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Le future rendite del personale del settore pubblico assicurato presso l’IPCT (Istituto di Previdenza del Canton Ticino) subiranno, a partire dal 2024, un taglio mediamente del 20%.

È questa la conseguenza della decisione di principio presa dal Consiglio di amministrazione dell’IPCT di ridurre il tasso di conversione, cioè quella percentuale che trasforma, al momento di andare in pensione, il capitale accumulato negli anni in una rendita annuale.

Questa decisione rappresenta un altro duro colpo per i dipendenti assicurati presso l’IPCT: infatti essi hanno già subito una diminuzione delle rendite con la riforma della stessa IPCT approvata nel 2012 dal Parlamento cantonale. Allora, il passaggio da un sistema fondato sulla priorità delle prestazioni a uno fondato sulla priorità dei contributi aveva avuto come conseguenza una prima diminuzione delle rendite future mediamente del 20%, al quale si cumula oggi il nuovo taglio.

La prospettiva pensionistica rischia di diminuire, nello spazio di un decennio, di quasi il 40%.

Prendiamo il caso di Giovanna Bernasconi (nome fittizio), docente di scuola elementare da circa 20 anni. Ebbene, leggendo il suo certificato di assicurazione nel 2011, esso indicava che, a 65 anni, avrebbe potuto contare su una rendita di circa 30’000 franchi annui; con la riforma del 2012 la futura rendita sarebbe diminuita a 24’000 franchi annui (l 20% in meno); con la prospettata nuova diminuzione, questa rendita scenderebbe ulteriormente a poco più di 19.000 franchi annui: da 30’000 a 19’000 nello spazio di un decennio: quasi il 40% in meno della rendita.

Una proposta inaccettabile

Le ragioni avanzate dai gestori dell’IPCT, purtroppo assecondati nelle loro decisioni anche dai rappresentanti degli assicurati (espressi dalle organizzazioni sindacali e che rappresentano la metà dei seggi del CdA), sono quelle tradizionali: l’aumento della speranza di vita e la diminuzione dei rendimenti degli investimenti sui mercati finanziari.

Ragionamenti politicamente e socialmente inaccettabili. Pensiamo alla prima, quella per cui dato che si vive più a lungo dovrebbe essere logico lavorare più a lungo. In questa prospettiva vi è un rovesciamento della logica sociale che appare così ispirata all’assurda idea che si vive per lavorare e non il contrario.

Si tratta di due “giustificazioni” intimamente legate ad un sistema pensionistico fondato proprio sulla capitalizzazione, alla base del sistema dei cosiddetti tre pilastri in auge dalla riforma del 1973.

Quella riforma, che decise la generalizzazione del 2° pilastro (casse pensioni – LPP) e del terzo pilastro (risparmio individuale facoltativo), rifiutò di sviluppare una prospettiva incentrata sul primo pilastro (AVS), come noto costruito attorno al principio di una solidarietà verticale.

Sta di fatto che oggi la risposta del mondo politico (con il concorso di tutti i partiti – ricordiamo che la sciagurata riforma del 2012 venne approvata con la sola opposizione dell’MPS, così come l’MPS si è opposto alla recente decisione relativa al prestito di 700 milioni deciso dal Gran Consiglio) è semplice e brutale: ridurre le prestazioni e aumentare i contributi degli assicurati con una conseguente diminuzione del salario disponibile attuale.

No alla diminuzione delle rendite e dei salari

Più che mai appare necessario un’opposizione di principio. Di fronte alla decisione di principio del CdA dell’IPCT di diminuirle il tasso di conversione (che farà scattare la diminuzione delle future rendite di un ulteriore 20%), dobbiamo opporre il principio della difesa delle rendite. Il nostro no alla diminuzione del tasso di conversione deve essere il primo passo per inchiodare governo (che in questo caso rappresenta il datore di lavoro) e parlamento ad una discussione su come garantire rendite e salari.

Perché è evidente che non ci si può accontentare di compensazioni scaricate in parte sui lavoratori assicurati: pensiamo qui, ad esempio, ad un eventuale aumento dei contributi assicurativi. In un contesto caratterizzato da un aumento dell’inflazione e del costo della vita che potrebbe raggiungere il 4-5% a fine anno, un ulteriore percentuale di diminuzione del salario disponibile rappresenterebbe una perdita importante e insostenibile, pari a più di metà salario mensile.

Organizzare l’opposizione, mobilitare i salariati e le salariate

Di fronte a tutto questo i salariati assicurati dell’IPCT hanno iniziato a organizzare la risposta. Si è costituito nelle scorse settimana un comitato d’azione – denominato Rete di Difesa delle Pensioni (ErreDiPi) – che ha già indetto una prima giornata d’azione per mercoledì 28 settembre che culminerà con una manifestazione a Bellinzona nel tardo pomeriggio.

L’MPS, spesso da solo, da sempre difende i diritti pensionistici degli assicurati della IPCT. Siamo contenti che ora gli assicurati comincino a mobilitarsi. Per questo vi invitiamo a partecipare a questa mobilitazione, a sostenerla sui luoghi di lavoro. Solo in questo modo sarà possibile impedire la distruzione in atto delle rendite pensionistiche IPCT.

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