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Balla coi lupi

Marina Carobbio “è scesa in campo”; pochi giorni prima, Greta Gysin aveva deciso di non scendere in campo. Ma, fuor di metafora, quale (o quali) partite si vogliono giocare con queste scelte?

PS e Verdi per diverse settimane hanno costruito una narrazione nella quale inquadrare le future scelte dei candidati e delle candidate. Si tratta del più volte citato “progetto condiviso dell’area di sinistra e progressista”. Un progetto che, come tale, non ha ancora né capo né coda. Anche perché, almeno finora, il PS rimane una forza saldamente ancorata alla collaborazione governativa, costi quel che costi; i Verdi, seppur con qualche cedimento negli ultimi tempi, restano per il momento una forza di opposizione. Il loro voto su Preventivi e Consuntivi, l’atto in cui, in un certo senso, si condensa e si giudica l’attività del governo, resta per il momento negativo. Vedremo.

In mancanza di “ciccia” da mettere nel “progetto”, la vera discussione è stata (e temiamo che tale resterà) squisitamente e prosaicamente elettorale. Fino a pochi a pochi giorni fa, il progetto si declinava nella prospettiva di un rafforzamento elettorale dell’area rappresentata da PS e Verdi con l’obiettivo dichiarato di conseguire un secondo seggio in Consiglio di Stato. Era questa la partita che si affermava di voler giocare. E per questa partita appariva sensato mettere in campo “candidature forti”, personalità che potessero attrarre voti: condicio sine qua non per poter dare al progetto una certa credibilità.

Una narrazione (a volte esplicita, a volte solo sottintesa) che ha permesso alle direzioni di PS e Verdi di convincere la propria base a sostenere fin dall’inizio l’ipotesi di un’alleanza; ma che fin da subito ha pure mostrato alcune contraddizioni. Infatti, se l’obiettivo fosse stata veramente la conquista di un secondo seggio in governo, mal si comprende come non sia stata presa in considerazione la proposta presentata dall’MPS per una lista unica per Gran Consiglio e Consiglio di Stato.

Ma ora, dopo le decisioni definitive delle due parlamentari nazionali, la narrazione si è trasformata in una favola, raccontata per nascondere le esigenze elettorali dell’una e dell’altra parte, spesso legate a carriere presenti e future. Dietro i proclamati  “progetti” di ampio respiro vi è una prospettiva di corto periodo, in qualche caso anche un po’ di affanno, la solita cucina elettorale.

La prospettiva del raddoppio oggi – risolti, o quasi, i problemi di posti – non esiste più; e, nemmeno, la si evoca come  obiettivo per il quale valga la pena tentare di battersi: il ritiro di Greta Gysin ha implicitamente significato proprio questo. D’altronde la recente conferenza cantonale del PS ci ha messo sopra la classica pietra, ribadendo – di fatto con l’accordo dei Verdi – che il posto in Consiglio di Stato dell’”area progressista” (cosa sarà mai?) deve spettare a un/una rappresentante del PS. È così da 100 anni, e deve continuare ad essere così!

Alla fine, come era prevedibile, Marina Carobbio è scesa in campo: non più per tentare il raddoppio (sparite le altre possibili candidature “forti” per coadiuvarla in questa impresa), ma, si racconta, per “confermare” il seggio socialista in governo, qualcuno si spinge fino ad usare termini più forti: per “blindare” il seggio.

Ora, con tutta la simpatia e stima che possiamo avere per Marina Carobbio, una cosa appare evidente: la sua candidatura non serve a nessuno di questi obiettivi. Il seggio PS in governo (almeno per questa tornata) non è a rischio in nessuna delle configurazioni elettorali immaginabili. Sicuramente non dopo l’alleanza PS-Verdi, così come è stato definitivamente deciso; ma non lo sarebbe stato nemmeno con la presentazione di una lista del solo PS. Persino una lista per il CdS con candidature “normali” (per esemplificare: cinque deputati/e in GC o altri nomi che sono stati fatti in questi mesi) garantirebbe comunque al PS la conferma del proprio seggio, in qualsiasi configurazione. E, allora, a cosa serve la “discesa in campo” di Marina Carobbio, anche in considerazione del fatto che, precipitandosi verso il Consiglio di Stato, rinuncia di fatto a difendere il seggio conquistato al Consiglio degli Stati, la cui “importanza storica” è stata a più riprese messa in evidenza?

Forse è convinta che sia difficile (forse impossibile) difendere quel seggio agli Stati conquistato sul filo di lana alle ultime elezioni nazionali e che sia grande il rischio di incorrere in una sconfitta. E allora ecco che la sua candidatura prende anche un’altra valenza, di opportunità personale.

Certo, le sentiamo già arrivare le obiezioni dei “tattici”: se non si fosse “messa a disposizione” si spianerebbe la strada ad Amalia Mirante. Ma, a questo punto, lo spirito di rinnovamento che il PS tanto sbandiera potrebbe sicuramente impedire una terza candidatura consecutiva dell’economista social-liberale che, avute le sue occasioni, dovrebbe farsene una ragione e lasciare il posto in lista ad altri/e.

In realtà tutti hanno capito quale sia il “progetto” a cui si allude. Non certo la creazione di un blocco potente che potrebbe costituire un incoraggiamento alle lotte contro le politiche proposte dalla maggioranza parlamentare e governativa, ma un progetto elettorale in sintonia con quanto da ormai due decenni si fa in Svizzera: progetti che non ci pare abbiano sconvolto gli equilibri di potere in questo paese.

In tutto questo, appare a prima vista poco comprensibile quale possa essere l’interesse dei Verdi: quale partita vogliono giocare i Verdi?

Ricordiamo, infatti, che i Verdi presenteranno una propria lista (separata da quella del PS) per il Gran Consiglio. Non vogliamo certo portar male a nessuno, ma – partendo da una visione realistica dei rapporti di forza elettorali (che, alla prossima tornata, verosimilmente saranno complessivamente ancora più favorevoli alla destra) – ci pare di poter affermare che i Verdi non otterranno un gran risultato. Cosa che richia di rendere visibili due cose:
a) il PS avrebbe ottenuto il suo seggio in Consiglio di Stato anche senza l’apporto dei Verdi; questi ultimi hanno ottenuto “pari dignità” nella formazione della lista per il CdS, ma rischiano di palesare ancora maggiore subordinazione in temini di rapporti di forza elettorali;
b) i Verdi potrebbero rischiare di non poter rieleggere Greta Gysin in Consiglio Nazionale nemmeno nel caso di una congiunzione con il PS.

Questo ultimo aspetto ci pare un elemento decisivo per tentare di spiegare la mancata “discesa in campo” di Greta Gysin. L’operazione “sinistra alternativa” del 2019 era riuscita – grazie alla congiunzione con il PS – per una serie di ragioni particolari (l’MPS aveva rinunciato a presentarsi e I Verdi avevano riunito attorno a loro tutti i satelliti del PS: PC,POP, Forum…). Questa configurazione appare oggi ben diversa. I Verdi sono coloro che hanno insistito più di tutti – a giusta ragione – per escludere accordi elettorali con i filo-Putin (PC, POP) a livello cantonale, difficile che possano ricredersi a livello federale; l’MPS, molto probabilmente si presenterà e non ha alcuna intenzione di procedere a congiunzioni con il PS (soprattutto dopo che i co-presidenti PS sono corsi a spiegare le ragioni di fondo per le quali è impossibile allearsi a livello cantonale…).

La risposta dei Verdi (e soprattuto di Greta Gysin)  a questa possibile e difficile configurazione è evidente: una lista unica PS-Verdi per le elezioni nazionali (con la libertà degli eletti di aderire ai rispettivi gruppi in Consiglio Nazionale), capitanata da Greta Gysin e Laura Riget, con buona pace del povero Bruno Storni.

Ma parliamo un po’ di politica…

Quanto abbiamo finora raccontato (tutt’altro che entusiasmante, ma che abbiamo voluto richiamare per cercare di offrire una narrazione diversa da quella che si è imposta) si pone su un piano istituzionale e elettorale. Un piano che non solo poco incide sui reali rapporti di forza, ma dove il predominio delle forze borghesi è garantito da molto tempo e, temiamo, lo sarà per molto tempo ancora.

Posizioni istituzionali, in governo e in Parlamento,  che potrebbero sostanzialmente anche servire a contribuire alla creazione di un rapporto di forza diverso, favorevole ai salariati e alle salariate, ai pensionati, alle donne: in breve, a tutte e tutti coloro che cercano di fornire risposte adeguate – e realmente efficaci – ai problemi e ai bisogni che la crisi capitalistica pone ogni giorni di più in modo drammatico; bisogni e problemi che si pongono in ambito sociale, formativo, ambientale, dei diritti.

Negli ultimi decenni è successo esattamente il contrario. La presenza istituzionale delle forze espressione della “sinistra” hanno piuttosto contribuito a riportare le esigenze e i bisogni dei salariati nel quadro di una concertazione attenta alle compatibilità con il sistema. Le buone proposte, come ebbe modo di “teorizzare” un importante esponente in governo del PS, “sono quelle che hanno possibilità di essere accettate”. Un visione tutta interna ai rapporti di forza dati, e compatibile con questi rapporti di forza. Un visione che si è concretizzata in risultati praticamente nulli a favore delle classi subalterne e nell’affermarsi di una politica di contro-riforme che ci ha riportati indietro di decenni.

Qualche settimana fa l’MPS aveva presentato la propria proposta di una lista unica per il Consiglio di Stato e per il Gran Consiglio legandola a due elementi.

Anzitutto la presa d’atto che viviamo in un nuovo periodo storico e di declino capitalistico. Guerra, crisi ambientale dirompente, pandemia: sono solo la punta dell’iceberg di un capitalismo ormai entrato in una fase autodistruttiva. Una fase del suo sviluppo che, in assenza di una critica radicale da sinistra al suo funzionamento, senza proposte alternative per un altro ordine economico-politico e sociale che rompa con la sua logica, diventa favorevole alle forze di destra e di estrema destra. Questa evoluzione, sia del contesto economico-sociale che di quello politico, ripropone, drammaticamente, l’alternativa “socialismo o barbarie”.
In secondo luogo, affinché la nostra proposta non apparisse solo come una simpatica provocazione, abbiamo posto la necessità di un cambiamento, di una “discontinuità”, di atteggiamento politico, in governo e in parlamento, da parte del PS. Per questo abbiamo proposto di discutere come sviluppare, in Governo e in Parlamento, un’opposizione di fondo alla politica dei partiti borghesi. Abbiamo indicato alcuni punti sui quali, se vi fosse stata volontà politica, si poteva provare ad avviare un confronto: la risposta alla crisi economica e sociale (dumping, pensioni e salari), a quella ambientale, al riarmo e alla guerra, alle discriminazioni di genere, alla crisi sanitaria.

Ma questa proposta non ha avuto nemmeno il diritto di ottenere l’entrata in materia, respinta nello spazio di poche ore, ribadendo, per voce del presidente Sirica, la logica governativa del PS.

Nelle prossime settimane sentiremo parlare di “contenuti”, di “programmi”; non dubitiamo che, come già anticipato settimane fa, la lista PS – Verdi presenterà un “programma di governo” che conterrà minuziose e e “realistiche” proposte; che, tuttavia, varranno – dal punto di vista del loro possibile successo – quanto quelle che faranno l’MPS o altre forze politiche alternative a quelle dei partiti maggiori presenti in Governo e in Gran Consiglio. Chiunque sia (e per quanto sia “capace” e “competente”) a sedere in governo.

*articolo apparso sul sito www.naufraghi.ch

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