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La scontata rielezione di Xi Jinping da parte del congresso del Partito Comunista cinese i cui lavori sono iniziati oggi, comporterà un’ulteriore chiusura in se stessa della burocrazia che guida il paese. Nei due suoi precedenti mandati Xi ha conseguito pochi successi e ha accumulato una nutritissima serie di errori, che oggi pongono la Cina in una situazione di potenziale crisi sistemica.

Domenica si aprirà il congresso del Partito Comunista cinese (Pcc), i cui lavori dureranno una settimana. Xi Jinping verrà definitivamente incoronato leader per un terzo mandato e, potenzialmente, a vita. Contrariamente a quello che alcuni pensano, durante i congressi del Pcc, che si svolgono ogni cinque anni in autunno, non si svolgono discussioni, lotte dietro le quinte, ultime rese dei conti, poiché tutte le decisioni definitive vengono prese in realtà in anticipo in agosto, durante una riunione non ufficiale a porte chiuse dei massimi vertici del Pcc che si svolge da sempre nella località balneare di Beidahe, e i cui risultati vengono tenuti segretissimi. Il congresso è solo un grande spettacolo con il quale le decisioni vengono comunicate pubblicamente al Partito e al popolo. Nel caso pressoché da escludersi in cui Xi non dovesse essere riconfermato, ciò non sarebbe quindi il frutto di una sconfitta in sede congressuale, bensì di un vero e proprio colpo di stato, con tutte le relative conseguenze.

Xi si è costruito tessera per tessera questa vittoria fin dall’inizio della sua carriera di segretario del partito e presidente iniziata nel 2012, e con particolare intensità a partire dal 2018, quando è riuscito a fare approvare dal Congresso Nazionale del Popolo l’abolizione del limite dei due mandati per il presidente e leader del Partito Comunista. Che la sua vittoria sia già stata sancita a Beidahe lo confermano tra le altre cose il fatto che dopo la riunione a porte chiuse di agosto Xi abbia finalmente fatto il proprio primo viaggio all’estero, dopo oltre due anni e mezzo di “clausura” in Cina. Inoltre, a settembre sono stati messe sotto inchiesta (che nella Cina di oggi vuol dire “verranno con certezza arrestati e condannati”) anche le ultime figure, non certo di oppositori nei suoi confronti, ma solo di politici non in possesso di un pedigree che attesti perfettamente il totale asservimento nei confronti del “grande leader”. Alla fine del congresso, analizzando con la lente la composizione rispettivamente, procedendo dal basso verso l’alto, del Comitato Centrale (circa 200 membri effettivi e 170 supplenti), del Politburo (25 membri) e del Comitato Permanente (7 membri), proprio come facevano una volta i cremlinologi per l’Urss, si potrà conteggiare se Xi ha vinto al 90%, al 95% o al 99,9%.

La conferma di Xi, a meno di imprevisti “colpi di stato”, sancirà definitivamente il passaggio, già realizzatosi progressivamente, a una leadership completamente chiusa in se stessa, in cui a ogni livello cruciale della verticale del potere ci sono persone di assoluta fiducia di Xi, in quasi tutti i casi persone che hanno instaurato un rapporto di totale lealtà a Xi dai tempi dei suoi precedenti incarichi. In pratica, la seconda potenza mondiale avrà una dirigenza che ha tagliato i collegamenti con una realtà politica e sociale, sia interna che internazionale, che è invece ampiamente diversificata.

Di quali successi si può vantare Xi e quali invece sono stati i suoi errori? I primi sono davvero pochi, i secondi tanti e macroscopici. Certo, Xi ha ereditato dai precedenti leader del Pcc uno dei principali problemi, la bolla finanziaria gigantesca e la parallela dipendenza dalla costruzione di infrastrutture non produttive. Ma Xi era allora non un oppositore, bensì uno dei leader politici della Cina, quindi ne porta anch’egli tutta la responsabilità.

Tra i successi di Xi va annoverato senz’altro quello di avere costruito una macchina repressiva senza precedenti, di gran lunga più efficiente di quella, per fare un esempio, che hanno costruito Putin e i suoi in Russia. Dagli uiguri dello Xinjiang, ai lavoratori, ai migranti, alle donne, ai netizen e ai dissidenti di ogni tipo, tutte le categorie potenziali apportatrici di “instabilità” sono passate attraverso il tritacarne di una macchina repressiva onnipresente. Xi inoltre è riuscito ad aumentare la proiezione internazionale della Cina, ma va aggiunto che lo ha fatto in maniera il più delle volte maldestra e in ampia parte sulla spinta della forza inerziale di quanto costruito dai suoi predecessori.

Xi ha invece compiuto una lunga serie di errori, alcuni dei quali davvero madornali. Ha per esempio adottato una politica di un colpo al cerchio e uno alla botte nei confronti della bolla del debito, e di quella immobiliare a essa connessa, lasciando lievitare un problema che oggi si è fatto gigantesco e dagli effetti sistemici. Ha ecceduto e corso troppo nelle sue ambizioni tecnologiche e internazionali, mettendole stupidamente troppo in vetrina di fronte a un mondo che si poteva prevedere gli sarebbe stato sempre più ostile: si pensi al programma tecnologico Made in China 2025, naufragato e praticamente ritirato in quanto tale, anche se non ufficialmente, o al programma “Belt & Road”, le cosiddette nuove vie della seta, che ha generato una nuova enorme esposizione in termini di debito e che fa sempre più fatica a procedere, o ancora all’aggressiva campagna dei diplomatici “wolf warrior”, che gli ha resto più nemico un contesto internazionale già ostile, rafforzando la coesione tra i suoi concorrenti geopolitici. Si è sprecato in ripetuti progetti di grandeur, dai nomi spesso buffi e del tutto nebulosi nei contenuti, come la “circolazione duale” o la “prosperità comune”, tutti arenatisi nella più totale confusione. Ha lasciato vergognosamente esplodere una pandemia che poteva essere facilmente arginata alle sue origini, passando poi a una politica di lockdown che dopo il primo successo si è trasformata in un dogma ideologico, mirato a coprire sia l’inettitudine iniziale, sia la scarsa efficacia nelle vaccinazioni, sia la propria incapacità e impossibilità di dotare il paese di un sistema sanitario degno di questo nome: il risultato è che oggi la situazione economica già difficile viene ulteriormente aggravata da lockdown continui. Xi è stato inoltre molto maldestro nel gestire la guerra dei dazi con Trump e ancora di più lo è oggi per quanto riguarda la guerra tecnologica con gli Usa, che sta arrecando durissimi colpi alla Cina. Ha sbagliato completamente anche a Hong Kong, intestardendosi a fare passare una legge per lui poi non così essenziale come quella sulle estradizioni, provocando una lunga insurrezione durante la quale ha infine fatto un passo indietro, ma del tutto tardivo, lasciando così degenerare la situazione – gli è venuta in soccorso la pandemia a inizio 2020 e la sua abilità di porre rimedio ai guai con una repressione totale, ma Hong Kong, essenziale canale di finanze e valute per la Cina grazie ai privilegi internazionali di cui godeva, non potrà più svolgere il suo ruolo per Pechino dopo la perdita di tali privilegi in seguito alle sanzioni internazionali. E per quanto riguarda Taiwan, Xi ha mandato all’aria la politica pazientemente costruita per decenni, e che stava dando i suoi frutti dal punto di vista della dirigenza di Pechino, di progressiva cooptazione della borghesia e piccola borghesia taiwanese con allettamenti economici e politici, scegliendo la linea dura e aggressiva che lo ha portato a perdere le posizioni costruite, lasciandolo con l’unica e difficilissima opzione di una guerra di conquista – qui però gli va riconosciuto che a mandare all’aria ogni piano non è stata solo la sua inettitudine, ma anche la decisione con la quale una nuova generazione di giovani e di democratici di Taiwan ha asserito la propria volontà. Come se questo lungo (e parziale) elenco di errori grossolani non bastasse, a febbraio scorso è venuta la ciliegina sulla torta, e cioè il suo incontro con Putin e tutto il contorno di “amicizia senza limiti” tra Cina e Russia giusto a tre settimane dall’inizio della guerra, che ha spinto tutti gli osservatori a chiedersi: ma Xi è stato fatto fesso da Putin, che non lo ha avvisato dei suoi piani di guerra? Oppure, se lo ha avvisato, Xi è così fesso di per se stesso da avere creduto in una vittoriosa guerra lampo di Putin? Probabilmente non lo sapremo se non fra decenni, ma intanto Xi sta autenticando le “ipotesi di fesseria” con il suo atteggiamento da oltre sette mesi sempre imbarazzato nei confronti della guerra. E si sta dimostrando un nano della diplomazia mondiale, a confronto del quale il suo collega-aguzzino Erdogan, a capo di un paese una dozzina di volte più piccolo, appare come un gigante.

Insomma, in un congresso se non proprio democratico, con almeno un minimo di dialettica, un politico con un curriculum come quello di Xi verrebbe mandato a casa senza cerimonie. Ma è troppo tardi per farlo ora, un tale compito sarà cosa di domani. Se Xi non sembra avere avversari anche solo di minimo rilievo, ha però intorno a sé sicuramente non poco malcontento, sia nel partito sia nella società, in seguito agli innumerevoli problemi accumulatisi su ogni fronte.

E già che ci siamo, cosa sta succedendo nella società cinese? Per il momento è messa a tacere sebbene, per fare ancora una volta un paragone con la Russia, si tratti di una società molto più complessa e dinamica, la cui attivazione può essere solo rimandata nel tempo dalle repressioni, non soffocata definitivamente. Fino al 2018-2019 i segnali attivi di insoddisfazione erano numerosi e diffusi. Il movimento dei lavoratori andava organizzandosi a livello non più solo locale, come in passato, ma anche macroregionale o addirittura nazionale, come avevano dimostrato casi come le lotte alla Walmart, gli scioperi dei gruisti o quelli dei camionisti. In generale, si era manifestato con grande energia anche un ampio movimento femminista e #MeToo. In più era emersa con prepotenza una vasta mobilitazione di giovani marxisti e studenti, direttamente collegati alle lotte dei lavoratori e femministe, che aveva lanciato un’importante sfida al sistema di potere (detto per inciso: movimento di cui praticamente nessuno ha parlato a sinistra in Italia e in Europa. Per avere informazioni su di esso bisognava leggere il Financial Times e la Reuters, non certo le pubblicazioni della sinistra “radicale”, che nel suo complesso si limita all’estasi passiva per la potenza dello stato cinese).

Nonostante i suoi errori, Xi vincerà per il momento la sua partita personale. Ma quella vera con il mondo e, soprattutto, con il suo popolo deve ancora giocarla, e sono certo che il “grande leader”, o chi gli succederà, non potrà alla fine che perderla.

*articolo apparso su https://crisiglobale.wordpress.com/ il 16 ottobre 2022

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