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Il tema dei capitali russi in Svizzera è molto dibattuto in queste settimane. Prima di fare alcune considerazioni è opportuno richiamare qualche aspetto:

  1. La Svizzera ha aderito alle sanzioni varate lo scorso 23 febbraio dall’Unione Europea. Lo ha fatto il Consiglio Federale nella seduta del 28 febbraio con diversi giorni di imbarazzante ritardo. Le sanzioni colpiscono i patrimoni delle persone e delle imprese figuranti su un elenco ben preciso (allegato all’ordinanza). Questi patrimoni devono essere congelati immediatamente e con tali persone o imprese vige il divieto di stipulare relazioni d’affari. A seguire, nelle settimane successive, il Consiglio Federale, ha adottato altre sanzioni sempre in relazione con quanto deciso dall’UE.
  2. Lo scorso 1° aprile i Cantoni hanno ricevuto un promemoria per l’applicazione delle sanzioni contro la Russia. In questo documento si ricordava che la Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) è l’organo di competenza per una corretta applicazione delle sanzioni. La stessa SECO, nello stesso documento, rilevava che “La SECO ha constatato che in diversi Cantoni vi sono tuttora incertezze e interrogativi sull’applicazione delle sanzioni contro la Russia.” A questo momento, la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina era al suo trentasettesimo (37!) giorno.
  3. L’Associazione Svizzera dei banchieri, per voce del suo presidente Marcel Rohner, dichiarava a metà marzo che gli attivi dei clienti russi nelle banche svizzere ammontavano a circa 150/200 miliardi di franchi e continuava sottolineando il fatto che la situazione si sarebbe chiarita meglio all’inizio di giugno. Sarà in effetti a quel momento che le banche dovranno segnalare alla SECO i beni congelati. In totale questi beni oggi ammontano a poco più di 6 miliardi, somma quasi derisoria se confrontata al totale.  Attendiamo dunque con impazienza la scadenza d’inizio giugno.
  4. In Ticino, lo scorso 15 aprile, un’interpellanza chiedeva al Consiglio di Stato di chiarire il suo operato nell’ambito delle sanzioni. Nella sua risposta, in data 4 maggio, il CdS parlava di aver individuato un fondo di proprietà di un nominativo della lista. Affermava inoltre che, per la protezione dei dati personali, non poteva entrare nel merito di altre richieste formulate nell’interpellanza. Da ultimo confermava che, per quanto riguarda la Banca dello Stato del Cantone Ticino, i dati sarebbero stati forniti alla SECO entro il 3 giugno. A quel momento, dato veramente significativo e pure allarmante, la guerra sarà giunta al suo settantanovesimo (79!)  giorno di guerra.
  5. Da ultimo, la Commissione della Gestione del Consiglio Nazionale, importante organo parlamentare di vigilanza, non ha nascosto il proprio disappunto e avanzato critiche decise all’indirizzo del Consiglio Federale per la lentezza con la quale vengono attuate le misure coercitive nei confronti di Mosca (La Regione, 23 aprile 2022).

Il Comitato contro la guerra in Ucraina, in solidarietà con la popolazione ucraina e con gli oppositori di Putin in Russia, ha chiesto a più riprese che le autorità federali e cantonali, siano più decise e veloci nell’applicazione delle sanzioni. La nostra azione davanti agli uffici della ditta Severstal di Manno lo scorso 9 maggio aveva proprio questo scopo. Riteniamo il tema delle sanzioni troppo importante per accettare che vi siano delle zone d’ombra, ritardi e mancanza di fermezza. Le persone colpite dalle sanzioni sono sempre oligarchi detentori di immense fortune. Valga per tutti Mordashov, proprietario della Severstal, il cui patrimonio è stimato attorno ai 29 miliardi di dollari (dati forniti da Forbes). La Svizzera è uno dei luoghi preferiti dagli oligarchi russi per vivere e fare affari. In questi ultimi anni sono stati 172 i nuovi permessi accordati e il Ticino è una piazza importante nel commercio delle materie prime, in particolare nel settore dell’acciaio. Ecco perché qui troviamo nomi eccellenti della grande famiglia degli oligarchi russi. Ed ecco perché il Cantone Ticino deve assolutamente dare prova di coerenza e tempestività nell’applicazione delle sanzioni. Questi oligarchi fanno parte, chi più e chi meno, dell’entourage di Putin. A lui devono spesso l’inizio della loro carriera di imprenditori di successo o comunque gli sono debitori per condizioni quadro in Russia che hanno loro permesso di sviluppare attività economiche diversificate. Pochissimi tra questi hanno manifestato la loro contrarietà alla guerra scatenata contro l’Ucraina. Quasi tutti hanno assunto un profilo poco appariscente, defilato. Da uomini d’affari navigati che sono, sono in attesa che le acque si calmino, che la guerra termini e che si possa riprendere come prima a fare affari. Le loro ricchezze all’estero e in Russia, difficile affermare in quale misura, portano però risorse a Putin per condurre la guerra contro l’Ucraina. Più le sanzioni colpiranno duro, maggiori saranno le conseguenze per gli oligarchi e, di seguito, minori saranno le risorse per Putin.  In questa guerra imperialista non c’è solo, come vittima, la popolazione dell’Ucraina. C’è pure la popolazione russa, colpita pesantemente in questi anni dall’autoritarismo di Putin, dalla crisi economica, dai tagli al sociale voluti in gran parte per poter deviare importanti fondi nell’ammodernamento e potenziamento dell’esercito. Se davvero, e non solo a parole, riteniamo necessario sviluppare la solidarietà con la popolazione dell’Ucraina e con la parte di popolazione russa che in forzato silenzio disapprova la scelta della guerra, allora dobbiamo pretendere dalle nostre autorità l’applicazione più dura possibile e veloce delle sanzioni. È quello che esigiamo e che continueremo a chiedere a gran voce.

* coordinatore del Comitato contro la guerra in Ucraina, in solidarietà con la popolazione ucraina e con gli oppositori di Putin in Russia – sezione Ticino

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