruppuscoli rossobruni, all’interno del Partito comunista, di Izquierda Unida e di Unidas Podemos, e molti altri nei governi e partiti latinoamericani; e c’è una moltitudine di sospetti contestatori che, in nome di Chomsky (e della pace!), dettano in qualche modo il pensiero mainstream della sinistra. Per quanto riguarda il nostro ammirato linguista e dissidente, penso che sia abbastanza capace di ascoltare una critica come quella rivoltagli da Yassin al-Haj Saleh e di modificare la sua posizione di conseguenza. 

Tale critica presuppone infatti l’innegabile impegno di Chomsky per la verità, un impegno che è di per sé un invito a non farsi intimidire dalla sua autorità intellettuale; lo critichiamo perché sappiamo che è tollerante e ricettivo, perché non solo apprezziamo la sua influenza globale ma ammiriamo anche il suo rigore, la sua onestà e la sua sensibilità. Ovviamente, né al-Haj Saleh né io penseremmo mai di includere Chomsky tra gli “stalibani”, con i quali si è confrontato per tutta la vita; ma il rimprovero ben argomentato che l’intellettuale siriano gli rivolge, a mio avviso, lo riguarda. Carañana, che a volte sembra rispondere più a lui che a me, ignora però la portata e il tenore dei suoi argomenti, limitandosi a richiamare l’attenzione su una sciocchezza un po’ contorta. Al-Haj Saleh non ha mai chiamato Chomsky “anti-americano”; al contrario, lo considera “troppo americano”. Tutti gli imperialismi, perché sono ingiusti e disumani, producono i loro dissidenti, e nessun imperialismo ne ha prodotto uno così coraggioso e lucido come Chomsky. Ma Chomsky è anche, se volete, come tutti gli altri, un prodotto dell’imperialismo statunitense, così come Bartolomé de Las Casas – per esempio – era un prodotto dell’impero castigliano. De Las Casas aveva i suoi punti ciechi, come Chomsky. De Las Casas giudicava il nuovo mondo dalla vecchia Castiglia cristiana, con i suoi pregiudizi di sangue puro; Chomsky, dice giustamente al-Haj Saleh, giudica il resto del mondo dagli Stati Uniti, il che lo porta a volte – ed è stato il caso della Siria – a considerare marginali o negoziabili le voci locali che, sbagliando o meno, rivendicano l’autonomia delle lotte e il diritto equivalente di tutti i soggetti politici a difendere la democrazia in qualsiasi parte del mondo, e questo indipendentemente dalla loro iscrizione nello scacchiere della realpolitik globale.

Se crediamo che costoro abbiano torto, è nostro dovere rivolgerci a loro per convincerli che hanno torto. La questione va oltre l’intellettuale americano. Perché questo è un punto cieco, temo, che tutti condividiamo. Mi riferisco al fatto che i dibattiti di questi giorni – come quello in questione – si svolgono “tra di noi”, nell’ecosistema della sinistra occidentale. Che al-Haj Saleh critichi Chomsky offende Carañana, offende un po’ tutti noi, perché Saleh ci parla dall’esterno e osa censurare il nostro totem; difficilmente troviamo in questi giorni nei media progressisti articoli, manifesti o dichiarazioni della sinistra ucraina e russa, le cui opinioni dovremmo, al contrario, cercare con vigore e interesse. Il vecchio internazionalismo della guerra fredda ha finito per imporre le strategie del Komintern nelle province; oggi l’internazionalismo è morto, non ascoltiamo nemmeno le voci dei nostri pari sul terreno. Quelli di noi che credono che anche le vittime abbiano i loro punti ciechi dovrebbero cercarli e interrogarli, non necessariamente, invertendo la vecchia logica coloniale, per accettare le loro analisi e richieste senza resistenza, ma per essere non solo solidali con loro, ma anche per discutere insieme una strategia comune di uscita dalla crisi. Non facciamo né una cosa né l’altra; non siamo né politicamente solidali né intellettualmente internazionalisti. Ci facciamo la morale, come dice Carañana, senza uscire dal nostro guscio etnocentrico, oscillando tra la denuncia ostentata e il sospetto autocompiaciuto. Siamo troppo sospettosi per la solidarietà; siamo troppo saggi per l’internazionalismo. E li consegniamo – solidarietà e internazionalismo – alla UE e alla NATO, il che ha l’inestimabile vantaggio che finiscono per darci ragione sul carattere interventista delle nostre cattive istituzioni occidentali.

Dato che, in ogni caso, i miei ultimi testi sembrano essere fuorvianti, vorrei chiarire brevemente la mia posizione, nella misura in cui riesco a fare luce da solo nella mia testa. Cercherò di farlo esponendo due principi – la parte semplice – e tre dilemmi – la parte complessa.

Il primo principio è quello della responsabilità: questa guerra era evitabile? Sì, lo era. La Russia, infatti, avrebbe potuto evitarlo. La NATO, è vero, avrebbe potuto evitare l’allargamento a est; l’Ucraina avrebbe potuto evitare di chiedere un’adesione all’Alleanza che non è mai stata concessa; gli Stati Uniti avrebbero potuto evitare di tirare le orecchie all’orso imperiale russo; l’UE avrebbe potuto evitare divisioni interne e dipendenze energetiche; e gli elettori europei avrebbero potuto evitare, in generale, di votare contro i propri interessi. Ma la guerra avrebbe potuto essere evitata solo dalla Russia, che l’ha scatenata.

Il secondo principio ha a che fare con il legittimo diritto all’autodifesa del popolo ucraino e quindi con il pacifismo. Un recente tweet di una donna ucraina l’ha detto in modo succinto: “Se la Russia smette di combattere, non c’è più guerra; se l’Ucraina smette di combattere, non c’è più Ucraina”. Il pacifismo è un mezzo di lotta, non un’inibizione equidistante o un espediente di capitolazione. Dobbiamo sostenere la resistenza pacifica nelle città già occupate dell’Ucraina; dobbiamo sostenere il pacifismo rischioso della sinistra russa; dobbiamo sostenere il pacifismo attivo di papa Francesco – sempre messo a tacere – perché, nonostante il suo fallimento con il patriarca Kirill, è l’unico che ha l’autorità per mediare senza allineamenti precedenti. Ma anche la resistenza armata degli ucraini, vittime di un’invasione militare, deve essere sostenuta finché non decidono di arrendersi.

Da qui in poi, ci sono dilemmi.

Il primo ha a che fare con un fatto che tutti noi condividiamo. Più a lungo dura la guerra, più armi vengono consegnate agli ucraini e più gli europei diventano guerrafondai, più è probabile che la guerra si estenda al resto dell’Europa e porti a un confronto nucleare. Questo è un fatto. Ma ce n’è un altro collegato ad esso. Perché il paradosso è che, allo stesso tempo, solo se gli ucraini resistono, i russi accetteranno di negoziare. Questo è un principio elementare di realpolitik che sono stupito di constatare che è ignorato da coloro che hanno sempre insistito sul fatto che “le relazioni internazionali sono governate dalla forza, non dal diritto”, le stesse persone che ora improvvisamente vogliono lasciare gli ucraini indifesi in nome della pace mondiale. Perché la Russia dovrebbe negoziare se può vincere? Solo i negoziati possono porre fine alla guerra, sì, ma i negoziati stessi, a loro volta, possono essere solo il risultato di nuovi rapporti di potere stabiliti nel teatro di guerra. Non si può continuare a lottare e non si può smettere di lottare. Questa è la maledizione delle guerre di conquista ed è per questo che il più grande crimine è scatenarne una. Quelli di noi che credono nel diritto sono rassegnati ad accettare che, a certe condizioni, il diritto può essere imposto, ristabilito o rivisto solo impedendo militarmente all’aggressore militare di vincere: a condizione, naturalmente, che gli ucraini – che non possono essere costretti né a combattere né ad arrendersi – lo decidano. È normale, invece, che gli ucraini serrino i ranghi intorno al loro governo e chiedano un aumento degli aiuti militari che noi, invece, giudichiamo eccessivi o pericolosi. Il vantaggio di quelli di noi che non sono obbligati ad essere né pacifisti né soldati è questo: possiamo essere d’accordo con gli ucraini senza farci illusioni su Zelensky né su coloro che, nel proprio interesse e quasi sempre irresponsabilmente, gli forniscono aiuti dall’esterno. Dovremmo usare questo vantaggio per mettere in guardia, come facciamo, sul pericolo dell’escalation delle armi (quante armi? quali? dove?) ma anche per contestare il monopolio della solidarietà ai nostri governi. I palestinesi e i saharawi si sentono abbandonati dagli stati e sostenuti dalle sinistre; è vero il contrario per gli ucraini. Per quanto riguarda i siriani, sono abbandonati da tutti.

Il secondo dilemma, un’estensione del precedente, è ancora più inquietante. Perché se i russi arrivano improvvisamente alla conclusione che non possono vincere questa guerra, che è considerata una “questione esistenziale” (una specie di lebensraum, unospazio vitale, putiniano), c’è il rischio non trascurabile che la Russia, invece di cedere, finisca per ricorrere alle armi nucleari. Una Russia forte è pericolosa per l’Ucraina; una Russia debole è pericolosa per il mondo. Un’altra ragione, si dirà giustamente, per negoziare. Senza dubbio. Ora questo è il terzo dilemma concomitante: negoziare con chi? Negoziare cosa? Cosa vuole la Russia? Prendiamo molto sul serio – e giustamente – le vecchie dichiarazioni di Albright, Brzezinski o Kaplan, ma non facciamo lo stesso con quelle di Putin, Lavrov, Medvedev o Karaganov. Non solo non ascoltiamo la sinistra locale, ucraina e russa, ma, contro ogni evidenza, attribuiamo alla Russia una razionalità geopolitica che il suo dichiarato progetto ideologico-imperiale smentisce. Non c’è nessuna buona ragione per pensare che la Russia sarebbe soddisfatta della neutralità dell’Ucraina e di uno status autonomo per il Donbass. L’idea che si debba offrire alla Russia una via d’uscita per evitare mali maggiori è certamente realistica e sensata; l’idea che la Russia chieda o desideri tale via d’uscita – che la UE e la NATO le negherebbero – non corrisponde, mi sembra, alla realtà. Almeno per il momento. Il male è che il prolungamento del “momento”, che è responsabilità della Russia, per merito della resistenza ucraina, rinnova all’infinito tutti i dilemmi e aggrava tutti i pericoli senza soluzione.

Dati questi principi e dilemmi, quali sono le nostre proposte?

In mancanza di risorse e di immaginazione, crediamo che sia sufficiente ripetere la parola “pace” tutte le volte necessarie perché perda tutto il suo significato. Lo perde, tra l’altro, perché coloro che la pronunciano con un solenne crisma morale non la dirigono contro l’attività guerrafondaia della Russia ma contro il presunto ardore bellico e il desiderio di vittoria degli ucraini, di quegli ucraini che questi “pacifisti” immaginano già prendere il sopravvento e distruggere Mosca con l’aiuto della NATO. Non so quanti generali o politici a Washington stiano sognando un tale scenario; sicuramente alcuni lo stanno sognando; ma so che è necessario inventarlo e anticiparlo per dare un senso al sontuoso pacifismo di quelli di noi che non sono in guerra. Si può essere pacifisti a Madrid solo se si considera la Spagna causa o complice della guerra; e si può chiedere alle istituzioni internazionali di assumersi la responsabilità dei danni causati dalla Russia – come ha proposto un recente manifesto – solo se si considera la Russia in qualche modo innocente della distruzione “naturale” dell’Ucraina. La mia fantasia può aver escogitato un “bersaglio fittizio”, ma ci sono molti editorialisti di sinistra che, con le migliori intenzioni del mondo, abituati come sono a pensare contro gli USA e la NATO, stanno difendendo in questi giorni un pacifismo vuoto che inverte involontariamente i ruoli: poiché la NATO non è interessata alla democrazia – cosa che nessuno può negare – è la NATO che sta attaccando la Russia; poiché gli ucraini vogliono la vittoria in una guerra che è stata loro imposta, sono gli ucraini che stanno invadendo Mosca. No, non è un bersaglio fittizio: è – come dice un amico – il passato-centrismo di tanti che non riescono a concepire la loro militanza o il loro prestigio senza la centralità dei vecchi nemici e senza l’eroica solitudine delle vecchie sinistre sconfitte.

Riconosciamo che la sinistra spagnola, incapace di mobilitare i cittadini, può fare ben poco. Può fare solo due o tre cose. Uno, non usare la guerra in Ucraina in modo partigiano per risolvere lotte intestine distruttive. Un’altra cosa è stare pubblicamente al fianco degli ucraini e della maggioranza sociale che li sostiene, in modo che nessuno possa trarre alcun vantaggio politico dalla nostra ambiguità o dal nostro elitarismo. Ancora un’altra è dare visibilità alle sinistre ucraina e russa che, in modi diversi e con risorse diverse, si oppongono all’invasione dell’Ucraina; questo include senza dubbio la resistenza non violenta a cui si riferiva Gerardo Pisarello in un recente articolo. Un altro – infine – è deliberare sul ruolo dell’Europa in un complesso contesto di guerra in cui, disunita e disorganizzata, ma più che mai necessaria, deve condividere il mondo con un impero fallito (la Russia), con un impero in declino (gli Stati Uniti) e con un impero in fieri (la Cina), tre pericolose potenze con cui si dovranno raggiungere accordi senza rinunciare ai propri valori. E tutto questo, ahimè, nel mezzo di una società globale che, in un certo senso, considera il diritto e la democrazia come persi o inutili – e cerca a malapena un tetto sulla testa, al riparo dalla pioggia, nella ristrettezza della realpolitik.

*articolo originale apparso sul sito ctxt.es il 25 aprile 2022

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