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Sebbene la Rivoluzione Cubana del 1959 abbia avuto un enorme sostegno popolare, soprattutto nei suoi primi anni, tale sostegno non si è espresso in iniziative autonome di controllo e di potere dal basso. Non fu così neppure durante la rivoluzione fallita del 1933, quando la classe operaia svolse un ruolo molto più importante che nel 1959.

Questo è stato sottolineatonel 1935 dalla Foreign Policy Association nel suo noto studio Problemi della Nuova Cuba, dove cita il gran numero di scioperi avvenuti nell’agosto e nel settembre 1933, quando non meno di trentasei zuccherifici furono occupati dagli operai, che formarono anche dei «soviet» in molti di essi, come quelli di Mabay, Jaronú, Senato e Santa Lucia (183). Si trattava di lotte autonome dal basso, simili a quelle che ebbero luogo nelle rivoluzioni in Messico e Bolivia, tra le altre in America Latina, così come nella rivoluzione russa del 1917 e nella rivoluzione ungherese del 1956.  

È significativo che all’inizio della Rivoluzione del 1959 a Cuba, quando alcuni comunisti del Partito Popolare Socialista (PSP) che si tenevano ancora a una certa distanza dal Governo Rivoluzionario promossero l’occupazione delle terre da parte dei contadini, Fidel Castro condannò pubblicamente e fermamente queste azioni.

In un’intervista televisiva il 19 febbraio di quell’anno, il líder máximo  si oppose alla distribuzione “anarchica” della terra e insistette sul fatto che le persone coinvolte in qualsiasi distribuzione prima della nuova legge avrebbero perso ogni eventuale diritto di ottenere i benefici che la stessa legge avesse concesso. Allo stesso modo, ha denunciato come criminale qualsiasi iniziativa indipendente di distribuzione di terre che aggirasse il governo rivoluzionario e la futura legge di riforma agraria.

Nelle settimane precedenti l’emanazione della legge vennero delineati altri aspetti che caratterizzeranno il modus operandi dall’alto del governo presieduto da Fidel Castro. Da un lato, quasi tutti i cubani, senza distinzione di classe sociale, si espressero a favore di regolamenti ancora sconosciuti. I vari “sostegni” promessi al nuovo regime agrario da un’ampia gamma di gruppi sociali includevano anche quelli dei grandi latifondisti dello zucchero e proprietari terrieri, che donavano trattori e altri attrezzi con il presunto scopo di appoggiarlo, sebbene ovviamente sostenessero che questa riforma avrebbe dovuto preservare le loro enormi proprietà agricole.

D’altra parte, nessuno sapeva davvero cosa avrebbe incluso la legge e quanto sarebbe stata radicale. Quando fu finalmente decretata, il 17 maggio 1959, non venne nemmeno discussa dal gabinetto del governo rivoluzionario, tanto meno da nessuno dei gruppi o organizzazioni rivoluzionari. Infatti, è stata redatta da un piccolo gruppo di dirigenti del Partito Comunista (PSP) e dell’ala del Movimento 26 luglio vicino al PSP, durante una serie di incontri a casa di Ernesto Che  Guevara, sulla spiaggia di Tarará.

Fu senza dubbio una legge radicale, nel senso che in un colpo solo eliminò il latifondo a Cuba. Il suo radicalismo è particolarmente evidente se confrontato con la modestissima Legge di Riforma Agraria n. 3  che Fidel Castro emanò il 10 ottobre 1958 nella Sierra Maestra, che si limitava ad essere una breve dichiarazione di principi che prometteva che il futuro governo avrebbe affrontato la questione agraria e la sua primo passo sarebbe stato di concedere al contadino cubano il diritto di poter rimanere sulla terra.

Oltre a questo, i pronunciamenti in merito evitavano ogni tipo di promessa specifica ed eludevano questioni spinose, come il risarcimento ai vecchi proprietari per i terreni confiscati dallo Stato, questione che meno di vent’anni prima aveva diviso i costituenti del 1940. Questa mancanza di specificità ha caratterizzato la politica sociale moderata adottata dai leader rivoluzionari dal 1956 al 1958 circa, al fine di evitare disaccordi all’interno dell’ampia coalizione contraria alla dittatura di Batista.

Fu durante questo periodo che Fidel Castro prese le distanze, per le stesse ragioni tattiche, dai pronunciamenti sociali ed economici più radicali della sua La storia mi assolverà  del 1953, al fine di accogliere il crescente sostegno della classe media cubana e persino di alcuni capitalisti, importante per il movimento da lui guidata. Allo stesso tempo intensificò la sua militanza contro Batista, dando vita ad una politica che combinava la militanza armata con una posizione moderata sulle questioni socioeconomiche.

È significativo che questa breve svolta moderata di Fidel Castro in materia socioeconomica sia stata accettata anche dall’intera opposizione armata. In questo contesto, vale la pena notare che quando l’Ufficio dei Lavoratori del Secondo Fronte, presumibilmente più di sinistra, guidato da Raúl Castro in Oriente, si è dichiarato a favore di una riforma agraria, lo ha fatto anche in termini molto generali.  

La Legge di Riforma Agraria del maggio 1959 godette di un enorme sostegno da parte di una popolazione sempre più radicalizzata per i provvedimenti adottati dal Governo Rivoluzionario, come la riforma urbanistica che ridusse sostanzialmente gli affitti, e per il crescente sentimento antimperialista generato dall’ostilità di Washington e della maggior parte dei media statunitensi verso la Rivoluzione.

La grande popolarità della citata legge non toglie che si trattasse di una riforma dall’alto,  come lo erano state le altre riforme: annunciata improvvisamente come fatto compiuto, senza alcuna previa discussione sul suo contenuto, imposta dalle organizzazioni rivoluzionarie e dal governo.

Il governo si è anche assicurato di mantenere il suo controllo durante la fase di attuazione della legge, assegnando tale ruolo all’Istituto Nazionale per la Riforma Agraria (INRA) e all’Esercito Ribelle. Questo garantiva che non si coinvolgesse nell’attività autonoma i contadini che desideravano ottenere la propria terra, anche se avevano seguito alla lettera le disposizioni della nuova legislazione.

La popolarità della riforma agraria e delle altre misure adottate dal governo rivoluzionario si è evidenziata nelle enormi manifestazioni di carattere plebiscitario che caratterizzarono tale il processo. Tutto ciò mostra che, sebbene ci sia stato un sostegno molto ampio e una partecipazione popolare alla Rivoluzione, questo non si è riflesso in un controllo democratico dal basso. Il governo decideva ogni passo e si preoccupava di impedire qualsiasi azione indipendente organizzata dal basso; la popolazione ha sostenuto le decisioni del governo ma non ha partecipato al processo decisionale.

La riforma agraria del 1959 fu un passo molto importante verso il consolidamento del modus operandi  dall’alto del Governo Rivoluzionario. Ha dato a Fidel Castro e al suo gruppo un potere enorme e la libertà di esercitarlo con un minimo di obblighi limitativi.

Il formidabile capitale politico accumulato nei primi mesi della Rivoluzione non solo ha permesso loro di consolidare la politica agraria, ma anche di radicalizzarla e di reindirizzarla verso una proprietà statale dell’agricoltura con la Seconda Legge di Riforma Agraria, emanata quattro anni dopo, il 3 Ottobre 1963. Questa nuova legge limitò l’estensione della terra che i contadini privati potevano possedere da 402 a 67 acri (5 caballerias), espandendo notevolmente le Granjas del Pueblo (dello Stato) fino a farle diventare la principale istituzione dell’agricoltura cubana.

Si noti, tuttavia, che mentre la riforma agraria del 1959 significava la soddisfazione dei grandi desideri contadini e popolari, lo stesso non si può affermare rispetto alla riforma agraria del 1963, che significava, più che altro, la volontà burocratica di un regime che si era già dichiarato “socialista” e cercava apertamente di attuare una versione caraibica del modello sovietico di agricoltura collettivizzata.

Questo non significa che i contadini, gli operai e il popolo in generale si siano opposti al monopolio statale dell’agricoltura e dell’industria. Sebbene le grandi maggioranze ritenessero di aver beneficiato delle azioni del governo rivoluzionario, attraverso, ad esempio, la riforma urbana e la mobilità sociale, hanno continuato a identificarsi con la politica antimperialista del governo e hanno continuato a sostenerla. Coloro che si opponevano al regime hanno dovuto pagare un prezzo elevato, compresa l’esclusione dall’istruzione superiore e la discriminazione sul lavoro. E se queste misure non bastavano a spezzare gli insoddisfatti, c’era sempre la sistematica repressione della Sicurezza di Stato, del carcere e del plotone di esecuzione.

Transizione del sistema politico verso il controllo dall’alto

È vero che nel 1959 Fidel Castro insieme al suo più stretto gruppo di collaboratori hanno dovuto fare i conti con un’altra serie di individui e gruppi relativamente indipendenti che non si adattavano facilmente ai loro orientamenti politici. Sfruttando abilmente le occasioni che si presentavano, li ha eliminati uno ad uno. È quanto accadde nei casi del presidente Manuel Urrutia, costretto a dimettersi nel luglio 1959, e del comandante Huber Matos, accusato di aver tradito la Rivoluzione per aver osato dimettersi dall’incarico e condannato, nell’ottobre 1959, a vent’anni di reclusione; o come nel caso della stampa e dei media indipendenti, scomparsi a metà degli anni Sessanta con il controllo governativo di quasi tutti i giornali e le emittenti radiofoniche e televisive dell’Isola.  

Ancora più importante fu il controllo del movimento sindacale da parte del nuovo regime rivoluzionario. Fidel Castro intervenne personalmente alle elezioni della dirigenza sindacale nazionale al X° Congresso della CTC, (Confederación de Trabajadores de Cuba, la centrale sindacale) tenutasi nel novembre 1959, per assicurare la vittoria degli elementi filo-comunisti nel movimento sindacale.

Il processo elettorale della convenzione del Congresso era iniziato nella primavera del 59 con elezioni libere a livello locale, seguite da elezioni a livello provinciale. Fin dall’inizio è stato chiaro che i candidati associati al Movimento 26 luglio erano stati i grandi vincitori; nel frattempo, i comunisti ottennero solo il dieci per cento circa dei seggi sindacali (anche se bisogna riconoscere che alcuni eletti che appartenevano al 26 luglio simpatizzavano per il PSP).  

I risultati delle elezioni a livello nazionale per scegliere i delegati al Congresso sono stati molto simili. Era chiaro che i comunisti sarebbero stati sconfitti ed esclusi dalla dirigenza sindacale nazionale. Fu allora che Fidel Castro intervenne per impedirlo, imponendo una propria lista che, pur non includendo i più noti comunisti sindacali, mise il controllo del CTC nelle mani dei cosiddetti elementi unitari  del Movimento 26 luglio, favorevole ai comunisti e guidato dal leader sindacale Jesús Soto.

Dopo la conclusione del congresso, il ministero del Lavoro, in collaborazione con i sindacalisti comunisti e unitari alla testa del sindacalismo nazionale, epurò circa il cinquanta per cento dei dirigenti sindacali che si erano opposti ai comunisti. Lo hanno fatto non attraverso nuove elezioni, ma attraverso commissioni di epurazione e riunioni sindacali accuratamente organizzate e truccate. Questo è stato il primo grande passo verso l’instaurazione di un sindacalismo completamente controllato dallo Stato.

L’XI° Congresso della CTC, nel novembre 1961, non poteva essere più diverso da quello tenuto due anni prima. In assenza di una vera competizione tra i candidati che rappresentavano le diverse correnti autonome del movimento operaio, i nuovi dirigenti, preventivamente approvati dai funzionari del regime, vennero eletti per acclamazione. Alla loro testa c’era Lázaro Peña, un vecchio leader sindacale stalinista, che assunse la carica di segretario generale.

L’origine ideologica del potere esercitato dall’alto

La politica che Fidel Castro stava attuando era coerente con le idee di potere e rivoluzione che aveva articolato quando fu imprigionato sull’Isla de Pinos – Isola dei Pini oggi Isola della Gioventù – (1953-1955) dopo il fallito attacco alla Caserma Moncada. Probabilmente colpito da ciò che ha descritto come caos, disordine e mancanza di disciplina a cui aveva assistito come attivista, sia nella fallita spedizione a Confites Cay organizzata con lo scopo di rovesciare il dittatore Trujillo nella Repubblica Dominicana nel 1947 che nella grande esplosione sociale e politica (denominata Bogotazo) in Colombia nel 1948, adottò l’estremo organizzativo opposto che lo portò alla sua visione monolitica di cosa dovrebbe essere un’organizzazione rivoluzionaria.

Così scrisse, ad esempio, il 14 agosto 1954 nel diario che teneva nella cosiddetta Prigione Modello dell’Isola dei Pini:

Non si può organizzare un movimento dove tutti credono di avere il diritto di rilasciare dichiarazioni pubbliche senza consultare nessuno; né ci si può aspettare nulla da un movimento al cui interno vi sono uomini anarchici che, alla prima discrepanza, prendono la strada che ritengono più conveniente, facendo a pezzi e distruggendo il veicolo. L’apparato propagandistico e organizzativo deve essere tale e così potente da distruggere spietatamente chiunque tenti di creare tendenze, cricche, scismi o insorgere contro il movimento.  

Anni dopo, il giornalista di Radio Rebelde  Carlos Franqui scrive della leadership individualista ed antidemocratica di Fidel Castro quando collaborò con lui nella Sierra Maestra, alla fine del 1958:

Ho notato che molti dei nostri incontri sono più una sorta di consultazione. O una conversazione, quasi sempre la prodigiosa conversazione di Fidel, in cui una decisione è data per scontata, ma quasi mai un accordo è ampiamente discusso da tutti i presenti. Una situazione di cui siamo tutti responsabili a causa della [sua] azione e della [nostra] inazione

Non c’è dubbio che le tendenze rivoluzionarie, ma politicamente autoritarie e dall’alto, di Fidel Castro non erano originali né si limitavano alla sua persona. Queste tendenze, infatti, facilitarono la creazione di un gruppo vicino e fedele al leader cubano che condivideva la sua visione rivoluzionaria e politicamente autoritaria, e che era stato acquisito, o almeno rafforzato, nelle sue esperienze all’interno o vicino al movimento comunista.

Così, ad esempio, Raúl Castro era stato membro della Gioventù Socialista (ala giovanile del PSP) all’inizio degli anni ’50; e Che Guevara sviluppò un orientamento filo-comunista molto pro-Stalin a metà dello stesso decennio, durante il suo soggiorno in Guatemala, anche se non si unì mai al partito comunista guatemalteco. È anche evidente che l’ideologia stalinista del PSP (il vecchio partito comunista vicino a Mosca) aveva una “affinità elettiva” con le idee e le pratiche autoritarie di Fidel Castro e dei suoi stretti collaboratori.

Il contesto socio-politico del potere dall’alto

La grande popolarità di Fidel Castro e la sua indubbia capacità politica non sarebbero bastate a imporre con tanto successo le sue prospettive politiche e i suoi controlli organizzativi se non ci fossero state una serie di congiunture politiche a lui estremamente favorevoli. Non dimentichiamo che salì al potere godendo di un’indiscussa egemonia rivoluzionaria, poiché né la Direzione Rivoluzionaria né il PSP erano in grado di mettere in discussione, tanto meno opporsi, le sue dichiarazioni e decisioni, poiché non avevano la sua schiacciante popolarità.

Dal canto loro, i partiti politici importanti alla vigilia del colpo di Stato del 10 marzo 1952, come gli Ortodoxos e gli Auténticos, erano crollati diversi anni prima del 1959. Consideriamo invece la rivoluzione politica avvenuta in Venezuela esattamente un anno prima,  rispetto a Cuba, nel gennaio del 1958, che rovesciò la dittatura di Marcos Pérez Jiménez.

A differenza di Cuba, alla vigilia della sua rivoluzione politica, il Venezuela aveva partiti politici significativi e stabili, come Acción Democrática (socialdemocratico) e Copei (social cristiano), organizzazioni che poco dopo la vittoria su Pérez Jiménez sottoscrissero l’Accordo di Punto Fijo, nell’ottobre 1958, proprio per garantire la politica e lo status quo economico del paese ed evitare una rivoluzione sociale. Questi partiti venezuelani non avevano degli equivalenti nella Cuba del 1959, quindi Fidel Castro non aveva oppositori politici con la forza necessaria per costringerlo a cedere o negoziare accordi.

Nella Cuba del 1958 non esistevano formazioni oligarchiche composte dagli strati superiori della borghesia, dalla Chiesa cattolica e dagli alti ufficiali delle Forze armate che avrebbero potuto fungere da baluardo contro le forze rivoluzionarie. Come accennato in precedenza, alla vigilia della Riforma Agraria del 1959, i proprietari degli zuccherifici e i proprietari terrieri, consapevoli della loro mancanza di potere politico per impedire una riforma radicale, tentarono invano di sedurre il governo rivoluzionario.

Per quanto riguarda l’esercito di Batista, era guidato da un corpo di ufficiali di origine borghese e inferiore, che era diventato una casta privilegiata e generalmente corrotta senza alcuna ideologia a giustificazione del proprio potere. Quando il colonnello Ramón Barquín e diversi ufficiali di carriera denunciarono la corruzione nell’esercito durante la Corte Marziale a cui furono sottoposti per aver complottato contro Batista nel 1956, furono derisoriamente chiamati “i puri”, illustrando chiaramente l’atteggiamento cinico prevalente nelle forze armate durante il governo di Batista.

Un tale esercito è per natura debole e combatte solo finché i benefici ricevuti giustificano i sacrifici. Non per niente le forze armate di Batista crollarono quando dovettero combattere seriamente l’Armata Ribelle.

Un altro fattore che gli studiosi a volte si rifiutano di considerare, è la pura e semplice “buona fortuna” che ebbe Fidel Castro, che gli permise di uscire indenne da situazioni molto difficili e pericolose.  La ”Buona fortuna” nel sopravvivere in questo contesto si riferisce a una serie di eventi concreti che accadono al di fuori del controllo degli attori politici e che hanno un grande impatto sulla loro vita politica e sulla società.

Nel caso di Fidel, un esempio della sua fortuna è stata la morte in combattimento sia di José Antonio Echevarría, leader della Direzione Rivoluzionaria, sia di Frank País, uno dei principali leader del Movimento 26 luglio, nel 1957. Ciò eliminò dalla scena politica rivoluzionaria due figure che avrebbero effettivamente potuto competere con lui per la leadership suprema.

Ancora più impressionante è stato il fatto che, degli ottantadue combattenti partiti dal porto messicano di Tuxpan sul Granma alla fine del 1956, meno di venti sopravvissero allo sbarco nell’Oriente sudoccidentale. Questo rappresenta un tasso di sopravvivenza inferiore al venticinque per cento, rispetto al tasso di sopravvivenza delle decine di migliaia di truppe che hanno partecipato all’invasione della Normandia, che variava tra il trentaquattro e il cinquanta per cento, a seconda delle funzioni delle unità di combattimento.

I due periodi del governo rivoluzionario e le pressioni dal basso

È pertinente notare, tuttavia, che nel caso di Cuba c’è una differenza significativa nel modo in cui il governo si è comportato dal periodo dal 1959 al crollo del blocco sovietico nel 1990, e da quella data fino ad oggi.

Sebbene abbia dovuto fare alcune concessioni durante la prima fase, come l’apertura dei mercati degli agricoltori negli anni ’80, in generale gli aiuti materiali del blocco sovietico hanno ampiamente compensato i gravi danni causati dal blocco economico statunitense e hanno consentito al governo di rimanere saldamente al potere senza molti cedimenti, presiedendo un’austerità che generalmente soddisfaceva i bisogni più elementari della popolazione, e una significativa mobilità sociale, in parte generata dall’emigrazione di ampi settori delle classi medie e alte.

Tuttavia, dall’inizio della cronica e profonda crisi economica causata dalla scomparsa dell’URSS, e dal conseguente calo del consenso popolare e della legittimità politica del regime, quest’ultimo è stato costretto ad arretrare, in alcuni casi su questioni importanti, come il notevole allentamento della possibilità di emigrare per i cubani (fatta eccezione per le centinaia di politici “regolamentati”).

Era quindi prevedibile che se da un lato le crisi economiche e politiche hanno reso il regime più vulnerabile a determinati tipi di pressioni sociali ed economiche; la sua relativa debolezza politica lo rende decisamente repressivo, come dimostrano le lunghe pene detentive di centinaia di cubani accusati di aver partecipato alle proteste in gran parte pacifiche dell’11 luglio 2021.

È necessario chiarire che le strutture politiche e sociali di Cuba sono ben  lontane dal grado di pluralismo implicito in molte delle nozioni sul presunto potere delle “pressioni dal basso”, sia nella fase iniziale della rivoluzione cubana che nell’attuale palcoscenico. Naturalmente, ciò non significa che al governo non importi quello che la gente pensa o vuole, o che non fa tutto il possibile per manipolare la gente per evitare non solo esplosioni popolari come quelle dell’11 luglio 2021, ma anche qualsiasi altra espressione pubblica di malcontento, non importa quanto pacifica possa essere.

Ecco perché, ad esempio, prima dell’approvazione della Costituzione del 2019 da parte dell’Assemblea nazionale del potere popolare, sono state organizzati momenti di discussioni affinché le persone esprimessero opinioni e formulassero suggerimenti sul testo costituzionale.

Ma vale la pena notare due caratteristiche chiave di queste discussioni: le autorità hanno deciso senza consultazioni democratiche di alcun tipo quali suggerimenti sarebbero stati adottati e quali sarebbero stati respinti, caratteristica tipica della cooptazione burocratica dall’alto; e più che altro i cubani che hanno partecipato a quegli incontri non hanno avuto la possibilità o il potere di coordinare le loro proposte con quelle di altri cittadini  cubani che hanno partecipato ad incontri in altri luoghi, tanto meno hanno potuto usare i media per propagandare e mobilitarsi a favore del loro proposte o opporsi ad altri.

Non ci resta che confrontare questo tipo di cooptazione con l’ampio dibattito pubblico che si svolse sui giornali, giornali, riviste e stazioni radio, e le libere elezioni dei delegati tra i tanti candidati di tutti i partiti politici, compreso in particolare il Partito Comunista, prima della Convenzione costituzionale del 1940, per apprezzare l’enorme differenza tra i due processi costituzionali.

La Riforma Agraria: radicalizzata dalla pressione dal basso?

Forse perché la legge di riforma agraria del 1959 ha segnato una svolta nella radicalizzazione della rivoluzione, alcuni studiosi hanno sostenuto che è stata la “pressione dal basso” a spiegare il corso radicale intrapreso dal governo rivoluzionario. È quanto fa uno studio condotto nel 1972 dagli scienziati sociali Juan e Verena Martínez Alier, negli archivi dell’Istituto nazionale di riforma agraria (INRA) in cui concludevano che quando la classe operaia rurale chiedeva terra o lavoro, questa richiesta creava un grande pressione di classe sul governo cubano che ne causò la radicalizzazione.

È importante notare che i ricercatori non hanno segnalato nulla che mostrasse impazienza, malcontento o sfiducia nei confronti dei contadini rispetto alle azioni e alle politiche del governo rivoluzionario, cosa che generalmente accade quando un contadino irrequieto ed esigente si confronta con governi moderati, cauti o esitanti di tipo riformista, liberale o conservatore.

In ogni caso, i principali leader cubani erano da tempo radicalizzati, anche se prima della vittoria, come noto, erano rimasti molto discreti. Più che altro Fidel Castro e i suoi stretti collaboratori godevano, soprattutto in quegli anni, di un enorme credito politico presso il popolo, e soprattutto presso i più diseredati, per cui almeno in quel momento avevano poco di cui preoccuparsi, soprattutto quando non c’era alcuna notevole forza politica che avrebbe potuto superarli, dopo il maggio 1959, proponendo una politica più anticapitalista della loro.

A dire il vero, i capi rivoluzionari, così come la grande maggioranza dei cubani, erano profondamente consapevoli delle grandi aspettative popolari circa il raggiungimento di un apprezzabile miglioramento del loro tenore di vita, cosa che di fatto stava già avvenendo in misura significativa nel 1959 e all’inizio del 1960, prima che si scoprissero le crisi economiche e soprattutto agricole del Paese.

Alla luce di questa realtà, è possibile che le aspettative popolari possano essere viste come un tipo di pressione sul governo, tranne per il fatto che non è stata esercitata come una forza esterna che ha cambiato gli obiettivi e i metodi del regime rivoluzionario, la tesi chiave di Juan e Verena Martínez Alier nel loro ” ‘Tierra o trabajo’: Notas sobre el campesinado y la Reforma Agraria, 1959-1960”, a Cuba: Economía y Sociedad, Parigi, Ruedo Ibérico, 1972, 109-208).

Al questo lavoro si deve aggiungere una recente pubblicazione di Sarah Kozameh che sostiene inoltre che anche le pressioni popolari abbiano avuto un ruolo nel cambiamento del corso dei leader rivoluzionari. (” Riforma agraria e radicalizzazione della Cuba rivoluzionaria “, Studi cubani, n. 51, 2022, 28-46.)

Kozameh sostiene che i progressi della Riforma agraria, dopo la sua approvazione nel 1959, siano dovuti alle pressioni esercitate dai contadini cubani sul governo quando quest’ultimo ha agito in un modo che lei descrive come “moderato” (sebbene non spieghi mai ciò che avrebbe costituito un comportamento “radicale”.)

Sulla base delle lettere inviate agli uffici dell’INRA, Kozameh conclude che i contadini hanno fatto pressioni sul governo affinché garantisse i benefici promessi quando è stata approvata la legge di riforma agraria e spinto sull’INRA affinché agisse contro gli interessi dei proprietari terrieri e, in questo modo, hanno spinto verso una radicalizzazione del rivoluzione.

Non c’è dubbio che l’autrice abbia studiato gli archivi dell’INRA, ma dubito che abbia letto attentamente i giornali e le riviste dell’epoca, che l’avrebbero informata sulla radicalità del governo prima e dopo il maggio 1959, soprattutto quando ignora o dà poco importanza al ruolo che ha svolto l’Esercito Ribelle nel processo di riforma agraria. (A proposito, è stato l’Esercito Ribelle che era ancora nella Sierra a invitare, nel 1958, i contadini ad organizzarsi e non viceversa, secondo Kozameh).

È chiaro, come afferma l’autrice, che i latifondisti e i proprietari terrieri hanno cercato con tutti i mezzi di mediare, se non di eliminare, la riforma agraria. Ma è stata l’INRA, ovviamente appoggiata dal governo e dall’Esercito Ribelle, a licenziare, ad esempio, Manuel Artime, leader cattolico che aveva cercato di “moderare” la riforma agraria dall’interno dell’INRA. E, come ho sottolineato prima, sono stati l’Esercito Ribelle, i funzionari dell’INRA, e non gli stessi contadini, a realizzare nella pratica quotidiana i cosiddetti “intervenciones”  fondiari che hanno posto le basi della rivoluzione nelle campagne.

Infine, la stragrande maggioranza delle denunce all’INRA non può essere considerata una pressione  politica. Reclami su possibili pratiche di corruzione, decisioni errate e mal attuate, inefficienza e quelli che devono essere stati numerosi errori amministrativi vista la mancanza di esperienza dei nuovi funzionari agricoli; non significano in alcun modo “pressioni politiche” nel senso che Kozameh sostiene abbiano radicalizzato i leader rivoluzionari.

In effetti, Il primo esempio di protesta che cita, infatti, riguardava un contadino di Matanzas chiamato Juan Triana Fernández, i cui buoi, indispensabili per trasportare i suoi raccolti, furono sequestrati dai funzionari dell’INRA che, inoltre, permisero a una mandria di 200 mucche di calpestare la terra di Triana facendogli perdere l’intero raccolto di riso.

Triana fu chiaramente vittima di un’incredibile sommatoria di incompetenza burocratica, negligenza e abusi, che avrebbero richiesto almeno l’immediata sostituzione dei funzionari responsabili. Ma ciò non ha nulla a che vedere con la presunta pressione dal basso per radicalizzare la legislazione agraria. Naturalmente, niente di tutto questo vuol dire che non ci siano stati veri conflitti tra contadini e proprietari terrieri. Tuttavia, come hanno agito in quei casi i funzionari locali dell’INRA e gli ufficiali dell’Esercito Ribelle? È improbabile che abbiano sostenuto gli ex proprietari. Ma se fosse stato così, una lettera del contadino leso all’INRA con cui si lamenta e protesta per l’incidente, chiedendo al governo di intervenire, questo si sarebbe stato un vero caso di “pressione politica“.  

Le ragioni di queste interpretazioni

Diversi studiosi della Rivoluzione cubana seguono lo schema di quella che potremmo chiamare “Storia dal basso, ma al contrario”. Ci sono due fattori principali coinvolti in tali processi: primo, l’uso accademico, che spesso ha una relazione complicata e non necessariamente diretta con gli imperativi politici. L’influenza intellettuale di approcci “dal basso” relativamente nuovi, che generalmente trovo molto positivi, può tuttavia creare pressioni accademiche affinché gli studiosi cerchino di applicarli acriticamente in condizioni sfavorevoli.

In secondo luogo, ci sono anche motivazioni, soprattutto politiche, quando gli studiosi cercano comprensibilmente di applicare standard e preferenze ideologiche a compiti accademici e intellettuali. Per coloro che simpatizzano con il regime cubano, non è facile dimostrare, per ovvi motivi, che ora, o anche nel 1959, si è sottomesso a controlli popolari di natura democratica dal basso.

Quindi, poiché non possono pretendere che ci sia stato un controllo democratico da parte della popolazione, cercano di mostrare che ci sono state pressioni popolari dal basso che hanno avuto un impatto significativo sulle decisioni politiche del governo, cercando così di creare una visione più positiva e apparentemente più democratica, sebbene irreale, del governo cubano.

*articolo apparso sul sito www.jovencuba.com il 20 giugno 2022. La traduzione in italiano è stata curata dal sito www.rproject.it

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