Tempo di lettura: 6 minuti

I missili nucleari tattici stanno diventando un’inquietante moda. Dopo Putin e i cani della sua propaganda, ora anche Kim Jong-un li mette in vetrina. Il tutto nell’ambito di una preoccupante escalation nell’area della penisola coreana che merita di essere analizzata per comprendere meglio il contesto mondiale della guerra in Ucraina.

La Corea del Nord ha effettuato nelle ultime due settimane ben 7 lanci di missili balistici a breve e media gittata, lanciandone in totale 9, visto che in due casi il lancio è stato doppio. In uno di questi due ultimi casi il lancio è avvenuto da sottomarini. Inoltre, uno dei missili ha sorvolato il territorio del Giappone (che ha fatto tra l’altro una pessima figura, poiché i suoi sistemi di allarme sono scattati quando il missile era già caduto in mare). Da inizio anno Pyongyang ha effettuato circa 45 lanci di missili di questo tipo. Si tratta di un’escalation senza precedenti in termini sia di quantità totale sia di frequenza in un brevissimo lasso di tempo. Ciò è avvenuto appena dopo le grandi manovre congiunte Usa-Corea del Sud-Giappone nel mare antistante la penisola coreana, manovre che poco dopo essere terminate si sono riattivate in modo non pianificato di fronte ai lanci di missili nord-coreani, con la partecipazione della portaerei nucleare americana Ronald Reagan. A latere delle manovre, Corea del Sud e Usa hanno effettuato propri separati lanci di missili. Inoltre, negli stessi giorni la Corea del Nord ha effettuato un esercitazione di tiro aereo al suolo in diretta prossimità del confine tra le due Coree, esercitazione che, secondo Pyongyang, avrebbe coinvolto 150 aerei e sarebbe stata accompagnata da una parallela esercitazione dell’artiglieria di terra. Seul ha contemporaneamente alzato in volo 30 aerei (tra i quali, per la prima volta, degli F35A), affermando di avere individuato quindici aerei da combattimento nord-coreani in azione di fuoco al confine. Infine, oggi Pyongyang ha annunciato che i lanci sopra elencati erano test di missili in grado di trasportare testate nucleari di tipo tattico, effettuati allo scopo verificare la loro capacità di colpire strutture sia militari che civili della Corea del Sud. Kim Jong-Un in persona ha chiuso questa doppia settimana di lanci ed esercitazioni con una dichiarazione di netta chiusura diplomatica: “Non abbia niente da discutere con il nemico e non sentiamo alcuna necessità di avviare un dialogo”.

I recenti test missilistici non sono, come alcuni potrebbero ritenere, dgli ennesimi lanci di routine di Pyongyang ai quali Seul e Washington replicano con lanci analoghi. Inanzitutto, Seul e Washington rarissimamente in passato avevano replicato a lanci di Pyongyang con lanci analoghi e contemporanei, e anche il volo del missile al di sopra del territorio del Giappone ha un unico precedente, nel 2017. Ma è tutto l’insieme parla invece di una forte escalation:

l Innanzitutto, con i nutriti lanci ripetuti, Pyongyang ha dimostrato di avere scorte di missili balistici che nessuno degli esperti aveva mai ipotizzato potesse avere in tale quantità, nonché di riflesso di avere la capacità di produrne in numero non indifferente. Oltretutto, tutti i lanci sono andati bene, compresi quelli da sottomarini, e i missili hanno dimostrato in più la capacità di seguire ora traiettorie variabili che li rendono meno intercettabili. Si tratta nel complesso di grossi salti di qualità.

l Mai prima d’ora c’era stato, nemmeno parzialmente, un intreccio contemporaneo di: tanti missili lanciati + successo completo nel lancio dei missili + lanci da terra e da sottomarini + lanci da entrambi le parti e non solo unilaterali + manovre trilaterali con partecipazione della portaerei Reagan + sorvolo di missile sul Giappone + esercitazioni aeree con fuoco direttamente al confine con la Corea del Sud. E’ un’escalation davvero impressionante.

l E’ senza precedenti anche la dichiarazione di Pyongyang sulle armi nucleari tattiche, così come l’accenno al loro uso sulla Corea del Sud, paese popolato di connazionali di cui Kim sarebbe, in base alle fondamenta ideologiche del suo regime, il vero capo di stato. Cosa esattamente cambia, e di molto? Da una parte, finora il programma nucleare e i lanci di missili della Corea del Nord erano incentrati sul medio e lungo raggio nonché su armi strategiche, e andava nel senso di una deterrenza, cioè della capacità di colpire il territorio Usa, o le basi di Washington nel pacifico (Guam, Giappone) per dissuadere Washington e i suoi alleati da un attacco contro la Corea del Nord. Ora Pyongyang dimostra di prendere in considerazione  un uso anche intensivo di armi nucleari in un teatro di guerra nell’Asia Orientale, ed è cosa molto diversa. Dall’altra è la prima volta che Kim esplicita chiaramente la possibilità di colpire nuclearmente i suoi connazionali, e al contempo di colpire obiettivi civili. In precedenza Kim e i suoi avevano parlato di distruzione della Corea del Sud, ma sempre riferendosi armi convenzionali (distruzione dell’intero paese è ovviamente un concetto irrealistico, ma l’artiglieria convenzionale nord-coreana può provocare disastri a Seul, la cui area settentrionale densamente abitata si trova a soli 15-20 km dal confine: simulazioni parlano di decine, o addirittura centinaia, di migliaia di vittime in pochissimo tempo). A ciò va aggiunto che a settembre Kim aveva inserito nella costituzione l’irreversibilità dell’armamento nucleare e nella dottrina militare nazionale l’uso anche preventivo delle armi atomiche.

Ricordo infine che la Corea del Nord negli ultimissimi mesi si è fortemente avvicinata alla Russia sul piano diplomatico, tra le altre cose con il riconoscimento delle annessioni delle regioni ucraine da parte di Mosca.

Di fronte a questo quadro fattuale possono porsi due domande. Parto dall’ultimo aspetto: è possibile che Pyongyang si metta al servizio di Mosca aprendo un secondo fronte nell’Asia Orientale? Risposta: nulla del genere è all’ordine del giorno. Pyongyang è gelosissima della propria indipendenza “monarchica” e diffida, oltre che dell’occidente, anche dei paesi vicini, Russia e Cina compresi, con i quali ha rapporti esclusivamente utilitaristici.

Seconda domanda: c’è il rischio imminente di un conflitto militare aperto o addirittura tra Corea del Nord e Usa + suoi alleati nella regione? Risposta: No, la Corea del Nord non ha forze sufficienti per un attacco contro i paesi della regione, e tantomeno contro gli Usa. Può solo avere una buona sicurezza di non subirne uno grazie al possesso di armi nucleari. Inoltre, nell’ambito della politica militare e internazionale Kim non è un pazzo come lo dipingono i media occidentali, bensì un cinico calcolatore che sta molto attento a come si muove. Gli Usa da parte loro per evidenti motivi non hanno interesse ad aprire un altro fronte oltre a quello del sostegno all’Ucraina con armi, denaro e diplomazia, già molto impegnativo. Non sono ovviamente da escludersi incidenti imprevisti nell’ambito di questa escalation, ma tutto sembra svolgersi in maniera “ordinata” su entrambi i lati.

Tuttavia questi “no” non vogliono dire che tutto sia tranquillamente sotto controllo, che siamo di fronte solo a eventi di routine, in un contesto simile a quello della Guerra Fredda. Il teatro della regione è completamente cambiato rispetto a quell’epoca, e anche solo rispetto a due-tre anni fa. Dalle guerre commerciali, delle supply chain o tecnologiche, fino alle nuove strutture di alleanza, al forte riarmo (anche nucleare), agli elementi di crisi sistemica in Cina e molto altro ancora quasi tutto è cambiato o sta cambiando a grande velocità. In pratica pressoché ogni attore nell’area si sta preparando molto concretamente e rapidamente a una guerra militare ed economica, con un’intensità e una diffusività ancora una volta senza precedenti. Richiamo l’attenzione su due sviluppi militari degli ultimi mesi, tra i tanti possibili: 1) la “quarta crisi” di Taiwan di inizio agosto, con la quale la Cina si è esercitata concretamente a effettuare un blocco navale dell’isola, mettendo in atto in parallelo un’escalation nelle violazioni della linea mediana tra l’isola e la terraferma, diventate poi da allora una routine, nonché spingendosi a pochi chilometri dalle coste di Taiwan e sparando missili sopra il territorio della stessa (non ho mai avuto il tempo di scrivere una relativa analisi, ma rimando all’esauriente pezzo di Vincent Kolo per China Worker, “What’s Behind the Taiwan Strait Crisis?”); 2) il megabilancio per la difesa del Giappone, che farà fare un salto enorme alle sue forze armate (ufficialmente solo di difesa territoriale), insieme agli ingenti aumenti paralleli della spesa della Corea del Sud e alle grandi manovre trilaterali dei due paesi insieme all’Usa. Il premier Fumio Kishida ha dichiarato che questa escalation della spesa militare è necessaria “per essere pienamente pronti a rispondere a ogni scenario nell’Asia Orientale”. La terza tessera è quella dell’escalation nord-coreana descritta sopra, ma come ho già detto se ne potrebbero citare innumerevoli altre.

Per quanto riguarda specificamente la Corea del Nord, se ora non è ipotizzabile una sua entrata in guerra a breve e medio termine, ciò non vuol dire che le cose possano presto cambiare. Il paese, già in perenne crisi di esistenza, potrebbe essere messo in ginocchio in modo drammatico dai rialzi dei prezzi dei beni alimentari e di quelli energetici, di fronte ai quali è il paese forse più fragile al mondo. Ciò potrebbe metterla in situazione di tentare il colpo avventuristico esterno o, più probabilmente, di dipendere dalla Russia, che i prodotti alimentari ed energetici può fornirglieli. In generale, in casi di disastri sul fronte ucraino (disfatta definitiva del regime russo con suo rischio di implosione, uso di armi nucleari) Pyongyang potrebbe essere spinta all’apertura di un secondo fronte.

*articolo apparso su https://crisiglobale.wordpress.com/ il 12 ottobre 2022

Print Friendly, PDF & Email