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Mentre la Russia continua a infliggere indicibili sofferenze e devastazioni in Ucraina, molti nel mondo stanno approfittando dello spaventoso spargimento di sangue.
Sfortunatamente, mentre la crisi climatica si aggrava, le compagnie di combustibili fossili – e i loro investitori – sono i grandi vincitori della guerra, raccogliendo i benefici dell’impennata dei prezzi dell’energia e delle nuove misure governative per aumentare la produzione di petrolio.
Le compagnie di carbone e i servizi di perforazione offshore hanno beneficiato maggiormente della crisi geopolitica, registrando entrambi un sorprendente aumento del 42% del loro valore di borsa.
Ma chi altro sta beneficiando dell’economia di guerra emergente? Per scoprirlo, dobbiamo dare un’occhiata più da vicino ai dati di capitalizzazione del mercato, che rivelano le aspettative degli investitori sulle potenzialità di guadagno delle singole aziende.
Più alto è il valore borsistico di un’azienda, più in alto essa sale nella gerarchia aziendale globale. In questa prospettiva, il grafico qui sotto mostra i 20 settori di attività che hanno segnato il più forte aumento del loro valore borsistico – superandone altre 153 – dall’inizio dell’invasione russa lo scorso 24 febbraio.

I settori menzionati sono i seguenti: Carbone – Servizi di perforazione offshore – Combustibili alternativi – Fertilizzanti – Produzione di petrolio greggio – Rifiuti e lavorazione – Produzione di armi – Componenti elettrici – Elettricità rinnovabile – Attrezzature e servizi – Infrastrutture e investimenti strutturali – Legname e investimenti immobiliari – Raffinazione e distribuzione – Fornitori di servizi finanziari – Commercianti agricoli – Manager sanitari – Servizi finanziari – Hotel e immobili – Esplorazione, produzione, distribuzione di petrolio e gas – Condotte.

Oltre alle aziende coinvolte nell’estrazione, la lavorazione e la distribuzione di combustibili fossili – che, singolarmente, sono direttamente collegate a sette dei 20 settori più performanti – sono i produttori di armi, non a caso, gli altri grandi beneficiari.
Le aziende di questo settore hanno visto il loro valore di borsa aumentare del 15% a causa dell’aumento della domanda di materiale bellico e delle decisioni dei governi della NATO di aumentare la spesa militare.
Anche i commercianti di prodotti agricoli hanno visto la loro capitalizzazione borsistica aumentare del 10% negli ultimi due mesi, beneficiando notevolmente dell’instabilità del mercato e dell’aumento dei prezzi delle materie prime causato dal conflitto.
Tutto ciò ha portato i critici a sostenere che, per molti aspetti, questi operatori tendono a favorire lo sconvolgimento dei sistemi alimentari da cui poi traggono profitto.
La situazione è decisamente cupa. Sullo sfondo della guerra in Ucraina, dell’escalation delle tensioni tra la Russia e l’Occidente, dell’aumento dei prezzi e dei loro effetti sul potere d’acquisto in Europa e nel mondo, oltreché del riscaldamento globale, gli investitori stanno privilegiando quelle aziende i cui profitti derivano direttamente dal conflitto geopolitico, dall’instabilità del mercato delle materie prime e dalla dipendenza dai combustibili fossili.
È vero che esiste, tuttavia, qualche “barlume di speranza”. Le compagnie specializzate in combustibili alternativi – che operano in settore che vanno dall’installazione di stazioni di ricarica per veicoli elettrici alla produzione di bioenergia e alla fabbricazione di batterie a idrogeno – hanno visto il loro valore borsistico aumentare del 38%.
Anche le aziende che producono elettricità da fonti rinnovabili, come l’energia eolica e solare, sono aumentate del 15%.
Tutto questo indica che gli investitori sono generalmente disposti a sostenere le energie rinnovabili nel contesto della loro crescente quota nel mix energetico globale, anche se continuano a sostenere le società di combustibili fossili che beneficiano della continua crescita del volume di idrocarburi consumati in tutto il mondo.
Ma anche se le aziende di energia verde fossero state le grandi vincitrici degli ultimi due mesi, la cosa non avrebbe costituito di per sé un progresso risolutivo.
Infatti queste aziende stanno causando costi ambientali e sociali, quali la massiccia deforestazione nel sud-est asiatico per soddisfare la crescente domanda di olio di palma per l’industria del biodiesel. O le grandi quantità di cobalto – un componente chiave delle batterie che immagazzinano energia rinnovabile e alimentano le auto elettriche – che vengono estratte in condizioni di estremo sfruttamento e distruzione ecologica nella Repubblica Democratica del Congo.
Date queste preoccupazioni, i governi dovrebbero giocare un ruolo maggiore nell’investire direttamente nelle energie rinnovabili, piuttosto che affidarsi ai mercati azionari che si concentrano sui profitti a breve termine. Nel fare ciò, devono anche far rispettare gli standard per l’approvvigionamento dei materiali e le condizioni di lavoro nelle catene di approvvigionamento delle energie rinnovabili. Allo stesso modo, dovrebbero concentrarsi sulla riduzione dell’estrazione di combustibili fossili piuttosto che permettere la loro espansione.
Nel complesso, mentre le attuali scelte borsistiche degli investitori sono di cattivo auspicio per il futuro, è in definitiva l’azione politica dei governi che può determinare se ci muoviamo verso la giustizia e la riparazione ecologica.

*Joseph Baines è docente senior di economia politica internazionale al King’s College di Londra. Questo articolo è apparso sul sito web openDemocracy il 6 maggio 2022. La traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS.

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