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Oggi, 29 giugno, si apre a Madrid il previsto vertice della NATO. La Spagna aderì alla NATO proprio quaranta anni fa, per l’esattezza il 30 maggio del 1982. Il governo “socialista” di Felipe González, al potere qualche mese dopo, confermò quella adesione, nonostante il suo partito, il PSOE, si fosse precedentemente pronunciato in senso contrario. Comunque l’adesione fu molto controversa, tanto che nel 1986 si svolse un referendum confermativo nel quale il sì alla NATO prevalse con solo il 52,5% dei voti. Era ancora molto diffusa nel popolo dello stato spagnolo la consapevolezza (peraltro molto fondata) delle responsabilità degli Stati uniti nel sostegno alla dittatura franchista.

Naturalmente questo vertice (i vertici della NATO si svolgono con cadenza quasi annuale) sarà dominato dalla vicenda ucraina e da come affrontare le sue conseguenze.

Già nel 1997 un vertice della NATO si era svolto a Madrid ed era stato dominato dalla discussione sull’allargamento verso Est, con uno scontro tra i rappresentanti dei paesi membri tra due scuole di pensiero, quella dell’allora presidente Clinton e dell’eminenza grigia della politica estera “democratica” Zbigniew Brzezinski favorevole a sfruttare il momento favorevole per raggiungere il massimo di espansione verso oriente e quella più prudente che, usando una terminologia in voga in queste settimane, voleva evitare di “umiliare la Russia”.

Il vertice di Madrid del 1997 si concluse con l’invito a Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca ad aderire all’Alleanza, adesione che si perfezionò nel 1999 durante il vertice di Washington svoltosi in coincidenza con il 50° anniversario della fondazione della NATO.

E non va dimenticato il successivo allargamento della NATO nel 2004 ad altri sette paesi dell’Europa dell’Est, tra cui i tre stati baltici (ex URSS), cosa che ha legittimato ancor di più agli occhi dell’opinione pubblica russa la politica revanscista e aggressiva putiniana.

E a legittimarla, cioè a rendere irrilevanti le istituzioni internazionali agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, sono anche state tutte le recenti iniziative militari degli USA e dei loro alleati: il bombardamento della Jugoslavia, l’invasione dell’Afghanistan del 2001 e duella dell’Iraq nel 2003, tutte svolte in assenza di qualunque autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Purtroppo il comportamento della Russia, soprattutto dopo l’avvento al potere di Vladimir Putin, con l’intervento in Georgia nel 2008 e, successivamente con l’annessione della Crimea e con il sostegno diretto ai separatisti del Donbass, dette nuova forza alle posizioni più oltranziste.

Naturalmente, l’“operazione militare speciale” in corso in questi mesi in Ucraina ha rafforzato ulteriormente quelle posizioni, tacitando brutalmente i richiami alla prudenza (che, a causa del disastro afghano avevano ripreso forza fino a qualche mese fa) e unificando automaticamente l’alleanza dietro gli Stati uniti e la loro voglia di ritrovare un ruolo egemonico.

E il nuovo vertice NATO di Madrid segnerà un altro passo avanti nella messa a punto di un “nuovo ruolo” della NATO, non più residuale rispetto a quello della sua fondazione in senso anticomunista di 73 anni fa. Naturalmente l’allargamento verso Est proseguirà, con candidature del tutto inattese fino a poche settimane fa, come quelle della Finlandia e della Svezia, scosse nel loro storico neutralismo dalla guerra ucraina. Vedremo se l’opposizione turca a queste candidature (motivata dall’irritazione di Erdogan per l’ospitalità che i due paesi scandinavi offrono ai rifugiati curdi) arriverà a porre il veto. Si tratterebbe di un allargamento parecchio significativo perché allungherebbe di oltre 1.000 chilometri il confine NATO-Russia.

Ma le decisioni che verranno ufficializzate domani e dopodomani a Madrid saranno di portata ancora più rilevante e più insidiose. Come abbiamo detto, dopo lo scioglimento dell’URSS e la reintroduzione in Russia e in tutto l’Est Europa del capitalismo (peraltro nelle forme ultraliberiste più in voga in questi decenni), la “ragion d’essere” fondativa della NATO era venuta meno. Ma qualunque ipotesi di scioglimento dell’Alleanza atlantica avrebbe contribuito ad accentuare il radicale appannamento del ruolo egemonico degli USA, provocato negli anni dalle sconfitte militari, dal suo declino economico, dall’emergere di altre potenze più o meno concorrenziali con gli USA (in particolare la Cina da un lato e l’Unione europea dall’altro). Così le diverse amministrazioni statunitensi, sia quelle “democratiche” di Clinton e di Obama sia quelle dei due Bush (con Trump il discorso fu diverso), prospettarono una vera e propria rifondazione qualitativa della NATO e delle sue finalità, tale da supportare un rinnovato ruolo centrale degli USA, attraverso la sua trasformazione in un’“organizzazione di sicurezza” e una progressiva ridefinizione dei confini di sua competenza.

Nel 1994 la NATO fonda la Combined Joined Task Force, per poter effettuare missioni fuori area ad hoc con gli strumenti militari necessari, riforma i comandi militari e rende operativa la Partnership For Peace (Pfp), una sorta di anticamera per l’adesione di nuovi membri. La Russia firmò subito il documento quadro della Pfp, tanto da far pensare a tutti i commentatori che l’ingresso di Mosca nella NATO fosse imminente.

Ma la politica delle due ex superpotenze fece sì che quell’idillio fosse breve e fuggevole. Le relazioni tra Mosca e Washington si deteriorarono rapidamente, fino alla crisi generale che si innescò nel 2014 con il pretesto dell’operazione Crimea, che offrì agli USA l’occasione per scatenare contro Mosca il primo “pacchetto” di sanzioni.

Così il vertice di Madrid segnerà il coinvolgimento diretto della NATO nell’ostilità USA verso la Cina, con una netta ridefinizione dell’area di pertinenza originaria dell’alleanza, il cui trattato costitutivo limita ancora al “territorio di una qualsiasi delle Parti in Europa o nell’America settentrionale, nei dipartimenti algerini della Francia, nel territorio o nelle isole sotto la giurisdizione di una qualsiasi delle Parti nell’area dell’Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro”. Naturalmente quella delimitazione è stata di fatto clamorosamente estesa già nella pratica, con gli interventi prima nei Balcani, e poi ancor più lontano dalla sua area originaria, in Afghanistan.

Ma ora la cosa sarà “ufficializzata” visto che al vertice di Madrid parteciperanno formalmente il Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda e la Corea del Sud, come “partner” della NATO nell’area del Pacifico, in funzione esplicitamente anticinese. Sappiamo bene che quei quattro paesi sono da sempre alleati degli USA e degli imperialismi “occidentali”. Ma il disegno è chiaro. Nel quadro di una globalizzazione dello scontro inter-imperialistico ancora più spinta, il progetto è quello di consolidare e semplificare le alleanze contrapponendole unite alla Russia e alla Cina.

Naturalmente il banco di prova asiatico nell’immediato sarà il destino di Taiwan.

L’avventura ucraina di Putin ha tacitato di fronte all’oltranzismo di Washington le già deboli resistenze europee che si basavano sull’idea di una parziale collaborazione economica con la Cina. Invece, la politica di Biden e della sua amministrazione spingerà Pechino a consolidare ancor di più il suo asse con Mosca.

Per fugare le residue perplessità europee, il vertice di Madrid proporrà di includere nella road map verso la “nuova NATO” anche la la difesa della “sovranità e dell’integrità territoriale” dei paesi alleati, una preoccupazione molto sentita dai paesi che hanno ancora residui coloniali extraeuropei, come ad esempio le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, che sono state tragicamente alla ribalta della cronaca pochi giorni fa. A sostenere questa pretesa saranno le argomentazioni che indicano i pericoli che provengono in Africa e in Medio Oriente dalle cellule residue dell’ISIS e di Al Qaeda. Ma per gli USA questa estensione costituisce un altro messaggio alla Russia. La NATO avverte Vladimir Putin che considererà casus belli qualsiasi incursione russa su un centimetro di suolo “alleato”, come ha solennemente annunciato il segretario Jens Stoltenberg.

Il vertice risponderà anche alle pressioni dei paesi più a ridosso della Federazione russa che vogliono che si trasformino in “brigate” (composte mediamente da 3.500 unità ciascuna) gli attuali “gruppi tattici” schierati nelle repubbliche baltiche, in Polonia, in Slovacchia, in Ungheria, in Romania e in Bulgaria. I paesi dell’Europa occidentale preferirebbero l’attuale dispiegamento. Il nodo è se passare da una presenza militare simbolica a una presenza militare più massiccia, permanente e molto più costosa.

L’altra questione sul tappeto è altrettanto concreta. Finora l’Alleanza funziona attraverso i contributi degli stati membri pari a 2,5 miliardi di dollari annui. Jens Stoltenberg spinge nella direzione un aumento sostanziale di questo importo, che consentirebbe di agire in caso di emergenza senza aspettare i contributi nazionali. Sembra che le pretese della NATO siano ingenti, tali da raggiungere entro 10 anni l’obiettivo di 30 miliardi di dollari. La Francia ed altri paesi europei si sono finora espressi in modo contrario. Peraltro questo super-finanziamento della NATO sarebbe alternativo all’obiettivo che da sempre persegue l’imperialismo europeo di costruire un esercito comune affidato al comando UE.

È inoltre del tutto certo che il vertice confermerà l’obiettivo fissato al vertice del Galles del 2014 di imporre a tutti i paesi aderenti di portare le proprie spese militari al 2% del PIL, zittendo tutte quelle timide opposizioni che si esprimono nella politica di vari paesi, come il Italia da parte di Giuseppe Conte, portavoce del movimento 5 stelle, o in Spagna da parte dei ministri che fanno capo a Unidas Podemos.

Naturalmente il contesto della guerra in Ucraina costituirà un potente argomento per i disegni di Jens Stoltenberg e di Joe Biden e per far prevalere la linea oltranzista.

*articolo apparso sul sito www.rosarossaonline.it

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