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Nelle discussioni sull’iniziativa contro gli allevamenti intensivi in votazione il prossimo 25 settembre a più riprese sono state evocati i problemi relativi all’allevamento di alcuni animali di largo consumo, a cominciare dal pollame. L’articolo che segue – pur non essendo direttamente legato al tema in votazione – offre interessanti elementi di analisi che, riteniamo, possano aiutare la riflessione. (Red)

In che modo i futuri geologi riconosceranno l’Antropocene? Quali caratteristiche della documentazione geologica consentiranno loro di dire che un particolare strato di roccia o sedimento si è formato dopo la fine dell’Olocene?

Sono stati avanzati molti suggerimenti, inclusa la presenza di ricadute radioattive, plastica, ceneri combustibili, cemento e vari inquinanti chimici che lasciano tracce di lunga durata e facilmente identificabili. Tutti erano rari o inesistenti prima della Seconda Guerra mondiale e da allora tutti sono stati ampiamente depositati nell’ambiente.

Fino a poco tempo nessuno sosteneva che l’Antropocene potesse essere identificato, come lo sono molte precedenti transizioni epocali, dai fossili di una nuova specie vegetale o animale. L’assunto implicito era che l’Antropocene fosse troppo recente e breve perché si evolvesse una nuova specie, per non parlare di una nuova specie che potesse lasciare resti fossili tali che i futuri geologi avrebbero distinto dalle specie più antiche.

Quel punto di vista non è più sostenibile. Un nuovo importante articolo, pubblicato sulla rivista «Royal Society Open Science» («RSOS»), dimostra in modo convincente che i polli da carne moderni sono una «nuova morfospecie distinta e caratteristica… [che] simboleggia la riconfigurazione umana senza precedenti della biosfera terrestre». [1]

L’autore principale di The Broiler Chicken as a Signal of a Human Reconfigured Biosphere è Carys Bennett della School of Geography, Geology and the Environment, della University of Leicester. Tra i nove coautori abbiamo Jan Zalaciewicz, Mark Williams e Matt Edgeworth, membri dell’Anthropocene Working Group (AWG) ufficiale.

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Al momento, ci sono circa 22,7 miliardi di polli domestici sulla Terra, venti volte più di qualsiasi specie di uccelli selvatici. La biomassa totale del pollame domestico, principalmente polli, è tre volte la biomassa di tutti gli uccelli selvatici messi insieme. Per quanto sorprendenti siano queste cifre, sottovalutano sostanzialmente la schiacciante presenza di polli nella biosfera perché, a differenza degli uccelli selvatici, i polli vivono solo da cinque a sette settimane dalla schiusa alla macellazione, così tante volte 22,7 miliardi passano ogni anno attraverso le grandi fauci dell’agricoltura industriale. La UN Food and Agriculture Organization afferma che nel 2016 sono stati uccisi in tutto il mondo 65,8 miliardi di polli, ma questa cifra è quasi certamente troppo bassa.

Gli esseri umani hanno addomesticato gli antenati dei polli di oggi circa 6’000 anni fa e da allora abbiamo mangiato le loro uova e la loro carne carne, ma recentemente il nostro consumo è aumentato notevolmente, superando di gran lunga la crescita della popolazione. Da un punto di vista biologico e geologico, ciò che è ancora più notevole è il recentissimo cambiamento nella natura dei polli che mangiamo.

Scrivendo su The Conversation, Bennett e i suoi colleghi descrivono cosa hanno trovato confrontando le moderne ossa di pollo con le ossa del passato: «I polli da carne moderni sono radicalmente diversi: hanno uno scheletro sovradimensionato, una chimica ossea distinta che riflette l’omogeneità della loro dieta e una significativa riduzione della diversità genetica». [2]

Come sottolinea l’articolo di «RSOS», quei cambiamenti riflettono l’allevamento deliberato per una rapida crescita, inclusa la selezione per una mutazione metabolica che li rende costantemente affamati, portando ad «almeno un raddoppio delle dimensioni corporee dal periodo tardo medievale ad oggi nei polli domestici, e [ad] un aumento fino a cinque volte della massa corporea dalla metà del XX secolo».

Di conseguenza, l’archeologa Alison Foster afferma: «La forma del corpo, la chimica delle ossa e la genetica del moderno pollo da carne sono irriconoscibili rispetto agli antenati selvatici e a qualsiasi cosa vediamo nella documentazione archeologica». [3]

Ogni anno miliardi di ossa di pollo entrano nelle discariche, il che significa che i futuri geologi troveranno i loro fossili in grande abbondanza negli strati sedimentari in molte parti del mondo. Come commenta il coordinatore dell’AWG Jan Zalasiewicz, «Di solito ci vogliono milioni di anni prima che avvenga l’evoluzione, ma qui ci sono voluti solo pochi decenni per produrre una nuova forma di animale che ha il potenziale per diventare una specie marcatrice dell’Antropocene – e l’enorme numero di queste ossa di pollo gettate in tutto il mondo significa che stiamo producendo un nuovo tipo di fossile per la futura documentazione geologica». [4]

Bennett e i suoi colleghi concludono il loro articolo con una potente affermazione del significato scientifico e sociale dei polli da carne nell’Antropocene: «L’avvento del morfotipo del pollo da carne in rapida crescita negli anni ’50 e la sua diffusione negli allevamenti industriali di tutto il mondo, può essere visto come un segnale globale quasi sincrono del cambiamento nella biosfera, attualmente causato dall’uomo e dalla tecnosfera. I polli da carne moderni sono morfologicamente, geneticamente e isotopicamente distinti dai polli domestici di prima della metà del XX secolo. La gamma globale di polli da carne moderni e il predominio della [loro] biomassa su tutte le altre specie di uccelli è un prodotto dell’intervento umano. In quanto tali, i polli da carne simboleggiano chiaramente la trasformazione della biosfera per adattarla ai modelli di consumo umano in evoluzione e mostrano un chiaro potenziale per essere una specie marcatrice biostratigrafica dell’Antropocene».

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Bennet et al. hanno dato un contributo importante alla nostra comprensione dell’Antropocene, identificando connessioni importanti ma precedentemente non riconosciute tra biologia animale, cibo umano, geologia e l’inizio di una nuova epoca nella storia del Sistema Terra. Il loro articolo mina implicitamente l’affermazione, avanzata da alcuni accademici, che un che un “Antropocene prettamente geologico” può o dovrebbe essere distinto da altri aspetti del cambiamento ambientale globale.

Il principale punto debole dell’articolo è la scarsa attenzione data alle forze sociali ed economiche che hanno determinato la rapida evoluzione di una nuova specie di animali da cibo e la sua sostituzione quasi universale di altre specie negli allevamenti di tutto il mondo. Perché il cambiamento nella biologia, nella produzione e nel consumo dei polli è avvenuto quando è successo e nel modo in cui è successo? Come è collegato ai più ampi cambiamenti dell’agricoltura nell’ultima metà del XX secolo? Come sta influenzando i sistemi alimentari del XXI secolo?

*articolo apparso sul sito  Climate&Capitalism il 19 marzo 2019. La traduzione italiana, è stata curata da Alessandro Cocuzza per la redazione di Antropocene.org

[1] Carys E. Bennett, Richard Thomas, Mark Williams, Jan Zalasiewicz, Matt Edgeworth, Holly Miller, Ben Coles, Alison Foster, Emily J. Burton e Upenyu Marume, The Broiler Chicken as a Signal of a Human Reconfigured Biosphere, Royal Society Open Science 5, n. 12 (12 dicembre 2018).
[2] Carys E. Bennett, Jan Zalasiewicz, Mark Williams e Richard Thomas, How Chickens Became the Ultimate Symbol of the Anthropocene, The Conversation, 12 dicembre 2018.
[3] Comunicato stampa dell’University of Leicester, Chickens to Be Marker of Anthropocene, Science Daily, 12 dicembre 2018.
[4] Ibid.

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