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In un precedente articolo abbiamo dimostrato che il finanziamento dell’AVS non sarà un problema nei prossimi decenni: non è vero che l’aumento della speranza di vita renda inevitabile un aumento dell’età di pensionamento per motivi finanziari. Tuttavia, i sondaggi mostrano che la speranza di vita è il principale argomento addotto da coloro che sono pronti a votare sì all’innalzamento dell’età di pensionamento per le donne a settembre. È quindi necessario esaminare le cosiddette “dimostrazioni” secondo le quali, poiché viviamo più a lungo sarebbe anche “normale” lavorare più a lungo.

Speranza di vita… quale?

La speranza di vita alla nascita nel 2020 era di 81 anni per gli uomini e 85,1 anni per le donne. È diminuita tra il 2019 e il 2020, a causa della pandemia Covid-19. Dal 1970, la speranza di vita alla nascita è aumentata di 10,9 anni per gli uomini e di 8,9 anni per le donne. Sono queste le cifre più spesso ripeture nel dibattito sulle pensioni.

Tuttavia, viene “dimenticato” un ulteriore elemento cruciale: la speranza di vita in buona salute. Si tratta di un fatto che indica il numero di anni che le persone possono aspettarsi di vivere senza soffrire di problemi di salute che limitino la loro vita quotidiana, il che è essenziale quando si tratta di lavorare. L’Ufficio federale di statistica (UST) la calcola ogni cinque anni, combinando informazioni demografiche, relative alla speranza di vita alla nascita, e informazioni sullo stato di salute della popolazione, basate sull’Indagine sulla salute in Svizzera (ISS). Nel 2017 (ultimo anno disponibile), la speranza di vita in buona salute era di 69,8 anni per gli uomini e 70,8 anni per le donne [1].

La speranza di vita in buona salute è quindi nettamente inferiore alla “semplice” speranza di vita. L’età legale di pensionamento è appena 5 o 6 anni più alta e non c’è quasi nessuna differenza tra uomini e donne. Questi risultati corrispondono all’esperienza di ogni persona un po’ più anziana: tra i 60 e i 70 anni compaiono spesso gravi problemi di salute… Aumentare l’età di pensionamento, tendendo a 67, 68 o 69 anni per tutti, come sostengono spudoratamente gli ambienti della destra e dei datori di lavoro, equivale quindi a liquidare la maggior parte degli anni di pensione in buona salute.

Certo, la speranza di vita in buona salute è aumentata: nel 1992, il primo anno per il quale sono disponibili dati, era di 63,9 anni per gli uomini e 65,3 per le donne. Tuttavia, l’aumento si è fermato nel 2007: da allora, non ci sono stati progressi significativi. Soprattutto, sostenere che in passato la speranza di vita in buona salute era inferiore all’età di pensionamento è un’argomentazione molto strana, a meno che non si consideri che il destino di uomini e donne – preferibilmente gli altri! – è quella di sacrificare la propria vita e la propria salute al lavoro.

La speranza di vita… di chi?

La speranza di vita, “semplice” o in buona salute, è una media. Ma le medie possono nascondere grandi differenze. È proprio il caso per la speranza di vita e queste differenze corrispondono a disuguaglianze sociali.

Esistono differenze individuali nella salute. Ma le differenze fondamentali sono quelle sociali, riconducibili propri alle disuguaglianze sociali, quelle che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) chiama i determinanti sociali della salute [2]: “I determinanti sociali della salute hanno un’influenza importante sulle disuguaglianze di salute… La ricerca mostra che i determinanti sociali possono avere un’influenza maggiore sulla salute rispetto all’assistenza sanitaria o alle scelte di vita”. Tra i determinanti sociali, l’OMS classifica: il reddito, la protezione sociale, l’istruzione, la disoccupazione e la precarietà, le condizioni di lavoro, l’insicurezza alimentare, le condizioni abitative, le condizioni di sviluppo dell’infanzia, l’inclusione sociale e l’assenza di discriminazione… In altre parole, le diverse dimensioni della propria posizione sociale, o di classe.

Le disuguaglianze sociali nella salute comportano grandi disuguaglianze sociali nella speranza di vita: le persone con le peggiori condizioni di vita, con un lavoro usurante, hanno un’aspettativa di vita inferiore. Questo fatto è documentato da numerosi studi scientifici internazionali.

Ci sono alcuni dati per la Svizzera, anche se purtroppo non numerosi. I più recenti sono i seguenti: nel 2011-2014, la speranza di vita dei trentenni con istruzione obbligatoria era inferiore di 4 anni rispetto a quella dei coetanei con istruzione terziaria (università, SUP) [3]; per i trentenni con istruzione secondaria (apprendistato), la differenza era di 2,7 anni. Per le donne, le differenze sono minori: 1,3 anni e 0,7 anni, rispettivamente. Non è il livello di istruzione in sé a spiegare queste disuguaglianze: l’istruzione viene utilizzata come indice molto approssimativo per definire la posizione sociale.

E che dire della speranza di vita in buona salute? I dati internazionali mostrano una chiara tendenza: qui le disuguaglianze sociali sono ancora maggiori. Uno studio storico sulla situazione in Inghilterra nel periodo 1999-2003, ad esempio, ha rilevato che la differenza nella speranza di vita senza disabilità (un’altra misura di buona salute) tra le aree abitative più ricche e quelle più povere era di 17 anni, rispetto a una differenza di 7 anni nella speranza di vita “semplice” [4].

Non ci sono dati su questo tema a livello svizzero. Tuttavia, tutto lascia pensare che la tendenza sia la stessa. A qualsiasi età, la percentuale di persone che si considerano in buona salute è significativamente più bassa tra coloro che vivono nelle condizioni peggiori. Così, nel 2017, l’89% delle persone di età compresa tra i 45 e i 64 anni con un’istruzione superiore si considerava in buona salute, rispetto al 63% delle persone della stessa età che avevano solo terminato la scuola dell’obbligo (26% di differenza!). Tra le persone di 65 anni e oltre, queste percentuali sono dell’82% e del 58% (differenza del 24%) [5]. Queste disuguaglianze nello stato di salute si aggiungono alle disuguaglianze nella speranza di vita “semplice”. Poiché la speranza di vita media in buona salute per l’intera popolazione è attualmente di circa 70 anni, ciò significa che già oggi una percentuale significativa di persone con condizioni di vita e di lavoro più difficili può contare su una speranza di vita in buona salute inferiore all’età di pensionamento prevista dalla legge! L’innalzamento dell’età di pensionamento metterà altre fasce della popolazione in questa situazione.

Lavoro, salute e pensione

Le condizioni di lavoro sono una delle dimensioni fondamentali dei determinanti sociali della salute. Esistono innumerevoli indagini che evidenziano l’associazione tra condizioni di lavoro gravose e danni alla salute. La più recente indagine nazionale, pubblicata dall’UST nell’ottobre 2021 [6], mostra che le persone che devono affrontare una combinazione di condizioni di lavoro che possono rappresentare un rischio per la loro salute fisica (come movimenti ripetitivi, trasporto di carichi pesanti, assunzione di posizioni dolorose o faticose) o per la loro salute psicologica (essere sottoposti a forti pressioni sui ritmi di lavoro, avere a che fare con clienti o pazienti difficili, o dover sopportare un forte carico emotivo) hanno una probabilità tre o quattro volte maggiore di dichiarare che la loro salute è assai meno buona rispetto alle persone che non sono esposte a tali rischi. Secondo questo studio, il settore di attività definito come “salute umana e lavoro sociale”, e che comprende in particolare il personale di ospedali, case anziani o asili nido, è quello i cui dipendenti, soprattutto donne, sono più spesso esposti contemporaneamente a questi due tipi di condizioni di lavoro rischiose. I problemi di salute sul lavoro non sono quindi specifici dei settori di attività “in declino”… e maschili. L’intensificazione del lavoro negli ultimi anni non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Non sorprende che siano proprio gli uomini e le donne che svolgono i lavori meno riconosciuti, più subordinati e meno retribuiti a essere più spesso esposti a queste difficili condizioni di lavoro.

Fai come dico, non come faccio…

A questo punto è necessario fare un breve riassunto della situazione.

Chi sono i sostenitori dell’innalzamento dell’età di pensionamento? I partiti di destra e i datori di lavoro. Rappresentano la piccola minoranza che detiene la maggior parte della ricchezza, i migliori redditi, le migliori condizioni di vita e di lavoro. È nei loro ranghi che l’aspettativa di vita è più lunga. Ed è sempre tgra costoro che si trovano coloro che vanno in pensione anticipata e ricevono le pensioni più alte. Secondo le nuove statistiche sulle pensioni dell’Ufficio federale di statistica (UST) [7], gli uomini che vanno in pensione all’età di 58 o 59 anni ricevono in media le pensioni più alte del 2° pilastro: circa 3’500 franchi al mese nel 2020, contro poco più di 2’150 franchi degli uomini che vanno in pensione all’età di 65 anni (che hanno le pensioni più basse). Il divario è simile per le donne, ma a un livello molto più basso: circa 2’100 franchi all’età di 58 anni contro 1’300 franchi all’età di 64 anni.

A chi dicono, questi sostenitori dell’innalzamento dell’età di pensionamento, che è “normale” lavorare più a lungo, “visto che” la speranza di vita è in costante aumento? Alla maggior parte della popolazione occupata, che ha condizioni di vita peggiori o addirittura pessime rispetto a loro; che spesso è sottoposta a condizioni di lavoro che danneggiano gravemente la salute; che ha una speranza di vita in buona salute significativamente inferiore; che troppo spesso ha diritto a pensioni che rendono di fatto impossibile il pensionamento anticipato; e che a volte è persino costretta a lavorare oltre l’età di pensionamento prevista dalla legge per avere abbastanza da vivere.

Non cadete nella trappola

Questa è la realtà sociale! Non ha nulla a che vedere con la litania dell’aumento della speranza di vita, che sarebbe uguale per tutti. Non dobbiamo quindi cadere in questa trappola:

1. Non c’è alcuna “necessità” finanziaria di aumentare l’età di pensionamento.

2. L’innalzamento dell’età di pensionamento avrà conseguenze sociali diseguali e ingiuste. Sarà un’ulteriore punizione per tutti coloro che hanno già le peggiori condizioni di vita, il lavoro più faticoso e le condizioni di salute peggiori; li metterà di fronte a un dilemma impossibile: lavorare ancora più a lungo e rischiare di perdere la salute, oppure smettere di lavorare presto e accontentarsi di un reddito misero durante la pensione. Mentre la minoranza con il miglior reddito, le migliori condizioni di lavoro e la migliore salute potrà sempre permettersi di andare in pensione prima se lo desidera.

3. L’innalzamento dell’età di pensionamento non è necessario per le persone che vogliono lavorare più a lungo perché si sentono in forma e amano il loro lavoro. Già oggi è possibile posticipare il momento in cui si riceve l’AVS fino all’età di 70 anni. Dovete solo trovare un datore di lavoro che sia disposto a tenervi con sé… e che non scelga di licenziarvi a 60 anni per sostituirvi con qualcuno più giovane e meno caro…

4. Per la maggior parte degli uomini e delle donne occupati, sarebbe invece oggi necessario un abbassamento dell’età di pensionamento. Questa riduzione dell’orario di lavoro, misurata sull’arco della vita, sarebbe in effetti una risposta all’intensificazione del lavoro, che non ha smesso di crescere e che diventa sempre più logorante.

[1] UST, Salute: Statistiche tascabili 2022, 2022.
[2] https://www.who.int/health-topics/social-determinants-of-health#tab=tab_1.
[3] Ufficio federale di statistica (UST), Statistiques de la santé 2019, 2019.
[4] Fair Society Healthy Lives (The Marmot Review), 2010.
[5] UST, Salute: Statistiche tascabili 2022, 2022.
[6] UST, Indagine sulle forze di lavoro in Svizzera (SLFS) 2020. Infortuni sul lavoro e altri problemi di salute legati al lavoro, 2021.
[7] UST, Beneficiari di una nuova rendita di vecchiaia della previdenza professionale (casse pensioni e istituti di libero passaggio) e importo mensile per persona, per sesso ed età, 2022.

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