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Da dicembre 2020 a luglio 2022 l’inflazione ha raggiunto un livello del 4,5%. L’ultima volta che si è registrata una progressione inflazionistica di queste proporzioni è stato sul periodo febbraio 2007-ottobre 2008. La differenza sta nel fatto che la crescita dell’inflazione non sembra arrestarsi. Non è infatti escluso che questa raggiungerà il 5% a fine 2022.

L’inflazione è una malattia grave del sistema economico capitalista. Meglio, lo è soprattutto per i salariati e per beneficiari di rendite (in particolare pensionistiche). Significa infatti una pesante retrocessione del proprio potere d’acquisto, del proprio livello di vita. Nel 2020 il salario mensile lordo (valore mediano) era di 6’665 franchi. Da dicembre 2020 a luglio 2022, l’inflazione ha eroso 2’365 franchi di salario diretto alle lavoratrici e ai lavoratori di questa fascia salariale. Se l’inflazione dovesse mantenersi a livello dell’attuale 4,5% fino alla fine del 2022, la perdita ammonterebbe a 3’864 franchi.

L’inflazione colpisce un mondo salariale da tempo in difficoltà

L’impatto della crescita della spirale inflazionistica risulta essere amplificato da almeno due fattori di rilevante importanza.

In primo luogo la perdita di potere d’acquisto generata dall’inflazione interviene dopo anni di crescita dei salari reali assolutamente insignificante, in certi settori addirittura di una diminuzione. Tutto questo di fronte ad una produttività in netto e costante aumento, così come sono aumentati costantemente e in modo estremo le remunerazioni del capitale (profitti, dividendi, etc.). A conferma di come l’adagio padronale per cui solo con un aumento della ricchezza prodotta è possibile attuare una qualche forma di redistribuzione, anche attraverso i salari, sono – come sappiamo benissimo da sempre – tutte balle.

Se consideriamo sempre il salario mensile lordo (valore mediano) nazionale, esso era di 6’207 nel 2010 contro i 6’665 franchi del 2020. Stiamo parlando di un aumento medio annuo di 42 franchi… A titolo di paragone, la perdita mensile media del potere d’acquisto in 20 mesi d’inflazione è stata di 118,25 franchi. L’indice dei salari reali sul periodo 2011-2021 segnala una crescita complessiva del 6,9%, ossia uno 0,62% medio annuo. L’inflazione media mensile da dicembre 2020 a luglio 2022 è stata dell’1,77%. Molto concretamente, l’inflazione ha colpito una classe lavoratrice che, nella quasi sua totalità, nell’ultimo decennio non ha avuto modo di accrescere il proprio potere d’acquisto tramite aumenti salariali regolari e incisivi. Quando vi sono stati, sono stati miserrimi, vere e proprie briciole, letteralmente fagocitati dagli incrementi, questi più consistenti, dei prezzi dei prodotti e servizi che non sono volontariamente conteggiati nel paniere che forma l’indice dei prezzi al consumo (IPC).

E questo ci porta al secondo fattore importante. In tutti i paesi capitalisti, le frazioni dominanti al potere si sforzano, con successo, di manipolare il calcolo dell’aumento reale dei prezzi. Gli indici dei prezzi (che, val la pena ricordarlo, non corrisponde all’indice del costo della vita: in Svizzera, ad esempio, non include direttamente tutti i costi assicurativi né le imposte) sono letteralmente truccati nell’obiettivo di bloccare qualsiasi rivendicazione (qualora se ne manifestasse la volontà da parte dei sindacati…) di aumentare i salari reali per compensare l’erosione appunto del potere d’acquisto.

Un metodo per neutralizzare questo indice è quello di immettere nella massa totale degli articoli che formano il “paniere tipo” una serie di beni poco o del tutto non consumati dai lavoratori, i cui aumenti di prezzo sono inferiori alla media, ottenendo così un indice dei prezzi che non riflette oggettivamente l’aumento reale del costo della vita; o, in alternativa, includere certi servizi e beni, i cui prezzi possono aumentare rapidamente, in una proporzione inferiore rispetto al loro peso reale nelle spese delle economie domestiche.

Vi sono poi diversi altri sistemi per controllare il calcolo dell’aumento del costo della vita. In Svizzera quello più evidente e inaccettabile consiste nell’escludere dal paniere tipo alla base della misurazione dell’evoluzione dei prezzi i premi di cassa malati e i premi delle altre assicurazioni. Questi, come noto, rappresentano alcune delle maggiori voci di spesa delle famiglie elvetiche. E, soprattutto, i premi di cassa malati sono quelli che hanno conosciuto una crescita letteralmente esplosiva dall’introduzione della LaMal.  A livello nazionale, i premi medi di cassa malati per assicurato erano di 1’539 franchi nel 1996, saliti a 3’788 franchi nel 2021, una crescita pari al 146%! Sul periodo 2010-2020 l’aumento è stato del 33%, ossia una crescita media annua del 3%!

L’inflazione in Svizzera colpisce dunque una classa lavoratrice che, da almeno un decennio, conosce già un processo d’impoverimento relativo e, per certe categorie, assoluto. La spirale inflazionistica peggiorerà in maniera consistente il livello di vita di centinaia di migliaia di famiglie. E questo anche perché i partiti social-liberali rosa-verdini e le direzioni sindacali ad essi intimamente legati non sembrano assolutamente indifferenti a questa situazione di emergenza sociale. O, perlomeno, non sembrano voler stimolare la via della mobilitazione sociale, unica possibile reale risposta a questa situazione.

Avete detto inflazione?

Per rendersi conto di questo immobilismo, basterebbe farsi un giro sui portali internet delle organizzazioni che sul piano squisitamente teorico dovrebbero occuparsi degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori. Non si troverà praticamente nulla. L’Unione Sindacale Svizzera si è limitata a uno striminzito comunicato stampa. Peggio del silenzio mediatico è il fatto che le direzioni sindacali di questo paese neppure considerino la difesa del potere d’acquisto eroso dall’inflazione come una priorità assoluta, attorno alla quale tentare di mobilitare le salariate e i salariati. Il contesto che abbiamo rapidamente ricostruito in precedenza dovrebbe scatenare una reazione all’altezza del problema. Tanto più che la difesa del potere d’acquisto dagli effetti dell’inflazione è una di quelle tematiche che riguarda l’insieme della classe dei salariati e non singole categorie. Addirittura, la lotta contro gli effetti dell’inflazione assume anche un carattere intergenerazionale, coinvolgendo non solo tutti i salariati attivi ma pure i beneficiari di varie forme di rendite e di prestazioni sociali. Per esempio, né le rendite AVS, né quelle della LPP conoscono una compensazione automatica al rincaro e quest’ultima è ampiamente insufficiente. Per quanto riguarda l’AVS, le rendite sono adeguate alla fine di ogni ciclo di due anni se l’inflazione supera nell’arco di un anno il 4%. Inoltre, l’adeguamento avviene sulla base del cosiddetto indice misto, il quale corrisponde alla media dell’indice dei salari e dei prezzi. Nel caso delle rendite LPP, la loro indicizzazione dipende dalla volontà dell’organo paritetico o dall’organo supremo dell’istituto di previdenza, i quali hanno totale facoltà negare gli adeguamenti all’evoluzione dell’inflazione.

Tutto questo per dire che una mobilitazione contro la perdita di potere d’acquisto, al di là della sua importanza materiale, costituirebbe uno di quei rari terreni di lotta capace di unire veramente tutti e tutte i beneficiari di salari diretti e indiretti, sollecitando anche quei segmenti tradizionalmente più refrattari alla questione sindacale.

Ripensare alla scala mobile dei salari

La ripresa, dopo una pausa più che decennale, di fenomeni inflattivi, deve spingerci a riflettere e a rilanciare strumenti di difesa del potere di acquisto. Pensiamo in primis alla scala mobile dei salari, il sistema di indicizzazione dei salari che permetterebbe di diminuire al massimo la perdita salariale.

Si tratta di un sistema di rivalutazione automatica dei salari rispetto all’evoluzione dell’inflazione. Per espletare tutta la sua efficacia, la scala mobile dei salari deve essere applicata integralmente a tutte le salariate e a tutti i salariati, così come a tutti i beneficiari di diverse forme di rendite (pensionistiche e non) e le persone in disoccupazione, in malattia e in infortunio. Questo principio dovrebbe inoltre essere esteso a tutte le forme di assegni contributivi sociali (in primo luogo agli assegni familiari).

Il meccanismo d’indicizzazione dei salari e delle rendite previsto dalla scala mobile dovrebbe essere applicato sulla base di una percentuale mensile di adeguamento. Questa frequenza mensile sarebbe l’unica a permettere di evitare la perdita di quanto accumulato nel mese intercorso. Altre forme di adeguamento – ad esempio trimestrale – dovrebbero tuttavia porsi il problema della perdita subita durante l’anno. Riflessione che vale anche per i salari che vengono adeguati a fine anno. In questo caso tutto quanto non compensato durante l’anno viene completamente perso ed è una perdita che i salariati si portano appresso per sempre. Giusto per ricordare che non stiamo parlando di cose astruse, ricordiamo che nel sistema salariale cantonale fino agli anni 80 esisteva – al momento degli adeguamenti salariali – una forma di indennizzo della retroattività persa.

Come sempre è il caso, il problema non sta mai nella soluzione tecnica. La scala mobile è un sistema adottato storicamente in diversi paesi europei alla fine della Seconda guerra mondiale, cancellata dall’ondata neo-liberista d’inizio anni ’90. In Svizzera esiste ancora un esempio imperfetto di indicizzazione automatica di tutti i salari all’aumento dell’inflazione. È il caso del Contratto collettivo di lavoro dell’industria metalmeccanica ed elettrica. Sfortunatamente le compensazioni salariali avvengono con un anno di ritardo. Come sempre il problema risiede nell’assenza di un impulso alla lotta dato dal movimento sindacale di questo paese. Dappertutto si parla dell’inflazione tranne, sembra, negli spaziosi uffici dei vertici sindacali. E poi ci si chiede la ragione dal basso tasso di sindacalizzazione, dell’assenza di conflittualità sociale in Svizzera. Nel frattempo, i profitti padronali, come detto, non cessano di crescere…

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