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Benoit Blanc è lo pseudonimo di uno studioso attivo nell’ambito delle assicurazioni sociali. Il nostro sito ha ospitato in passato numerosi suoi contributi su questi temi, in particolare sulla questione dell’assicurazione malattia.
L’articolo che segue è il primo di una serie di 4 articoli nei quali egli analizza, in vista della votazione sull’AVS del prossimo 25 settembre, alcune delle questioni in discussione. (Red)

La destra svizzera e i datori di lavoro sono campioni del mondo nell’arte del martellamento: quando sono in gioco i loro interessi, non si stancano mai di far valere gli stessi argomenti per cerca di imporre il loro punto di vista. Le pensioni, e l’AVS in particolare, ne sono un esempio. Da tre decenni questi gruppi cercano di inculcare nella testa delle persone tre convinzioni: 1) l’AVS sta andando verso un disastro finanziario; 2) questa è la conseguenza dell’aumento della speranza di vita; 3) sarebbe quindi “inevitabile” e “normale” lavorare più a lungo e aumentare l’età di pensionamento.

Il prossimo settembre voteremo nuovamente sulla proposta di innalzare l’età di pensionamento delle donne a 65 anni. La destra non nasconde di voler rimuovere l’ultimo ostacolo per poi procedere ad un aumento generale dell’età di pensionamento, prima a 66 anni, poi a 67, 68 o addirittura 69 anni. Per battere questa destra, dobbiamo smontare il loro argomentario. Cominciamo dalla questione finanziaria.

Più la si spara grossa, meglio è…

Nonostante la riforma, l’AVS ha ancora un buco finanziario di 650 miliardi di franchi“, titolava la Neue Zürcher Zeitung del 18 marzo 2022. Boom! Il buco sarebbe addirittura di 900 miliardi di franchi se l’aumento dell’età di pensionamento delle donne – la cosiddetta “riforma” – venisse respinto a settembre. Boom! Non resterebbe che alzare bandiera bianca…

La fonte di questa cifra è uno “studio” pubblicato il giorno precedente  dalla banca UBS e intitolato opportunamente “Il futuro dell’AVS. Una questione di prospettiva”. Questo opuscolo, riciclato da anni con valori aggiornati, si presenta come il risultato della collaborazione tra il Centro di ricerca sui contratti di generazione [Forschungszentrum Generationenverträge (FZG)] dell’Università di Friburgo in Brisgovia (Germania) e gli economisti di UBS. Un codice QR stampato sulla pubblicazione consente di accedere alle informazioni di UBS, ad esempio su “quali strategie di investimento possono ottimizzare la vostra previdenza“. Per queste persone, la “scienza” ha un forte sapore commerciale.

Come si arriva a questa somma spropositata di quasi 1’000 miliardi di franchi? Essa dovrebbe corrispondere alla differenza tra la somma dei contributi che la popolazione residente in Svizzera nel 2019 dovrebbe versare all’AVS nel corso della propria vita, meno la somma delle pensioni che questa stessa popolazione riceverebbe dall’AVS. Si tratta quindi di un calcolo che copre un periodo di circa 100 anni, con garanzia di affidabilità UBSmade. Si ipotizza inoltre che il livello di finanziamento dell’AVS (aliquota contributiva, contributo IVA, ecc.) non cambi. Tutt’altro che ovvio su un periodo di cento anni! Per spaventare le persone, lo studio mette poi in relazione questa somma, frutto di un accumulo lungo un secolo, con la ricchezza prodotta in un anno: il 125,7% del prodotto interno lordo (PIL) [la cifra dopo la virgola è decisiva ai fini scientifici]. Ovviamente, se rapportassimo questa somma alla ricchezza prodotta in 100 anni – ipotizziamo 100 volte maggiore – arriveremmo a valori intorno all’1% del PIL, meno efficaci per spaventare il buon cittadino… e vendergli un 3° pilastro, che è un ottimo affare per le banche e le assicurazioni.

Lasciamo quindi da parte questo film dell’orrore da strapazzo e chiediamoci cosa sta succedendo alla sostenibilità finanziaria dell’AVS. L’Unione Sindacale Svizzera (USS) ha già dimostrato che ci sono risorse a disposizione, nel vero senso della parola, per garantire il finanziamento di questa assicurazione sociale nei prossimi anni ricorrendo alle riserve della Banca Nazionale Svizzera (BNS). Alcuni si oppongono a questa proposta – che è rilevante! – argomentando che non sarebbe una soluzione sostenibile. Vediamo allora alcune proposte fondamentali e sostenibili.

Secondo le “Prospettive finanziarie dell’AVS” [1] pubblicate il 10 gennaio 2022 dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS), i conti dell’AVS presenterebbero un risultato d’esercizio di -5,6 miliardi di franchi nel 2032, nell’ipotesi che l’aumento dell’età pensionabile delle donne venisse respinto a settembre. Queste previsioni tengono ovviamente conto degli sviluppi demografici e dell’aumento della speranza di vita. Nella maggior parte dei casi, le previsioni dell’UFAS si sono rivelate (molto) troppo pessimistiche. Tuttavia, prendiamo questa cifra al valore nominale e vediamo cosa rappresenta.

Hai 30 franchi?

Secondo i conti dell’AVS, nel 2020 i contributi dei dipendenti ammontavano a 34,1 miliardi di franchi [2]. L’aliquota contributiva era pari all’8,7%, corrispondente al 4,35% di detrazione dai salari e al 4,35% della “quota a carico del datore di lavoro“. Ciò significa che un contributo dell’1% dei dipendenti rappresenta un’entrata di 3,9 miliardi di franchi svizzeri.

Supponiamo che la massa salariale aumenti tra il 2020 e il 2032 allo stesso ritmo della media tra il 2010 e il 2020, cioè dell’1,8% all’anno: in questo caso, un aumento dei contributi dell’1,2% (0,6% a carico dei salariati e 0,6% a carico del datore di lavoro) sarebbe sufficiente a colmare il deficit annunciato dell’AVS [3]. Per una persona che guadagna 5’000 franchi al mese, si tratterebbe di 30 franchi al mese; 60 franchi per una persona con un salario di 10’000 franchi.

Con queste cifre, è difficile affermare che le finanze dell’AVS siano sull’orlo del collasso… Anche in un orizzonte più lontano, come il 2050 (peraltro non seriamente prevedibile), un aumento aggiuntivo dell’1 o 2% dei contributi salariali non costituirebbe un problema.

I padroni hanno avuto un calo dello 0,6%…

Ed ecco una seconda proposta, su scala dell’intera economia.
Il prodotto interno lordo (PIL) è il modo più comune, anche se non perfetto, di misurare la ricchezza prodotta in un Paese in un anno. Nel 2019 il PIL svizzero è stato di 727 miliardi di franchi, nel 2020, segnato da Covid-19, di 706 miliardi di franchi.

Questa ricchezza prodotta corrisponde anche al reddito: classicamente, nella contabilità nazionale, a quello del lavoro e del capitale (o “proprietà“) [4]. Nel 2019, il reddito dei lavoratori dipendenti ha rappresentato il 58% del PIL; il resto (42%) è stato generato dal capitale e corrisponde al margine operativo lordo. Il consumo di capitale fisso, corrispondente alla normale usura e al prevedibile invecchiamento dei beni aziendali (ammortamento), nonché le imposte sulla produzione e sulle importazioni, possono essere dedotti: si ottiene così il risultato netto di gestione. Rappresenta, in parole povere, il totale delle risorse disponibili per remunerare i vari tipi di capitale o proprietà (dividendi distribuiti agli azionisti, interessi sui prestiti, reddito da capitale immobiliare, ecc. Nel 2019, risultato netto di gestione in Svizzera ammontava a 129 miliardi di franchi, pari al 17,8% del PIL.

Facciamo un semplice esercizio teorico: 1) il PIL cresce tra il 2019 e il 2032 allo stesso tasso medio di quello segnato tra il 2009 e il 2019, ossia l’1,8% in termini nominali; 2) l’intero deficit dell’AVS (5,6 miliardi di franchi nel 2032) è finanziato dai redditi da capitale. Che cosa significa? Nel 2032, la quota del risultato netto di gestione, ovvero il rendimento del capitale, sul PIL corrisponderebbe al 17,2%, invece del 17,8% se non vi fosse statto questo contributo al finanziamento delle pensioni. Una rovina! In parole povere: un piccolo riequilibrio della distribuzione della ricchezza prodotta a favore dei lavoratori dipendenti – dato che la stragrande maggioranza dei pensionati è costituita da ex dipendenti – garantirebbe facilmente il finanziamento a lungo termine dell’AVS.

Incubo: quasi come l’altro ieri!

Ciò è supportato da una terza ipotesi. Nel 2018, l’imposta federale diretta (IFD) sugli utili delle società ammontava a 12,4 miliardi di franchi svizzeri [5]. L’aliquota fiscale federale è pari all’8,5% dell’utile netto imponibile. Se si aggiungono le imposte sulle società comunali e cantonali, la Confederazione stima che l’aliquota media dell’imposta sulle società corrisponderebbe al 14,9% nel 2020. È noto che l’utile netto è un valore che lascia alle aziende uno spazio più che sufficiente per “aggiustare” i propri risultati imponibili.

Per finanziare il deficit dell’AVS attraverso l’imposta federale diretta sugli utili societari, l’aliquota fiscale dovrebbe essere aumentata di 3,8 punti percentuali entro il 2032, nell’ipotesi che il volume degli utili netti imponibili non aumenti. L’aliquota fiscale federale salirebbe quindi al 12,3% e l’aliquota fiscale complessiva, ipotizzando una stabilità a livello cantonale e comunale, al 18,7% in media. Nel 2010, secondo i dati pubblicati sul sito dell’Amministrazione federale delle contribuzioni, l’aliquota complessiva dell’imposta sulle società nel Cantone di Zurigo era del 26,8%… il che, ovviamente, non ha portato al collasso del tessuto economico zurighese.

Una goccia nell’oceano della ricchezza…

Ed ecco una ulteriore proposta finale. Nel 2018, 17’140 contribuenti in Svizzera hanno dichiarato una ricchezza netta di almeno 10 milioni di franchi [6]. Come nel caso del profitto netto, la ricchezza netta offre molte opportunità di sottovalutare le proprie attività. Queste persone rappresentano lo 0,32% di tutti i contribuenti. Hanno dichiarato un totale di oltre 646 miliardi di ricchezza netta, pari al 32,2% della ricchezza netta totale dichiarata alle autorità fiscali svizzere in Svizzera: 100 volte di più della loro quota di soggetti passivi! All’altro estremo della scala, il 55% dei contribuenti non ha dichiarato alcun patrimonio netto o un importo non superiore a 50.000 franchi: essi “possedevano” l’1,4% della ricchezza netta dichiarata in Svizzera.

Se la ricchezza complessiva di coloro che dichiarano almeno 10 milioni di franchi non dovesse aumentare entro il 2032, un loro contributo annuo dello 0,9% sarebbe sufficiente a finanziare il deficit di 5,6 miliardi dell’AVS nel 2032. Se la ricchezza dei “deca milionari” aumentasse tra il 2018 e il 2032 allo stesso ritmo che tra il 2010 e il 2018 – non meno del 7% all’anno! – basterebbe allora un semplice contributo annuo dello 0,3%. In entrambi i casi, non si tratterebbe di una confisca e rappresenterebbe solo una quota dei rendimenti di questa formidabile ricchezza accaparrata da una minuscola minoranza della popolazione.

La soluzione: la condivisione della ricchezza

Questi quattro esempi di possibili proposte e soluzioni mostrano chiaramente due cose: 1) il finanziamento dell’AVS, tenendo conto dello sviluppo demografico, non pone alcun problema in relazione al volume di ricchezza disponibile in Svizzera; 2) la – vera! – la difficoltà deriva dall’attuale distribuzione della ricchezza: e basterebbe un (piccolo) riequilibrio a favore della maggioranza della popolazione. Ma è proprio questo che è fuori discussione per il padronato e le forze di destra: dalla fine degli anni ’70, hanno costantemente aumentato la quota di ricchezza di cui si appropriano. Questa è la ragione della loro lotta senza quartiere contro qualsiasi estensione delle assicurazioni sociali. E in particolare contro qualsiasi ampliamento dell’AVS, che ai loro occhi è macchiata dal peggiore dei peccati capitali: le persone più ricche pagano i contributi su tutto il loro reddito da lavoro dipendente, ma non riceveranno mai più del doppio della pensione minima. Questo limitato meccanismo di ridistribuzione è per loro un autentico sacrilegio! Senza contare che quanto più debole è l’AVS, tanto migliori sono gli affari per le compagnie di assicurazione e le banche nell’ambito del terzo pilastro e di altre polizze assicurative vita…

Per nascondere il vero problema – la condivisione della ricchezza – la borghesia fa un gran parlare del cosiddetto “contratto intergenerazionale“, che ora sarebbe rotto, perché le generazioni più giovani dovrebbero pagare di più per la loro pensione rispetto a quelle più anziane. Questa litania sulle generazioni opposte è assurda e fuorviante.

Da un lato, non siamo scoiattoli che accantonano i contributi per la vecchiaia e che poi, al momento del pensionamento, li raccolgono e li mangiano. Dal punto di vista economico, ogni anno il lavoro di tutti noi produce nuova ricchezza, che viene distribuita sotto forma di redditi da capitale e redditi da lavoro dipendente, compresi i pensionati. È questa distribuzione che determina le nostre condizioni di vita e la situazione pensionistica. È questa divisione che deve essere corretta ed è giusto così.

D’altra parte, le “generazioni” non sono né gruppi omogenei né entità isolate. Ernesto Bertarelli ha ereditato la sua fortuna dai genitori e, fino a nuovo ordine, non ha condiviso i suoi miliardi con i suoi coetanei. Se condivide qualcosa, sono gli interessi commerciali con i suoi ricchi coetanei di tutte le età! Per quanto riguarda i giovani provenienti da ambienti popolari, essi condividono con i genitori e i nonni, anch’essi provenienti da ambienti popolari, le condizioni di vita, l’aiuto per la cura dei figli, l’assistenza per la spesa o il bricolage, il sostegno finanziario per un acquisto più consistente, le attività di svago… e nulla con i ragazzi d’oro della loro età che navigano su mega yacht (Alinghi!) o che sono membri di esclusivi club di golf.

Infine, le scuole, gli ospedali, le ferrovie o le strade, gli edifici in cui viviamo, gli uffici e le fabbriche in cui lavoriamo, i teatri e i musei – in breve, tutte le risorse e le ricchezze che ci permettono di vivere come viviamo – sono il frutto del lavoro congiunto degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto, così come di quelli che vivono oggi. Non ha senso isolare un presunto “accordo” sul finanziamento delle pensioni da questa realtà economica e sociale. La contrapposizione tra “generazioni” è un inganno per nascondere il vero conflitto al centro del futuro delle pensioni.

I bei conti dell’UFAS…

Il contributo di cui sopra è stato redatto sulla base delle prospettive finanziarie dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) pubblicate nel gennaio 2022. Il 25 maggio l’UFAS ha pubblicato una versione aggiornata di questo documento. Vale la pena di fare un confronto. Secondo questa versione aggiornata, il deficit del conto operativo AVS nel 2032 scenderà a 3,75 miliardi di franchi da 5,6 miliardi preventivati nella versione precedente. Il che corrisponde a un calo di un terzo… in cinque mesi… Non male!

Per comprendere questo risultato, è istruttivo confrontare le previsioni per il 2021, pubblicate nel gennaio 2022, con i risultati dei conti finali dello stesso anno, pubblicati nel maggio 2022. Emergono due tendenze opposte. Da un lato, le previsioni hanno leggermente sovrastimato la spesa di 120 milioni (0,3%). Dall’altra, le previsioni hanno significativamente sottostimato le entrate. In particolare, le entrate derivanti dai contributi dei dipendenti sono state superiori di 613 milioni di franchi (1,7%) rispetto alle previsioni. Anche i proventi derivanti dagli investimenti del fondo AVS sono stati superiori di 900 milioni di franchi rispetto alle previsioni. Si tratta di un’illustrazione quasi flagrante della prassi dell’UFAS di sottostimare sistematicamente le entrate dell’AVS, a partire da quelle derivanti dai contributi dei dipendenti. Ciò fa apparire questo sistema di assicurazione sociale artificialmente fragile, mentre in realtà è solido.

Le conseguenze di questa correzione delle previsioni dell’UFAS non sono trascurabili. Prendiamo la stima dell’aumento dei contributi dei dipendenti necessario per colmare il deficit previsto entro il 2032. Sulla base del deficit annuale di 5,6 miliardi annunciato a gennaio, è stato richiesto un contributo aggiuntivo dell’1,2% (0,6% per i dipendenti e 0,6% per i datori di lavoro). Poiché il deficit stimato è stato ridotto di un terzo e il rendimento effettivo dei contributi dei dipendenti è più elevato, ne consegue che un aumento dei contributi dello 0,8% (0,4% per i dipendenti) sarebbe sufficiente a coprire il deficit del conto operativo AVS nel 2032. In altre parole, 20 franchi al mese su uno stipendio di 5’000 franchi; 40 franchi su uno stipendio di 10’000 franchi.

E vogliono farci credere che l’AVS sarà finanziariamente rovinata se non verrà aumentata l’età di pensionamento? L’operazione di martellamento sopra descritta si svolge al riparo del regime politico del consenso, ovvero della negazione delle contraddizioni socio-economiche proprie del sistema capitalistico. Il 25 settembre 2022 si potrà affermare un elemento di una necessaria ripresa, che si estenderà in un dibattito pubblico sull’AVS e sul 2° pilastro.

[1] Il documento è disponibile qui: https://www.bsv.admin.ch/bsv/fr/home/assurances-sociales/ahv/reformes-et-revisions/ahv-21.html
[2] Le statistiche finanziarie dell’AVS sono qui: https://www.bsv.admin.ch/bsv/fr/home/assurances-sociales/ueberblick/grsv/statistik.html?cq_ck=1481195857675#-1023316537
[3] Questo è anche il risultato, 1,3% per la precisione, a cui è arrivato l’UFAS, con calcoli più sofisticati.
[4] I dati sul PIL e sulla sua distribuzione in termini di reddito sono qui: https://www.bfs.admin.ch/bfs/fr/home/statistiques/economie-nationale/comptes-nationaux/produit-interieur-brut.html
[5] I dati sulla tassazione federale delle imprese sono disponibili qui: https://www.estv.admin.ch/estv/fr/accueil/afc/statistiques-fiscales/statistiques-fiscales-general/statistiques-impot-federal-direct/ifd-pm-cantons-1983-2017.html
[6] I dati sulla distribuzione della ricchezza dichiarata sono disponibili qui: https://www.estv.admin.ch/estv/fr/accueil/afc/statistiques-fiscales/statistiques-fiscales-general/statistique-fortune-ensemble-suisse.htm
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