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Mentre il popolo ucraino sopporta il peso mortale dell’invasione russa, le onde d’urto di questa guerra minacciano di esacerbare altre crisi nel mondo. Prima che iniziasse l’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin, l’emergenza allora più pressante – il riscaldamento del clima della Terra – è diventata oggi ancor più pressante. La ragione è semplice: la corsa alla produzione di petrolio e gas indotta dalla guerra ha pesantemente compromesso gli sforzi per ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

Il segretario generale dell’ONU António Guterres l’ha affermato senza ambiguità in un forte discorso lo scorso 21 marzo, in cui ha criticato i dirigenti del mondo intero che si preoccupano di reperire ancora più petrolio e gas. «I paesi potrebbero essere così assorbiti dal deficit immediato di approvvigionamento in combustibili fossili a tal punto da trascurare o far fallire le politiche tese a ridurre l’uso dei combustibili fossili», ha detto, aggiungendo: «Questa è una follia». Ha ricordato il legame tra il consumo ossessivo di combustibili e il punto finale verso il quale l’attuale scontro tra potenze mondiali potrebbe spingerci, usando un termine particolarmente agghiacciante tipico della prima guerra fredda. «La dipendenza dai combustibili fossili è», ha avvertito, «una distruzione reciprocamente garantita».

Ha ragione. In questo momento di follia, siamo confrontati a minacce di primo livello sempre più intrecciate, e non possiamo continuare a guardare dall’altra parte. Per ottenere una protezione mutualmente garantita contro il riscaldamento globale e la guerra mondiale, l’umanità dovrà eliminare il più rapidamente possibile petrolio, gas naturale e carbone dalla nostra vita quotidiana, una prospettiva che il disastro ucraino sembra rendere ogni giorno meno probabile.

Per limitare i rischi climatici, bisogna ridurre i pozzi

Quando l’invasione russa dell’Ucraina ha fatto salire il prezzo del barile di petrolio a tre cifre, le compagnie di combustibili fossili e i loro amici nel governo degli Stati Uniti, sempre alla ricerca di opportunità redditizie nel caos del mercato, hanno reagito come previsto.

I gruppi economici del petrolio e del gas dell’Alaska, del Nord Dakota, dell’Ohio, della Pennsylvania e del Texas si sono affrettati a chiedere ancora meno regolamentazioni e più investimenti nei loro settori d’attività. Il presidente texano del settore petrolifero ha dichiarato che i consumatori, i quali ora devono affrontare forti aumenti di prezzo alla stazione di benzina, stanno «subendo le ripercussioni della cancellazione dei progetti di oleodotti, dei ritardi nei permessi e dello scoraggiamento di qualsiasi altra prospezione supplementare». Chiede quindi che l’industria sia liberata. Su questo punto, i repubblicani del Congresso sono assolutamente d’accordo. In un intervento pubblicato su CNBC, il capo della minoranza della Camera dei rappresentanti e candidato alla presidenza della Camera, Kevin McCarthy, ha invitato ad accelerare le esportazioni di gas naturale liquido verso i paesi della NATO, a rilasciare permessi di perforazione che il ministero dell’Interno sta bloccando dallo scorso anno, e «ad approvare immediatamente progetti come l’oleodotto Keystone XL» che il presidente Joe Biden ha praticamente annullato revocando un permesso transfrontaliero fondamentale..

Il collega repubblicano di McCarthy, Bill Cassidy della Louisiana, ha fatto meglio. Ha chiesto il lancio di una «Operation Warp Speed [un’operazione pubblica-privata di produzione del vaccino] per la produzione nazionale di energia». Questa sarebbe probabilmente modellata sul programma 2020 finanziato dal Congresso per stimolare lo sviluppo del vaccino Covid-19.

E non ci sono solo i repubblicani. La nuova corsa verso il petrolio è notevolmente bipartisan. I senatori Marco Rubio (repubblicano, Florida) e Joe Manchin (democratico, Virginia-Occidentale), agendo entrambi separatamente, hanno dichiarato che il petrolio e il gas naturale sono doni di Dio e che egli ci ha costretti a estrarli e usarli in modo perpetuo. E poi c’è l’amministrazione Biden. Parlando a una tavola rotonda sull’energia pulita a Houston lo scorso maggio, la segretaria di Stato all’energia Jennifer Granholm ha detto molte cose corrette sul degrado del clima e sui combustibili fossili. Ma solo 10 mesi dopo, con il boicottaggio del petrolio russo che già cominciava a pesare sull’economia, è tornata a Houston e ha implorato i dirigenti del settore petrolifero e del gas ad aumentare la loro produzione a livelli record. Allo stesso tempo, Jen Psaki, la portavoce della Casa Bianca, ha esortato queste stesse compagnie a usare le migliaia di nuovi permessi di perforazione che l’amministrazione ha rilasciato per «tirare fuori più petrolio dal terreno» da subito!

Tre giorni prima delle osservazioni di Antonio Guterres, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) aveva pubblicato un piano in 10 punti per risolvere il problema dell’approvvigionamento petrolifero, un antidoto benvenuto alle sempre più insistenti politiche “drill, baby, drill” (“perfora, baby, perfora”) sostenute dai responsabili americani. In questo piano, l’AIE, un’istituzione che nessuno potrebbe confondere con un gruppo di attivisti del clima, raccomanda di diminuire la velocità di circolazione, di aumentare gli accordi per il lavoro da casa, di offrire ulteriori incentivi all’uso della bicicletta, di camminare o di usare i trasporti pubblici, d’introdurre domeniche senza auto nelle città, di aumentare il car-pooling, di espandere la ferrovia e di ridurre i viaggi in aereo (comprese le riduzioni importanti di viaggi di affari in aereo), così come altre politiche di risparmio energetico.

Meglio ancora, la maggior parte delle misure potrebbero essere messe in atto con effetto immediato. Se fossero applicate, gli esperti dell’AIE stimano che «le economie avanzate potrebbero da sole ridurre la domanda di petrolio di 2,7 milioni di barili al giorno nei prossimi quattro mesi». Ciò sarebbe superiore alle esportazioni di petrolio della Russia prima dell’embargo e contribuirebbe a mantenere l’equilibrio fra l’offerta e la domanda mondiali nel contesto della guerra in Ucraina. Ma anche questo non sarebbe sufficiente, visto quello che sta già accadendo su questo pianeta. Affinché il mondo ricco riduca le sue emissioni di gas a effetto serra in maniera sufficientemente rapida e strutturale per permetterci di salvarci dalla catastrofe climatica, le politiche governative dovrebbero andare ben oltre le misure contenute nella lista dell’AIE.

Sfortunatamente, decenni di tergiversazioni hanno ridotto talmente lo spettro delle nostre opzioni per evitare la catastrofe climatica che l’umanità è ormai confrontata alla necessità di un’eliminazione molto più radicale dei combustibili fossili, e questo il più rapidamente possibile. In effetti, le attuali turbolenze dei mercati globali del petrolio e del gas rendono quello attuale un momento ideale per iniziare a ridurre l’uso dei combustibili fossili a zero sulla base di un calendario accelerato, garantendo allo stesso tempo un accesso universale ed equo a un’energia a prezzi accessibili (e, col tempo, sempre più rinnovabile).

Sfortunatamente, il 117° Congresso USA [la legislatura va da gennaio 2021 a gennaio 2023], già messo male, si è dimostrato incapace di adottare una legislazione efficace sul clima e quindi non adotterà certamente l’eliminazione progressiva dei combustibili fossili. Si potrebbe pensare che l’attuale convergenza di disastri – una terribile guerra in Europa, la nostra dipendenza paralizzante nei confronti dei combustibili fossili, un clima globale sempre più sregolato e un peggioramento dell’ingiustizia e delle disuguaglianze nel mondo – dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti noi. Ma non lo è. Il futuro politico degli Stati Uniti è tutt’altro che luminoso, con la possibilità che i repubblicani conquistino il Congresso nel 2022 [nelle elezioni di metà mandato di novembre] e la Casa Bianca nel 2024.

Il dominio dell’industria dei combustibili fossili sull’economia non fa altro che crescere

Alcune personalità statunitensi del movimento per il clima suggeriscono che il modo più efficace di reagire alla guerra in Ucraina e al conseguente aumento dei prezzi del petrolio e del gas naturale dovrebbe essere, prioritariamente, quello di accelerare lo sviluppo della capacità di produzione di energia rinnovabile nel paese e del processo di elettrificazione che l’accompagna. Pur riconoscendo l’evidenza – i parchi eolici e solari costruiti oggi non salveranno vite ucraine né proteggeranno la società statunitense dagli shock economici attuali o futuri – essi affermano che una tale mobilitazione di energie rinnovabili potrebbe almeno ridurre la nostra dipendenza a lungo termine da petrolio, gas e carbone. In questo processo, aggiungono, ciò rafforzerebbe la nostra posizione contro i petro-Stati corrotti e violenti come la Russia e l’Arabia Saudita, riducendo così la probabilità di future guerre per il controllo delle risorse.

Purtroppo, nel nostro mondo, si tratta del classico argomento che mette il carro davanti ai buoi. Sono necessari aumenti significativi della capacità di energia rinnovabile per permetterci di ridurre l’uso dei combustibili fossili, ma non si può contare su queste energie rinnovabili per provocare questa riduzione in tempo utile. Non c’è nessuna ragione di credere che tali aumenti della capacità di produzione di elettricità verde funzioneranno abbastanza rapidamente grazie alle forze di mercato per scacciare i combustibili fossili fuori dalla produzione di elettricità, dai trasporti, dall’industria, dall’agricoltura e dalla costruzione.  La storia e la ricerca scientifica mostrano che quando tali transizioni sono lasciate al mercato, le nuove fonti di energia servono principalmente ad aumentare l’offerta totale di energia, non a sostituire le vecchie fonti.

La crisi climatica ha già raggiunto un punto in cui i combustibili fossili devono essere eliminati dall’approvvigionamento energetico molto più velocemente di quanto i nuovi sistemi energetici su larga scala possano essere sviluppati. Il ritmo necessario dell’eliminazione progressiva è sconcertante. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha stimato che le emissioni globali di gas serra devono essere ridotte dell’8% all’anno, a partire da ora, se si vuole mantenere il riscaldamento globale a livelli ragionevolmente tollerabili (anche se ancora troppo alti). Infatti, per raggiungere l’equità mondiale, le nazioni ricche come gli Stati Uniti dovrebbero eliminare gradualmente i loro combustibili fossili ancora più velocemente, forse a un ritmo annuale del 10%.

Da quanto possiamo constatare, non ci sarà nessun modo di raggiungere questo tasso di riduzione accelerato senza eliminare rapidamente e direttamente per legge i combustibili fossili dall’economia. Solo a questo momento lo sviluppo delle energie rinnovabili, l’elettrificazione, l’efficienza e, soprattutto, la drastica riduzione dell’inutile produzione di armamenti militari potranno svolgere il loro ruolo cruciale nell’aiutarci a compensare il calo delle riserve di combustibili fossili.

Le politiche di questo tipo erano, naturalmente, assenti dall’agenda di Washington anche prima che tutti gli occhi si rivolgessero (come avrebbero dovuto fare) verso il sostegno agli ucraini, pur vigilando a non innescare una cascata di eventi che potrebbero portare alla Terza Guerra mondiale. Sfortunatamente, se l’Armageddon è effettivamente scongiurato e la guerra finisce con un mondo – a eccezione dell’Ucraina – più o meno identico a com’era prima, temiamo che il Congresso e la Casa Bianca abbiano ancora meno voglia di prima di eliminare progressivamente i combustibili fossili. È più probabile che questo episodio destabilizzante rafforzi ulteriormente il dominio dell’industria dei combustibili fossili sulla nostra economia, ciò che non farà che aumentare le emissioni di carbonio.

Tuttavia, è essenziale che nei prossimi anni quelli di noi che vedono la situazione così come realmente è, continuino a premere per un’accelerazione dell’eliminazione dei combustibili, perché un inizio tardivo sarà molto meglio rispetto a nessun inizio. I climatologi sottolineano che per ogni decimo di grado di riscaldamento potenziale che preveniamo, le generazioni future vedranno meno devastazione ecologica e meno sofferenza umana.

C’è un modo per uscire gradualmente? Ebbene…

Come cambierebbero la nostra economia e la nostra società se ci impegnassimo a eliminare gradualmente il petrolio, il gas e il carbone e ad adattarci alla diminuzione delle riserve di carburante in una maniera giusta ed equa? Riferendoci alla storia degli Stati Uniti, la quale ha dovuto affrontare penurie d’energia negli anni 1940 e 1970, così come al numero crescente di ricerche sulla limitazione dell’offerta, cercheremo di descrivere brevemente le politiche che permetterebbero di raggiungere questi obiettivi.

In primo luogo, poiché l’industria dei combustibili fossili non collaborerà mai veramente a un’eliminazione progressiva dei prodotti che vende con così tanto profitto, essa dovrebbe essere nazionalizzata. Non si tratta di una proposta così radicale come potrebbe sembrare a prima vista. In effetti, c’è una grande tradizione americana sulla questione delle nazionalizzazioni. In diverse occasioni in tempo di guerra, Washington ha preso il controllo di risorse e industrie critiche per aumentare la produzione di beni essenziali o per fermare una produzione indesiderata. Episodi di nazionalizzazione sono avvenuti anche in tempo di pace, come per esempio la ripresa di oltre 1000 istituti di risparmio e di credito durante la crisi finanziaria degli anni 1980.

In virtù della legge federale, l’industria dei combustibili fossili appena nazionalizzata potrebbe imporre limiti sul numero di barili di petrolio, metri cubi di gas e tonnellate di carbone autorizzati a uscire dal suolo e a entrare nell’economia ogni anno. Questi limiti verrebbero poi rapidamente ridotti, anno dopo anno, fino a che i tassi di estrazione e quindi le emissioni di gas serra saranno vicini allo zero.

Questi limiti in rapida diminuzione costituirebbero il più forte incentivo possibile per costruire capacità di energia rinnovabile e migliorare la conservazione e l’efficienza energetiche. I combustibili e probabilmente altre risorse, dovrebbero anche essere riassegnati alla produzione di beni e servizi essenziali. Per esempio, il massiccio flusso di risorse destinato oggi al complesso militar-industriale potrebbe essere in gran parte dirottato verso la costruzione di infrastrutture rinnovabili e, in questo modo, garantire una “sicurezza nazionale” molto più reale al paese.

Così come l’attuale perturbazione dei mercati petroliferi mondiali, una futura eliminazione progressiva dei combustibili fossili comporterebbe effettivamente un aumento dei costi energetici. In entrambi i casi, il miglior rimedio sarebbe quello di mantenere l’energia a prezzi accessibili attraverso il controllo dei prezzi e il razionamento al fine di garantire un accesso sufficiente ed equo all’energia per tutti. Il controllo dei prezzi e il razionamento sono stati usati in questo modo con grande successo durante la Seconda Guerra mondiale. Infatti, se un tale razionamento fosse stato utilizzato durante la crisi energetica degli anni 1970, avrebbe potuto evitare le code interminabili alle stazioni di servizio e la conseguente miseria che ne è derivata, motivo per cui quel decennio è ancora ricordato. All’epoca, c’era un sostegno bipartisan a favore del razionamento della benzina. Per esempio, il presidente Jimmy Carter [1977-1981] e l’editorialista conservatore George F. Will l’avevano entrambi sostenuto. Ma quando il piano di razionamento del gas di Carter è stato finalmente adottato al Congresso nel 1980, era troppo tardi.

Oggi, mentre l’entusiasmo per una tassa sul carbone si affievolisce, le proposte climatiche come la limitazione e il razionamento che colpiscono direttamente l’industria dei combustibili fossili, proteggendo l’accesso di tutti all’energia, beneficiano di un sostegno più ampio. Ad esempio, in un sondaggio realizzato da Data for Progress nel 2020, quasi il 40% degli americani era favorevole alla nazionalizzazione dell’industria dei combustibili fossili, con un sostegno che raggiunge il 50% o più tra quelli sotto i 45 anni e i Neri.

Allo stesso modo, più di 2’700 scienziati e ricercatori hanno firmato una lettera che chiede l’adozione di un Trattato sulla non proliferazione dei combustibili fossili. Si tratta di una versione mondiale di un tale limite decrescente (un’azione simile internazionale si chiama Cap Global Carbon). Nel frattempo, sia nel Nordamerica che in Europa, un numero crescente di scienziati, di accademici e di attivisti di primo piano nella lotta per il clima hanno iniziato a sostenere la nazionalizzazione, l’abbassamento dei limiti di estrazione, l’equa ridistribuzione delle risorse, i controlli sui prezzi e il razionamento. In un recente saggio che raccomanda l’adozione di tali politiche, Richard Heinberg del Post-Carbon Institute, ha fornito una lista impressionante di persone e gruppi che sostengono tale programma.

Tuttavia, nulla di tutto ciò accadrà finché una minoranza politica, sostenuta da potenti forze economiche che si oppongono ferocemente a qualsiasi azione sul clima, controllerà un paese in cui sistemi di trasporto pubblico deplorevoli o inesistenti impongono una profonda e continua dipendenza dai veicoli privati. A peggiorare le cose, come la pandemia di Covid-19 ha dimostrato in modo così devastante, una minoranza militante di americani fanaticamente devoti alla “libertà” individuale può effettivamente porre il suo veto a politiche che promuovono il bene comune o addirittura, nel caso del cambiamento climatico, la possibilità stessa di vivere una vita ragionevole su questa Terra.

Ciononostante, indipendentemente dai limiti della nostra epoca, è importante fissare alcuni indicatori nell’orizzonte delle possibilità. È l’unico modo per mostrare quanto radicali debbano essere le politiche necessarie per assicurare la nostra sopravvivenza collettiva, anche se sono ripugnanti per chi è al potere. In tempi come questi, quando la posta in gioco è più alta che mai, dobbiamo mobilitarci ancora di più per questi obiettivi e avvicinarci un po’ di più ad alcuni di essi.

* Stan Cox è ricercatore in studi sull’ecosistema al Land Institute (Salina, Kansas) e autore, di recente, di The Path to a Livable Future: A New Politics to Fight Climate Change, Racism, and the Next Pandemic (City Light Books, 2021) e di The Green New Deal and Beyond: Ending the Climate Emergency While We Still Can (City Light Books, 2020). Questo articolo,  ê stato pubblicato sul sito TomDispatch, 31 marzo 2022. La traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS.

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