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Le dichiarazioni di María Jamardo, una giornalista spagnola radicale, nel corso di un programma di Telecinco hanno giustamente suscitato indignazione: “Né quelli che hanno bombardato erano così cattivi, né quelli che sono stati bombardati erano così buoni”, ha affermato  riferendosi al bombardamento nazista di Guernica nel 1937, un crimine invocato dal presidente ucraino nel suo discorso al Congresso dei Deputati dello Stato spagnolo il 5 aprile scorso. Zelensky, male informato, pensava di aver trovato un simbolo universale capace di suscitare l’immaginazione indignata di tutti gli spagnoli a suo favore; non sapeva che il nostro “battaglione Azov“, la Falange di Franco e i suoi attuali sostenitori, molto più numeroso del battaglione ucraino, giustifica ancora il colpo di stato di Franco ed è grato dell’aiuto tedesco contro i malvagi comunisti e i perversi separatisti baschi.

Ma quello che non sapeva nemmeno Volodymyr Zelensky era che le sue parole avrebbero sconvolto anche una parte della sinistra – che io chiamo estalibán, una contrazione tra stalinista e talebano – avrebbe considerato che le parole di María Jamardo, mostruose nel caso della Spagna, si potevano applicare anche alla Russia e all’Ucraina: quelli che bombardano, i russi, non sono così male e gli ucraini non sono così buoni. Inoltre, i russi sono in qualche modo i buoni, perché stanno bombardando i nazisti ucraini. Una parte della destra e una parte della sinistra sono d’accordo sul fatto che è accettabile bombardare i civili in un altro paese, quando le persone bombardate sono malvagie. Condividono la stessa visione nichilista del diritto internazionale e della legalità e non sono d’accordo sul contenuto del male da estirpare.

Questo argomento “stalibano” – moltiplicato nei tweet negli ultimi giorni – è uno dei proteiformi dispositivi, alcuni più intelligenti, altri più grezzi, utilizzati dalla sinistra per clonare spudoratamente la propaganda dell’aggressore russo. Non è che siano sempre propensi a credere alla propaganda di una potenza che invade; quando l’invasore erano gli Stati Uniti o la NATO, non gli hanno creduto, e giustamente. Non si può dare credito, lo sappiamo, a quello che dice un assassino; quindi se voglio credere alle sue parole, devo scagionarlo o attenuare il suo coinvolgimento nel crimine. Per potersi fidare della propaganda russa, bisogna alla fine, e come è successo in passato con la propaganda statunitense, invertire il rapporto vittima/assassino e attribuire la piena responsabilità di ciò che accade a colui che viene bombardato. Se dimostriamo che la colpa è degli ucraini, burattini della NATO e degli USA, allora possiamo credere e ripetere quello che dice il Cremlino.

Questa inversione di ruolo, eticamente infame, è la norma propagandistica dell’aggressione imperiale e l’abbiamo criticata in Iraq e in Afghanistan. Oggi, molte “sinistre” soccombono a questa norma e, tra negazione e contestualizzazione, non si fanno scrupoli nel contrastare il pensiero mainstream pro-ucraino con la propaganda mainstream pro-invasione. Gli omicidi di Bucha hanno scatenato un vero e proprio delirio. I giornalisti sul campo sono stati rimproverati per aver preso sul serio le testimonianze dei sopravvissuti e non aver parlato di “presunti crimini di guerra”, una caratterizzazione giuridica che, in effetti, alcuni vorrebbero estendere alla guerra stessa: “presunta” invasione russa, “presunti” bombardamenti in Ucraina, “presunto” assedio di Marioupol. La Russia non può fare ciò che le viene attribuito perché è la vittima; e quindi è anche la vittima della propaganda nemica.

Gli analisti “sottili” e gli stupidi pamphlet, i politici che si atteggiano a giornalisti e i pazzi “stalibani” condividono questo orizzonte fattuale, la matrice di tutte le loro somiglianze discorsive: se la Russia invade l’Ucraina, sono gli Stati Uniti che invadono l’Ucraina; se la Russia bombarda l’Ucraina, è la NATO che bombarda l’Ucraina. Non è quello che sta succedendo, ma il contrario. No, la negazione dell’Olocausto non può essere limitata ai massacri di Bucha. I massacri di Bucha possono essere negati non appena si nega alla radice l’aggressione di Putin e quindi le sue conseguenze. Se non fosse tragico, sarebbe strabiliante vedere così tante persone adulte, a volte ragionevoli, a volte anche simpatiche, trascinate da questo bisogno infantile di credere nella bontà o almeno nella legittimità del “nostro” criminale preferito.

E perché è “nostro”? Loro, i sostenitori di Putin, ci investono come rigurgiti della guerra fredda. Alcuni, anche molto giovani, soccombono all’illusione perché, nonostante l’alleanza di Putin con l’estrema destra globale, nonostante le dichiarazioni contro Lenin, vedono una continuità tra Putin e la rivoluzione bolscevica. C’è una brace sovietica che cova nella ribellione antisistema di una certa sinistra, così come c’è una brace di nostalgia franchista nella ribellione antisistema della destra spagnola. La maggior parte di loro soccombe, in ogni caso, perché continuano, in ultima analisi, a pensare, ancora, con anni di ritardo – di fronte all’inquietante pluralità del nuovo ordine mondiale – non più segnata dall’egemonia assoluta degli Stati Uniti e della NATO. La loro posizione rivela una sorta di etnocentrismo negativo e, di fatto, molto narcisistico: sono le nostre istituzioni occidentali che portano tutto il male nel mondo. Contro di loro, non solo sono ammessi tutti i mezzi, ma è ancora peggio: contro di loro, si finisce per considerare politicamente e socialmente superiori dittature atroci (si pensi, per esempio, a Bashar al-Assad) e imperialismi alternativi, come quello della Russia, il cui intervento criminale in Siria è stato trascurato o addirittura difeso come liberatore. Non si può escludere che se l’Arabia Saudita dovesse mai avvicinarsi troppo alla Cina e il regime teocratico di Riyadh, oggi amico degli Stati Uniti, venisse sfidato e messo sotto pressione dalla Casa Bianca, Mohammad bin Salman finirebbe per esserci presentato come simpatico e le lapidazioni atti rivoluzionari e progressisti.

Questa inversione di ruoli tra vittime e carnefici comporta di solito due espedienti cognitivi. Il primo è il fatalismo geopolitico, cioè la geopolitica ridotta a realpolitik. L’altro è lo storicismo morale, cioè la storia concepita come una guerra contro il male. Quest’ultima è quella che, da sinistra, riproduce la frase di Maria Jamardo: ammesso che l’Ucraina sia bombardata (cosa ancora da dimostrare!), in qualche modo se lo merita per la sua vicinanza all’UE, alla NATO e agli Stati Uniti; gli ucraini non sono così buoni come sembrano; non sono così buoni come ci dicono i media. Improvvisamente, la stessa sinistra che ha giustamente e temporaneamente messo da parte la critica alla sanguinosa dittatura di Saddam Hussein per concentrarsi nel condannare l’invasione statunitense dell’Iraq, sta ora diventando sofisticata e schizzinosa. Bisogna sapere se e fino a che punto l’Ucraina è una democrazia, scorrere la biografia di Zelensky, denunciare ogni gruppo nazista, ed essere molto sensibili – pur avendo solo pochi anni fa giustificato o minimizzato la tirannia del partito Baath in Siria – alla sospensione altrimenti ingiustificabile dei partiti politici in Ucraina. Dobbiamo essere moralmente intolleranti verso gli imperdonabili seppur isolati crimini di guerra dell’esercito ucraino, mentre le uccisioni e i bombardamenti russi e la stessa invasione russa dell’Ucraina sono considerati “presunti”.

Questa criminalizzazione della vittima è spesso inserita in un fatalismo geopolitico riassunto in un pensiero che, anche nei testi più ragionati e documentati, assume più o meno questa formula: “Questo è quello che succede quando si infila il dito nell’occhio del vecchio orso russo”. La stessa sinistra che considera legittimo e persino imperativo che l’America Latina si liberi dal tradizionale giogo degli Stati Uniti, che ha denunciato la Baia dei Porci e celebrato la vittoria cubana, che si indigna giustamente per ogni cambiamento di governo agli ordini Washington, accetta come un diktat della realpolitik il diritto della Russia ad avere un proprio “cortile di casa”. Una sorta di fatalismo meccanico ci costringe a considerare le conseguenze di mettere il dito nell’occhio dell’orso, cioè di non poter evitare i suoi artigli. Al contrario, dobbiamo rivoluzionariamente bucare il cappello del vecchio zio Sam e spennare l’aquila americana. Infilare un dito nell’occhio dell’Orso è riprovevole; strappare una piuma dal petto dell’Aquila è lodevole, legittimo, necessario, da celebrare. Come risultato della combinazione di queste due logiche – fatalismo geopolitico e storicismo morale – questo settore della sinistra non prende in considerazione i fatti perché non si aspetta mai che la storia produca fatti. 

Sa in anticipo quali popoli agiscono spontaneamente e quali sono manipolati dalla NATO e dagli USA; e sono sempre costoro a decidere, di conseguenza, quali popoli hanno il diritto di ribellarsi alla tirannia, interna o straniera, e quali devono sottomettersi alle necessità della lotta contro l’imperialismo USA. Così, decreta in anticipo che i fatti in Ucraina – il massacro di Bucha, per esempio – sono propaganda ucraina, mentre le parole della propaganda russa, in modo speculare, diventano fatti indiscutibili. L’invasore è la vera vittima e non mente; ed è per questo che riproduciamo e diffondiamo le sue versioni con la gioia mistica di chi, contro la bava del “pensiero dominante”, ha un accesso diretto e privilegiato alla verità.

Perché c’è anche molto elitismo in questa sinistra “stalibana” che ama avere ragione contro il senso comune e l’uomo comune, chiuso nelle viscere del sistema, cieco e scialacquatore. Questo elitismo è, nello spirito, lo stesso che, contro il “sistema”, abbiamo visto tra i negazionisti e i no-vax durante la pandemia. Non è quindi strano che qui si mescolino la destra e la sinistra, Javier Couso, (eurodeputato della Sinistra Unita Europea) e César Vidal (storico che ha partecipato alla versione spagnola del Libro Nero del Comunismo), Iker Jiménez (conduttore televisivo che mescola tutti i generi) e Beatriz Talegón (attualmente attiva nel movimento indipendentista catalano: Junts per Catalunya), quelli che credono che la terra sia piatta e gli antimperialisti. Come ho già avuto modi di scrivere, quando i comuni quadri istituzionali e mediatici di credibilità sono stati indeboliti, la massima incredulità diventa la soglia della massima credulità. Quando non si crede più in niente, si è sul punto di credere in tutto. Non abbiamo nemmeno una menzogna comune, quindi la menzogna condivisa dal minor numero di persone è quella che troviamo più accettabile e quindi più vera. Il web offre migliaia di nicchie per soddisfare questo disperato desiderio di “distinzione”. Nel caso della “sinistra”, questo atteggiamento è più doloroso e meno giustificabile, perché il suo elitismo cognitivo, frutto della sua impotenza a intervenire politicamente, aggrava questa impotenza tagliandosi fuori dalle “masse” che vorrebbe attirare. I suoi seguaci si isolano nella “ragione” di fronte al mondo e, in questo modo, oltre ad essere irragionevoli, diventano politicamente inutili. O addirittura pericolosi.

Il fatalismo geopolitico e l’elitismo paranoico, che sono fonti incrociate della stessa sindrome, finiscono per negare l’autonomia, la volontà e la capacità di agire degli altri. Loro, che “sanno”, non possono fare nulla; gli altri, che fanno qualcosa, sono solo pedine del male sulla scacchiera geostrategica. Essi collocano così le loro ruminazioni negative permanenti in un contesto in cui la politica è assente. E si rassegnano a delegare la loro ragione impotente all’azione suppletiva di qualsiasi potere sufficientemente distruttivo da sconvolgere l’ordine mondiale stabilito. Così, le stesse “sinistre” che difendono, a livello locale, il diritto alla sovranità, lo negano a livello internazionale agli Ucraini, ai quali si chiede, in nome del pacifismo, di sottomettersi al potere del più forte, purché non sia americano. L’antioccidentalismo egocentrico è sospettoso di qualsiasi emancipazione che non passi attraverso gli stampi antimperialistici della vecchia sinistra, che continua a pensare e a pensare il mondo, come diceva Marx di Don Chisciotte, “a misura di un ordine che non esiste più”. Questo è già successo in Siria, come spiega il grande Yassin al-Haj Saleh, uno dei nostri più grandi intellettuali, comunista, imprigionato per sedici anni nelle carceri della dittatura e ora esule in Turchia, in uno straordinario articolo in cui critica persino la posizione del pur ammirato Noam Chomsky per la sua cecità etnocentrica [articolo pubblicato il 15 marzo 2022 su New Lines Magazine]. L’ossessione per gli Stati Uniti in un mondo caotico, dove il male si è frammentato, decentralizzato ed emancipato dal monopolio statunitense, sottolinea giustamente, per esempio, la potenza della NATO, ma sottovaluta come subordinati, sussidiari o inoffensivi altri pericoli – alla democrazia e alla libertà dei popoli – che tuttavia determinano il destino individuale e collettivo di una gran parte del pianeta. Chomsky, naturalmente, non si fa illusioni su Putin, al contrario. Ma la sua nevrosi antiamericana lo ha portato ad abbandonare coloro che in Siria hanno puntato tutto sulla lotta e, in molti casi, hanno perso la vita combattendo la dittatura; e a mantenere la tesi secondo cui in Ucraina l’invasione russa è in qualche modo una risposta automatica all’accerchiamento della NATO.

Contestualizziamo e contestualizziamo e contestualizziamo; e sospettiamo e sospettiamo e sospettiamo e sospettiamo. E a forza di contestualizzare e sospettare, dissolviamo la responsabilità russa in una guerra perpetua tra mali equivalenti, un conflitto magmatico interimperialista, una crisi capitalista impersonale, una conseguenza “naturale” del declino civile, e così via. Siamo così preoccupati dalla storia e dalle “strutture” che includiamo la decisione di Putin di invadere un paese sovrano e causare migliaia di morti e milioni di rifugiati. Se era logico invocare la legalità internazionale contro l’invasione dell’Iraq, è logico invocarla contro l’invasione dell’Ucraina. Se è ancora logico distinguere tra negoziati, pressioni, sanzioni e aggressioni militari, è logico denunciare la Russia di Putin come unica responsabile di una nuova situazione in cui la pace mondiale e la sopravvivenza del pianeta, così come la vita di ucraini e russi, sono tragicamente in pericolo. Qualsiasi ragione Putin potesse avere contro la NATO è stata abbandonata nel momento in cui il suo esercito ha attraversato il confine ucraino e con esso la linea tra movimento geopolitico e aggressione armata. Non ci sono automatismi nella storia. La NATO è responsabile della cattiva gestione della vittoria nella guerra fredda, proprio come le potenze europee hanno gestito male la sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale. Ma gli Ucraini non sono più vittime della NATO di quanto gli ebrei lo fossero del Trattato di Versailles. Inoltre, è terribile da dire, ma Putin ha dimostrato che attualmente non c’è alternativa alla NATO. La sinistra europea dovrebbe pensare a proposte per il futuro invece di predicare un pacifismo che ha molto senso in Russia, contro la decisione del loro governo di andare in guerra, ma che in Ucraina significa sottomissione e capitolazione. Gli Ucraini hanno deciso di non arrendersi e nessuno, mi sembra, dovrebbe biasimarli.

La sinistra non solo perde la possibilità di simpatizzare, contro Vox e a fianco di una maggioranza ragionevole, con una causa giusta. Perde anche l’opportunità di criticare l’Europa per ciò che merita di essere criticato: la sua lenta “putinizzazione”, in direzione di un autoritarismo crescente, di cui anche le istituzioni sono in gran parte responsabili. Come ho detto prima, l’Europa non ha né gas né petrolio ed è quindi tragicamente dipendente da fonti sempre più insicure. Ha solo “valori”, “pratiche”, “modelli di intervento politico” che sta rapidamente perdendo senza peraltro averli mai consolidati del tutto. Si è spesso tradita all’estero sostenendo interventi economici o militari sciagurati, o chiudendo le sue frontiere a migranti e rifugiati, al punto che per gran parte del mondo, immerso in una crisi senza precedenti, non è più un esempio da seguire.

Ma d’altra parte, è anche successo che questo mondo diffidente e antidemocratico è penetrato in Europa. Putin aveva già invaso furtivamente l’UE attraverso i partiti di estrema destra, che in Ungheria, Francia, Italia e Spagna godono di molto più sostegno delle loro “confratelli” ucraini. In questa difficile situazione, il nostro compito deve essere quello di “denazificare” l’Europa dall’interno approfondendo la democrazia, cioè con politiche sociali, civili ed economiche che consolidino e rafforzino i nostri diritti democratici. Se non spingiamo per una UE più giusta, più democratica, più indipendente, più verde e più ospitale, non importa se Putin perderà la guerra in Ucraina, perché l’avrà vinta in Europa.

Questo è il paradosso: un’invasione è diventata una guerra grazie alla resistenza ucraina. È una guerra di indipendenza. È prioritario evitare che questa guerra coinvolga la NATO; è prioritario sostenere, difendere e garantire l’indipendenza dell’Ucraina. Il nostro bellicismo deve essere limitato dalla necessità di evitare il conflitto internazionale e lo scontro nucleare; il nostro pacifismo deve essere limitato dalla necessità di sostenere la giustizia e il diritto internazionale. Questo è il dilemma, credo, che la sinistra dovrebbe discutere, non se applaudire o meno Zelensky che parla in parlamento o se il battaglione Azov è composto solo da nazisti o comprende anche anarchici. O – per l’amor di Dio – se i sopravvissuti di Bucha stanno mentendo o no. Il dilemma è così grande, così pieno di pericoli e incertezze, così impegnativo per tutta la nostra intelligenza e serenità, che non dobbiamo essere colpevoli nell’offuscare l’unica cosa che per la sinistra, come per tutti, dovrebbe essere chiara: chi è l’aggressore e chi è l’aggredito. Chi dovremmo sostenere – almeno mentalmente – e chi dovremmo condannare.

*filosofo e scrittore spagnolo, vive da alcuni decenni in Tunisia. Questo articolo è apparso sul sito ctxt.es

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