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Da ormai quasi 3 mesi l’esercito russo occupa parte dell’Ucraina e si rende responsabile di atti di violenza inaudita contro la popolazione civile. Persone di ogni età e sesso vengono giustiziate, violentate, torturate, private della loro libertà, rapite, costrette a vivere nei rifugi sottoterra per periodi lunghissimi senza cibo e medicamenti, terrorizzate da bombardamenti infiniti.

Abbiamo sostenuto fin dall’inizio che eravamo, siamo e saremo solidali con queste cittadine e cittadini, colpevoli di abitare in Ucraina, vivere e lavorare con un vicino tanto ingombrante e aggressivo quanto è la Russia di Putin.

Questa popolazione ha deciso, senza nessuna imposizione interna e/o esterna, che si voleva difendere, che voleva integrarsi nella difesa del territorio, che mai e poi mai si sarebbe arresa a Putin. Da parte nostra abbiamo sempre sostenuto che toccava a queste vittime la decisione e che ci saremmo attivati per fornire loro l’aiuto di cui abbisognavano. Questo è il concetto di solidarietà che ci sta guidando in questa ennesima guerra. Dalla parte delle oppresse e degli oppressi dunque. Indipendentemente da qualsiasi Governo, scenario geopolitico o forma di campismo.

In Svizzera, vedi nostro editoriale dello scorso 13 maggio (Sette miliardi: per chi, per cosa?”) abbiamo sottolineato la rapidità con la quale la destra nostrana abbia già messo le mani avanti sul tema del riarmo, invocando aumenti miliardari per garantire la sicurezza del Paese, subito spalleggiata dal Consiglio Federale che addirittura, per bocca della ministra della Difesa, potrebbe acquistare aerei da guerra F-35 con una raccolta di firme per un’iniziativa contraria ancora in corso!

A proposito di rapidità: pensiamo per un attimo alla “velocità” con la quale si stanno applicando le sanzioni contro gli oligarchi russi. Bell’esempio di coerenza! Non ci sorprende, sappiamo da che parte stanno le autorità di questo Paese, quali interessi difendano, a quali altri padroni rispondano.

Il nostro orizzonte, per contro, è molto più coerente. Ci batteremo contro questo ennesimo scippo di risorse pubbliche, cioè nostre, di tutte e tutti noi. Non avvaloreremo in nessun modo la tesi che la guerra in Ucraina mostra che anche la Svizzera corra dei rischi e che quindi ci si deve attrezzare.

Attualmente la Confederazione spende circa lo 0,7% del prodotto interno lordo per le forze armate.  La NATO, di cui la Svizzera non fa parte, raccomanda ai suoi membri una quota del 2%. Per quanto riguarda il personale (soldati a disposizione), l’esercito svizzero è passato dagli 800’000 uomini alla fine degli anni 1990 ai 200’000 del 2018. È dunque chiaro che la situazione di guerra in Ucraina e i dati NATO offrono alla destra un assist inaspettato per un’offensiva clamorosa sul fronte delle spese militari in generale. Lo stesso fenomeno d’altronde lo vediamo in quasi tutti Paesi occidentali. Valga per tutti la svolta clamorosa della politica della Germania (con un governo rosso-verde!), oppure la richiesta di adesione alla NATO della Finlandia e molto probabilmente anche della Svezia. Un’immensa mangiatoia, un furto storico di risorse sulle spalle di centinaia di milioni di cittadine e cittadini.

La destra svizzera non poteva certo stare alla finestra, le ditte attive nel settore non potevano certo assistere a un tale banchetto senza rivendicare un posto a tavola.

La nostra denuncia e opposizione a tutto questo però non è in contraddizione con il nostro appoggio alla resistenza della popolazione ucraina, anzi.

Le provocazioni russe contro l’Ucraina, prima economiche e in seguito anche militari, datano di parecchi anni. Gli attuali dirigenti russi non hanno mai accettato un’Ucraina indipendente e al di fuori della propria zona d’influenza. I discorsi di queste settimane attribuiti a fedelissimi di Putin e dello stesso Putin lo indicano chiaramente. Le feroci critiche a Lenin e ai bolscevichi che ne hanno facilitato l’indipendenza negli anni della rivoluzione del ’17, la teoria che da un corpo non può staccarsi una cellula, nemmeno se quest’ultima lo volesse, fino al delirio della denazificazione e addirittura della deucrainizzazione del Paese, indicano una strategia globale volta a riportare, costi quel che costi, indietro la Storia. Si tratta di ripristinare i confini del vecchio Impero Russo in una logica imperialista.

Già Stalin si era avventurato su questo terreno e proprio l’Ucraina ne aveva pagato le conseguenze più drammatiche. Basti ricordare gli anni 1932/33 con la devastante carestia, l’Holodomor, che aveva provocato circa 4/7 milioni di morti, a seconda delle fonti.  Stalin e i suoi sgherri, introducendo la collettivizzazione forzata delle terre, la demonizzazione dei kulaki (proprietari agricoli), il primo piano quinquennale sovietico e la rapida spinta all’industrializzazione, avevano tracciato una strada che Putin persegue tenacemente.

In questo progetto aggressivo e di restaurazione imperiale, il riarmo dell’Occidente e la politica espansiva della NATO, pur da condannare e combattere politicamente nel modo più convinto e deciso possibile, hanno un peso relativo.

Inoltre, da non dimenticare, l’Ucraina è ricca di materie prime, terre agricole pregiate, sbocchi e confini strategici. In una Russia in piena crisi economica, alle prese con la pandemia e con una leadership politica senza ricambio, il rilancio in termini di nazionalismo e cannonate per cercare economicamente e politicamente di rilanciarsi, ha rafforzato questo orientamento strategico da restaurazione dell’ex Impero.

È questo il contesto nel quale dobbiamo inserire oggi il sostegno alla resistenza del popolo ucraino.

Allo stesso modo dobbiamo opporci al riarmo ossessivo dell’Occidente, partendo da casa nostra. Proprio il peso e le scelte della politica economica militare hanno permesso alla Russia di Putin di ammodernare il proprio esercito. Proprio le armi che l’Occidente ha venduto a Putin quando veniva definito un politico pragmatico, riceveva al Cremlino i leader mondiali e con loro faceva ottimi affari, hanno permesso la realizzazione del folle piano di invadere l’Ucraina.

Come gli introiti del gas russo permettono oggi a Putin di finanziare la guerra, così gli affari militari fatti con il suo regime ieri, gli hanno garantito un esercito in grado di portare in Ucraina tutte le miserie che dal 24 febbraio sono sotto gli occhi del mondo intero.

L’unico modo per stoppare questo disastro è aiutare la popolazione ucraina a disfarsi dell’orco, e nel contempo battersi per impedire il riarmo pregustato dalle élite politico/economiche occidentali.

Non per nulla, nella sua carta costitutiva il Comitato contro la guerra in Ucraina, in solidarietà con la popolazione ucraina e con gli oppositori di Putin in Russia, ha indicato a chiare lettere che si batte anche per “Una generale smilitarizzazione del mondo e la denuncia del riarmo generato in Europa da questa guerra, Svizzera compresa.”

Quindi nessuna contraddizione tra l’attività di sostegno alla resistenza e l’opposizione totale a qualsiasi forma di riarmo. Anzi, una coerenza nei principi e nella pratica quotidiana.

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