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La caduta del governo Draghi, la decisione impressa per volontà del Presidente della Repubblica, di sciogliere le Camere e indire frettolosamente le elezioni anticipate, a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura, ha gettato allo sbaraglio della zuffa “politica” partiti, partitini, cespugli in cerca di seggi. Ha costretto all’accelerazione del processo di confronto e di reciproco assaggio che stavano mettendo in essere le varie componenti della sinistra radicale, dando vita alla lista di Unità Popolare.
Se il centro destra si è ricompattato, l’allontanamento dei Cinquestelle dal Pd lo ha danneggiato precludendogli la possibilità di una netta affermazione elettorale della sua coalizione. Da quando è nato, nel 2007, il Pd non ha mai vinto un’elezione ma, ciò nonostante, è rimasto ininterrottamente al governo dal 2011 a oggi, tolta la breve parentesi del primo governo Conte. Ha avuto tre Presidenti del consiglio e quattro Presidenti della Repubblica (Napolitano e Mattarella due volte ciascuno). Diverso e perdurante invece il vento di destra. A parte le elezioni del 2013 e del 2018, caratterizzate dall’esplosione dei Cinquestelle, quello schieramento ha veleggiato sopra il 40% dei consensi. Oggi si propone una “nuova” destra, più nazional-popolare e liberista – simile a quella che governa in Ungheria e Polonia e che si rafforzata in Francia – dei piccoli e medi imprenditori di ceti medi e partite iva spaventati dalla crisi, che si contrappone a quella tecnocratica della grande borghesia rappresentata dal Pd e centristi di varia posizione.
Il Pd è e sarebbe il partito ideale della borghesia, se bastasse a se stesso. È dentro le istituzioni che contano: dal Csm, alla Banca d’Italia e dei potentati economici-finanziari. È stato il più fedele sostenitore del governo Draghi e delle sue politiche; è il più europeista, non nel senso di farsi carico degli interessi delle classi lavoratrici del continente, ma del progetto capitalista (e imperialista) dell’Europa; è anche la forza di più stretta osservanza atlantica, cioè convergente con la Nato e l’imperialismo statunitense. Ma proprio per questi fattori, non può essere un partito moderatamente conflittuale, blandamente laburista-riformista, di sinistra, secondo la favola bella che ieri illuse e oggi ancora illude.
Ancora una volta il dominio del Capitale non è un assoluto, ha sue contraddizioni interne alla classe borghese che si esprimono nel bisogno della politica, necessaria per costruire egemonia, consenso popolare perché non si può governare solo con la forza, avrebbe dei costi troppo alti. Non sempre mentalità e modi di fare di una persona appartenente ai livelli alti dell’élite economico-finanziaria, sono utili e funzionali al rapporto con l’élite politica. Mario Draghi è stato un classico esempio. Ha pensato di poter governare sulla testa dei politici e delle istituzioni (partiti, governo, parlamento), credendo di poter conciliare il suo programma politico, senza mediazioni con le componenti della maggioranza e, contemporaneamente, essere sostenuto da uno schieramento di unità nazionale. La politica, indebolita nel suo prestigio, non ha mai smesso di considerarlo un outsider di cui servirsi per togliere le castagne dal fuoco e poi consegnarlo forse all’oblio di fine legislatura. L’avventuroso gioco delle élite politiche mette il paese in una condizione pericolosa. Una vittoria della coalizione di centro destra comporterebbe nuove difficoltà per le classi subalterne, spinte in parte in quella direzione dalle politiche condotte in questi ultimi anni dalle forze governative di Draghi, dalla mancanza di una sinistra d’alternativa, dalla subalternità delle direzioni dei sindacati Cgil, Cisl e Uil. Una falsa soluzione, un pericolo per il futuro del paese.

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