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A fine 2022 scade il del Contratto Nazionale Mantello per l’edilizia principale in Svizzera (CNM) e, di riflesso, scadono anche quelli cantonali laddove esistono, come in Ticino. E come d’abitudine partono anche le trattative per il loro rinnovo.
Nonostante due decenni di continui e pesanti peggioramenti, il CNM rappresenta ancora oggi il punto più elevato raggiunto nella definizione di diritti collettivi dal movimento sindacale elvetico. Il contratto collettivo degli edili è quello che fissa, a livello dell’economia privata, il numero maggiore di diritti (salariali minimi, qualifiche, orari di lavoro, vacanze, malattia, ecc.) per i lavoratori. Inoltre, la sua esistenza determina, in ampia misura, quella dei contratti collettivi dei settori affini (gessatura, pittura, idraulici, elettricisti, piastrellisti, ecc.), i cui elementi centrali riprendono quelli dell’edilizia principale. È evidente che qualsiasi cambiamento sostanziale del CNM dell’edilizia si ripercuoterebbe automaticamente anche sui contratti collettivi dei settori affini. In gioco, quindi, non ci sono solo i diritti e le condizioni di lavoro di 86’000 lavoratori edili (muratori, manovali, carpentieri, etc.), ma anche, per lo meno indirettamente, di altri 210’000 operai artigiani dei settori più o meno direttamente connessi a quello al settore principale dell’edilizia. 
Infine, al CNM dell’edilizia è intimamente legata l’ultima grande conquista sociale ottenuta grazie a una mobilitazione collettiva in Svizzera. Ci riferiamo all’introduzione del prepensionamento anticipato, ossia il diritto ad andare in pensione a 60 anni con una rendita finanziaria importante, vicina al salario netto guadagnato durante la vita attiva sui cantieri. Anche in questo caso, l’ottenimento del prepensionamento nell’edilizia ha aperto la strada al riconoscimento, benché a 62 anni, di questo diritto anche in buona parte dei settori dell’artigianato. Una battaglia, quella del prepensionamento anticipato, fondamentale che purtroppo è restata confinata al settore dell’edilizia, senza che il movimento sindacale si sia preoccupato di estendere questo diritto vitale all’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori attivi in Svizzera.
Detto questo come si presenta la situazione nell’ottica di questo importante rinnovo contrattuale? La nostra valutazione è che questo rinnovo rischi di rappresentare un’accelerazione decisiva nell’offensiva padronale iniziata ormai più di 10 anni fa. Cercheremo nel presente contributo di avanzare alcuni elementi di riflessione.

L’edilizia svizzera gode di una salute invidiabile

La cifra d’affari nel settore dell’edilizia principale svizzero (genio civile e costruzione di abitazioni) nel 1990 era di 17,21 miliardi di franchi, per lievitare, nel 2021, a 23,11 miliardi di franchi. Una crescita pari al 34,2%. Gli investimenti nella costruzione raggiungevano i 46,719 miliardi di franchi nel 1990, per poi crescere del 41,42% fino al 2020, toccando i 66,073 miliardi di franchi. Ad accentuare questo risultato è il dato concernente la forza lavoro impiegata: nel 1990 gli addetti nel settore erano 166’447, mentre il loro numero crolla a 86.039 unità nel 2021. In termini relativi una diminuzione del 48,3%! La conseguenza dell’interazione di questi fattori non poteva non sfociare in un innalzamento importante della ricchezza prodotta, misurabile, tra le altre cose, attraverso l’andamento del valore aggiunto lordo (1). Nel 2008 questo ammontava a 27,636 miliardi di franchi, mentre nel 2020 questa voce ha raggiunto i 34,891 miliardi. Una crescita impetuosa, in soli 12 anni, del 26,23%! Pochi settori dell’economia elvetica presentano tassi altrettanto favorevoli. E questi risultati sono stati ottenuti comprimendo al massimo i cosiddetti “investimenti estensivi”, operando invece in maniera decisa sui fattori che incidono sulla produttività. In un settore dove i miglioramenti tecnologici sono circoscritti, il peso di tale innalzamento è stato scaricato quasi integralmente sulle spalle dei soli lavoratori edili, attraverso un aumento brutale dell’intensità del lavoro svolto e un blocco degli aumenti salariali reali. In questo senso, come indica l’Ufficio federale di statistica, la percentuale dei costi del personale e degli oneri sociali nel settore del genio civile era del 41% nel 2008, scesa al 38,7% nel 2019. Più importante ancora il processo nel campo delle costruzioni di edifici: nel 2008 la percentuale era del 30,6%, per poi scendere, in 11 anni, al 24,6%. Il salario mensile lordo mediano nel genio civile era di 5’784 franchi nel 2008, salito a 6’503 franchi nel 2020, pari a una crescita del 12,43%. Nel settore della costruzione di edifici, le cifre, sempre dell’ufficio federale di statistica, parlano di 6’045 franchi nel 2008, diventati 6’768 franchi nel 2020, un aumento dell’11,96%. Ricordiamo che il valore aggiunto è cresciuto del 26,23% nello stesso identico periodo. In uno studio del 2013, inspiegabilmente mai ripetuto, elaborato dall’Unione sindacale svizzera (USS), emergeva chiaramente come sul periodo 2007-2012 l’aumento della produttività del lavoro pro-capite nel settore principale dell’edilizia è stata del 12%, mentre l’aumento dei salari reali è cresciuto solo del 4,6% durante lo stesso periodo. Appare dunque piuttosto evidente come la crescita possente dell’attività edile in Svizzera si sia accompagnata ad un’accentuazione del tasso di sfruttamento della forza lavoro impiegata. Un numero in continua ed elevata decrescita di operai edili ha assicurato una produzione in continua e massiccia ascesa.


Un altro elemento di contesto va accennato: l’evoluzione dell’intera edilizia svizzera costituisce un’anomalia a livello europeo. Infatti l’attuale ciclo di espansione dell’attività edile dura in maniera praticamente ininterrotta dal 2001, ossia da 21 anni e non accenna a diminuire. Il solo paragone è con la fase espansiva del periodo 1945-1974, una configurazione probabilmente irripetibile per il capitalismo svizzero e mondiale. In estrema sintesi, questa situazione è la risultante concomitante di diversi fattori. Nel periodo in questione gli investimenti immobiliari sono quelli che hanno garantito in media i migliori risultati finanziari e hanno dimostrato un’indiscutibile stabilità, contrariamente alla volatilità maggiore degli investimenti finanziari, borsistici e obbligazionari in particolare. Un settore d’investimento sicuro e che ha attirato una fetta crescente di capitali. L’elevata attrattività di questo campo d’investimenti è dovuta all’azione congiunta di due altri fattori. In primo luogo, è cresciuta in maniera massiccia la domanda di nuovi alloggi, a sua volta determinata da una robusta crescita demografica in buona parte debitrice della migrazione indotta dall’entrata in vigore della libera circolazione delle persone, fenomeno che si è manifestato fino ad almeno il 2015. Simultaneamente, si è verificato il crollo dei tassi ipotecari, mai così bassi nella storia della Svizzera contemporanea, facilitando sia gli investimenti che l’acquisto di unità abitative. L’interazione di questi fattori spiega l’espansione rapida e continua della produzione edile. E questa congiuntura non sembra rallentare. Nel 1° trimestre 2022 l’edilizia principale elvetica ha registrato il secondo migliore risultato dal 2012, con un fatturato di 4,8 miliardi di franchi. La Società Svizzera Impresari Costruttori, gongolando, si è espressa nei seguenti termini: «le ditte di costruzione lavorano a regime, i registri delle commesse sono pieni e il mercato del lavoro è già letteralmente prosciugato». (2)
Se questo è il contesto nel quale sindacati e padronato si apprestano a discutere il rinnovo del CNM dell’edilizia, è utile cercare di capire come questi due soggetti giungano a questo importante confronto.

Un padronato edile che arriva pronto e convinto alla lotta…

Chi osserva da tempo il mondo dell’edilizia svizzero non può mancare di notare come gli impresari edili arrivino determinati a questo appuntamento. Nonostante una congiuntura assolutamente positiva, i padroni non si accontentano e mirano a ottenere le garanzie per aumentare anche in futuro il loro margine di profitto. In quest’occasione lo fanno esibendo una linea tattica diversa rispetto agli scorsi rinnovi. Quattro sono i principali cambiamenti nella tattica di avvicinamento padronale.
In primo luogo non sembrano voler rimettere in discussione l’attuale formula del prepensionamento a 60 anni. Si tratterebbe di una scelta intelligente. Hanno infatti capito che gli operai edili sono fortemente legati a questa ultima grande conquista. Considerati i ritmi produttivi folli, la possibilità di andare in pensione a 60 con una rendita più che buona, diventa uno degli stimoli fondamentali per resistere sui cantieri, soprattutto dopo i 50 anni. Negli ultimi rinnovi i padroni hanno sempre cercato di attaccare questa istituzione – anche tatticamente, per obbligare i sindacati ad accettare altre concessioni -, alimentando, almeno in certe regioni del paese, una reazione da parte degli operai. Senza troppo esagerare, l’attacco al prepensionamento è stato la ragione principale (se non l’unica) che ha messo in moto una parte della forza-lavoro edile. Il solo fatto, questa volta, di non accennare neppure al prepensionamento, non solo avrà un effetto di “smobilitazione” nelle poche regioni ancora in grado di organizzare sui posti di lavoro gli edili, ma rafforzerà più in generale il loro sentimento di aver preservato un diritto fondamentale e che quindi non valga la pena di rischiare oltre lottando. Evidentemente questo atteggiamento è anche il riflesso della totale debolezza del movimento sindacale nel riuscire a mobilitare i lavoratori sulla base di rivendicazioni a lungo termine e più immediate.
Un altro cambiamento tattico rinvia al silenzio che avvolge le rivendicazioni padronali. Negli anni passati, gli impresari edili annunciavano con largo anticipo le loro arroganti pretese, spesso ingigantendole e minacciando pesanti rappresaglie, come appunto paventando un ridimensionamento del prepensionamento. Questa volta, i padroni sono molto più discreti, abbottonati e, addirittura, nei primi incontri di trattativa sembrerebbe che stiano prendendo tempo, nascondendo le loro reali intenzioni. Tale atteggiamento mette in difficoltà i sindacati, ormai abituati ad avere una posizione totalmente difensiva, di reazione agli attacchi padronali. È ovvio che questa tattica di rivelare all’ultimo momento le rivendicazioni precise e concrete, toglierà tempo ed efficacia a qualsiasi reazione anche timida da parte dei sindacati i quali, fatte salve le loro rivendicazioni generali che necessiterebbero di un futuristico ribaltamento radicale del rapporto di forza per poter essere raggiunte, hanno pochi argomenti da spendere al di fuori della denuncia delle rivendicazioni padronali. Ma se queste tardano, aumenta la passività sindacale…
Un atteggiamento più sommesso che però non vuol dire passività. Per la prima volta da molti anni, e questo è il terzo aspetto di novità, gli impresari costruttori hanno sviluppato una campagna di propaganda coordinata e diffusa a livello nazionale, con toni decisi ma privi di quella boria padronale che era il loro marchio di fabbrica. E questa propaganda la stanno portando su tutti i cantieri, sotto forma di un volantino intitolato “EdilNews” che uscirà in diversi numeri: «nell’anno dei negoziati sul CNM, per la SSIC è importante dialogare direttamente con le lavoratrici e i lavoratori e fornire loro informazioni di prima mano. Per tale motivo questa settimana inviamo per la prima volta a decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori edili in tutta la Svizzera Edilnews» (3). Per esempio la possibilità di una disdetta del CNM è presentata come se fosse un’opzione frutto di un “processo naturale” e non di una scelta di parte, di una soluzione per difendere degli interessi di classe degli impresari. Più interessante ancora è il tentativo di rassicurare i lavoratori nel caso in cui “sfortunatamente” il CNM venisse disdetto. Sono citati studi secondo i quali condizioni di lavoro, salari e cifra d’affari non sarebbero influenzati da questo vuoto contrattuale. E, comunque, gli impresari si impegneranno affinché nulla cambi rispetto a oggi (4). Naturalmente, nulla è detto in merito alle rivendicazioni padronali. Una propaganda totalmente paternalista ma che nei toni e nello stile può apparire molto rassicurante e accattivante. E questa propaganda circola con efficacia su tutti i cantieri svizzeri.
Infine, dietro la propaganda bisogna cercare la tattica reale, gli obiettivi concretamente perseguiti. L’impressione è che questa volta i padroni siano determinati ad ottenere immediatamente una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro e minori vincoli nel gestire la produzione. E sono pronti ad andare verso un vuoto contrattuale. Questo è sicuramente il loro obiettivo principale in queste trattative. Non è chiaro il modello di flessibilità che gli impresari stanno covando, ma dovrebbe permettere di lavorare più a lungo durante i mesi con più luce e meno intemperie mentre nei mesi invernali, dove cala la produzione, si recupererebbero le ore accumulate nei mesi estivi, diminuendo le ore giornaliere, naturalmente senza pagamento di straordinari e altre indennità (5). In sostanza si tratta di un’annualizzazione del tempo di lavoro. L’aumento o la diminuzione dell’orario di lavoro dovranno essere decisi in qualsiasi istante dal padrone, senza permessi da giustificare e da richiedere in anticipo.
Vi sono poi gli obiettivi sul medio termine, probabilmente non prioritari in questa tornata di trattative ma attorno ai quali gli impresari costruttori si stanno già attivando. Per quanto riguarda l’aumento dell’efficacia produttiva, gli impresari mirano a cancellare quelle limitazioni pratiche (limiti al lavoro al sabato, permessi speciali per i cambiamenti di calendario, ecc.) che impediscono loro di avere un potere completo sulla gestione della forza lavoro. Al grido di “il CNM andrebbe dimezzato”, la SSIC afferma che «il CNM è spesso d’intralcio, come dimostrano esempi concreti nella sua azienda, come ad esempio il desiderio dei dipendenti di lavorare con orari diversi a seconda della stagione». Evidentemente a “essere d’intralcio” non è lo spessore del CNM ma i diritti dei lavoratori e i limiti imposti agli impresari nella ricerca del massimo profitto che vi sono contenuti. Infine, gli impresari stanno lavorando alacremente, probabilmente non per questa tornata di trattive, sulla questione dei salari. La loro strategia è piuttosto evidente. Il CNM prevede delle classificazioni salariali con dei minimi in funzione delle qualifiche professionali. Ebbene, la SSIC vorrebbe avere un salario minimo di base, attorno ai 4’500 franchi lordi, cancellare tutte le altre classificazioni, sostituite dal principio del salario al merito individualmente contrattato.
In conclusione, a questo giro i padroni edili sono determinati ad ottenere un’elevata flessibilità del tempo di lavoro. E per raggiungere questo obiettivo fondamentale sono disposti ad andare verso un vuoto contrattuale, quale forma di pressione per piegare i sindacati. E naturalmente non sono disposti a concedere per quanto riguarda le rivendicazioni sviluppate dei sindacati.

… mentre il movimento sindacale si dibatte in una crisi di ormai lunga durata

La forte crescita della produttività del lavoro e, soprattutto, il fatto che questi guadagni siano quasi integralmente finiti dritti nelle tasche degli impresari è la dimostrazione lampante delle gravissime difficoltà nelle quali versano i sindacati, in particolare Unia, il principale sindacato del settore. Ormai Unia è diventato uno spettatore passivo dell’assoluta libertà padronale nell’imporre un tasso di sfruttamento elevato della forza lavoro impiegata, assicurando la massima redditività dei capitali investiti. La situazione sul fronte sindacale è davvero grave se, in un contesto produttivo estremamente favorevole, i lavoratori hanno registrato più arretramenti (pesanti) che passi positivi (leggeri). Neppure le briciole sono cadute nei loro piatti. L’ultimo esempio sono le trattative salariali di fine 2021, durante le quali i sindacati non sono neppure riusciti a ottenere una minima compensazione rispetto a un’inflazione che aveva già raggiunto l’1,5%.
In sostanza, dall’ultima importante vittoria sindacale – il prepensionamento a 60 anni firmato nel 2002 – il sindacato Unia si è fermato, non approfittando del potenziale di mobilitazione dimostrato dagli operai edili in quella battaglia, per tentare di modificare i rapporti di forza sul terreno della lotta, del conflitto sociale. Invece, si è rafforzato l’orientamento di pace del lavoro, del partenariato sociale a qualsiasi prezzo, della convinzione che le battaglie istituzionali e le circostanze politiche contingenti (il sostegno sindacale acritico alla libera circolazione) fossero delle condizioni sufficienti per determinare dei possibili miglioramenti a tavolino per i lavoratori, quale contropartita al sostegno diretto dato agli interessi padronali. Questo orientamento ha prevalso su quello fondamentale di cercare di ricostruire un’attività sindacale indipendente, capace, attraverso la mobilitazione e soprattutto l’auto-organizzazione dei lavoratori, di sviluppare una conflittualità collettiva sui cantieri quale motore esclusivo della difesa e del miglioramento dei diritti dei lavoratori edili attivi in Svizzera. Nel concreto, soprattutto nei cantoni dominanti, i funzionari sindacali hanno continuato a disertare i luoghi di lavoro, la direzione nazionale e quelle locali si sono calcificate in una logica che rifiuta il conflitto sociale – la lotta di classe – quale strumento determinante dell’azione sindacale. Nel 2018 a Zurigo, cuore del capitalismo elvetico, dei 10’000-12’000 operai attivi nel settore principale dell’edilizia, solo 600 hanno partecipato alla giornata di lotta per il rinnovo del 2018…
Ma non c’è solo questo. Alla debolezza, fondamentale, di una presenza organizzata e capillare sui posti di lavoro, si aggiunge una debolezza nella capacità d’analisi delle condizioni del settore, una debolezza nell’elaborare argomenti da contrapporre alla propaganda padronale e da diffondere nell’opinione pubblica, con l’obiettivo di creare un minimo sostegno politico-sociale a proprio favore. Una debolezza pesante che si traduce nell’incapacità di definire anche solo una tattica di corto respiro per tentare di non uscire con le “ossa rotte” da quest’ultimo rinnovo contrattuale.
Produrre un’analisi oggettiva e critica della situazione deve essere concepito come un atto per cercare di correggere, attraverso un reale dibattito democratico, una tendenza pericolosa a livello dei diritti dei lavoratori edili, anche nell’ottica di una posizione puramente difensiva. Continuare a negare l’esistenza di una difficoltà strutturale sindacale nel settore avrà come solo risultato quello di schiantarsi contro un muro, per la gioia dei padroni. Evitare il dibattito non permetterà, ahinoi, di evitare l’approfondimento di una crisi sindacale che ormai si avvicina alla sua fase finale, di non ritorno. Da parte nostra continueremo dunque ad avere uno sguardo profondamento critico nei confronti della strategia delle direzioni sindacali ma, allo stesso tempo, continueremo a sostenere qualsiasi mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori, nel caso specifico di quelli edili. Anche solo per una forma di solidarietà elementare di base nei confronti dei loro diritti e perché siamo convinti che l’indebolimento di un contratto collettivo di lavoro che nel deserto svizzero dei diritti del lavoro rappresenta ancora una punta avanzata non è mai utile alla causa generale dei salariati, i quali hanno bisogno di rifarsi a esperienze e a diritti più avanzati, per migliorare la situazione nei settori dove ancora imperano facsimili del misero codice delle obbligazioni…

1. Il valore aggiunto lordo misura il valore totale creato da un settore, paese o regione. Il valore aggiunto (anche abbreviato VA) in economia è la misura dell’incremento di valore che si verifica nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi finali grazie ai fattori produttivi adoperati (capitale e lavoro) a partire da beni e risorse primarie iniziali ma senza il consumo di capitale fisso (ammortamenti). Ciò significa, per dirla in parole povere, è la differenza che si ottiene tra i prezzi di mercato e il costo di produzione.
2. https://baumeister.swiss/it/una-buona-congiuntura-consente-buoni-salari/
3. https://baumeister.swiss/it/per-un-cnm-moderno/
4. «Nel 2022, i sindacati e la Società Svizzera degli Impresari-Costruttori negozieranno un nuovo contratto nazionale mantello per il settore principale della costruzione. Gli impresari costruttori intendono concludere entro la fine dell’anno un nuovo contratto. L’esempio dei falegnami mostra tuttavia che le parti sociali non riescono sempre ad accordarsi subito su un nuovo contratto collettivo. La SSIC ha quindi esaminato gli attuali meccanismi di protezione che consentono anche in assenza di contratto di far sì che il cantiere rimanga un luogo di lavoro favorevole ai lavoratori, con buone condizioni sia di lavoro che salariali e ampie opportunità di carriera. Uno studio del professore di economia George Sheldon mostra ad esempio che grazie alle leggi federali e cantonali, un’assenza di contratto non avrebbe quasi nessuna ripercussione su fatturati, margini e livelli salariali. Risultano inoltre importanti le soluzioni settoriali praticabili», EdilNews, n. 01/22, SSIC.
5. «Abbiamo bisogno di più flessibilità nella pianificazione del calendario annuale dell’orario di lavoro. Dobbiamo anche diventare più flessibili quando le circostanze lo richiedono per soddisfare le preoccupazioni del committente, soprattutto nel settore della costruzione di strade e binari. Non si tratta di deregolamentare tutto, però la flessibilità non gioverebbe solo alle aziende, ma anche ai dipendenti, i quali avrebbero più libertà nel pianificare i loro giorni liberi», https://baumeister.swiss/it/il-cnm-andrebbe-dimezzato/

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