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Le convulsioni della crisi capitalistica che cova ormai fin dagli ultimi mesi del periodo pre-pandemico segnano nuovi episodi. La pandemia prima e ora la guerra di Putin contro l’Ucraina non hanno fatto altro che accelerare elementi già presenti da tempo e che solo i massicci interventi pubblici nel periodo pandemico hanno permesso di rallentare.

La guerra, in particolare, ha dato un’accelerata a una serie di fenomeni quali l’aumento dei prezzi che segnalano all’orizzonte (e anche in tempi non troppo distanti) fenomeni recessivi importanti in tutto il mondo, ormai dominato, dal capitalismo e dalla sua logica (seppur declinati in forme diverse).

Il fenomeno di fondo (legato solo in parte all’aumento dei costi delle materie prime e quindi dei costi di produzione) è la conseguente diminuzione dei tassi di profitto. Il capitale (i capitali) devono recuperare – nella loro eterna concorrenza – tassi di profitto accettabili, che valorizzino gli investimenti attraverso ritorni di profitto adeguati e “concorrenziali”.

Tutto ciò significa, per il padronato, per il capitale, far fronte all’aumento dei prezzi di produzione ribaltandoli sui fattori di produzione influenza

bili: ed allora appare evidente come questi fattori siano da un lato i lavoratori e le lavoratrici in quanto produttori all’interno della catena produttiva, dall’altro gli stessi lavoratori come consumatori finali della catena di produzione.

Tradotto in termini più semplici significa aumento dei prezzi al consumo e pressione per diminuzione dei salari e soppressione di posti di lavoro. È questo il significato concreto di quello che gli economisti designano con quell’impronunciabile termine che è stagflazione.

Torniamo così in modo visibile e chiaro allo scontro tra capitale e lavoro (che, naturalmente, al di là della visibilità non poteva – nel capitalismo reale – sparire!). Con la politica padronale (privata e pubblica) tesa a diminuire i salari sia nella loro forma diretta che in quella differita: quali, appunto sono le pensioni.

Un movimento certamente in atto da tempo, ma che ha subito un’accelerazione negli ultimi mesi. Appare oggi evidente la sofferenza di salariati e pensionati.

L’attacco ai salari si manifesta nei mancati adeguamenti salariali, nella rimessa in discussione di clausole contrattuali, (rimandiamo all’articolo su quello dell’edilizia in questo stesso numero del giornale), nell’istituzione di “salari minimi” legali che in realtà contribuiscono a spingere verso il basso tutto il sistema salariale; l’attacco alle pensioni si manifesta attraverso modifiche legislative (che hanno coinvolto e stanno coinvolgendo sia l’AVS che la LPP) e in una serie di modifiche di regolamenti pensionistici del settore pubblico (pensiamo a quanto sta succedendo in Ticino) e di quello privato.

Di fronte a tutto questo appare decisiva, per poter riuscire perlomeno a frenare questo attacco, la mobilitazione dei salariati e delle salariate. Perché questo sia possibile, in un contesto certo difficile, è necessario un cambiamento radicale dell’atteggiamento sindacale, sia dal punto di vista delle rivendicazioni che dei metodi di lotta. Detto in altre parole: senza scioperi robusti sarà impossibile fermare questa offensiva e a poco serviranno le trattative attorno ai tavoli negoziali o gli interventi a livello politico.

Questi ultimi sono certo utili per denunciare la situazione, per rendere visibili proposte alternative, per popolarizzare la necessità di risposte adeguate, ma non possono certo sostituire l’unica arma di cui dispongono i salariati e le salariate: la forza della propria capacità di mobilitazione. Richiamare tutto questo e impegnarsi prioritariamente per questo è il compito di una sinistra degna di questo nome.

                                      

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