Tempo di lettura: 4 minuti

È un fatto assodato e corroborato dai dati che ci vengono continuamente proposti da analisi, statistiche e semplici esperienze empiriche: le donne guadagnano meno rispetto agli uomini; anche a parità di condizioni lavorative, si trovano confrontate con carriere di lavoro interrotte (per maternità o per la necessità di diminuire il proprio onere lavorativo per occuparsi dei figli) e sono occupate in lavori meno retribuiti o svolti gratuitamente. Si tratta di lavori essenziali che appartengono alla sfera della riproduzione sociale: lavori che permettono alla società di funzionare, ai datori di lavoro di disporre liberamente di manodopera (affidando appunto alle donne, in forma gratuita o scarsamente remunerata, la cura di chi non può lavorare, anziani e bambini); ma che, appunto, non sono riconosciuti e valorizzati.

Le discriminazioni salariali sul mercato del lavoro si traducono inevitabilmente anche in una discriminazione a livello pensionistico. In media le donne hanno pensioni del 37% inferiori a quelle degli uomini. Questo, del resto, è piuttosto evidente: se si guadagna meno, vi sono poche speranze che si possano avere pensioni migliori di chi guadagna di più.

Le discriminazioni sono maggiori in seno al secondo pilastro, rispetto all’AVS che basandosi sul sistema della ripartizione garantisce anche maggiore equità.

Attualmente un terzo delle pensioniate non dispone una rendita del 2° pilastro. E quando la riceve, essa è in media la metà rispetto a quella di un uomo. Una donna su due che va in pensione riceve una rendita della cassa pensione inferiore a 1’165 franchi al mese. Questo fa sì che il secondo pilastro sia molto iniquo e riproduca esattamente le disuguaglianze salariali anche durante la pensione: nessun meccanismo di ridistribuzione (come per l’AVS), nessuna possibilità di una vita degna dopo la pensione.

Di fronte a questa situazione la soluzione non può essere quella di proporre un abbassamento del salario minimo che dà accesso alla contribuzione del secondo pilastro permettendo così ai bassi salari, e in modo particolare alle donne di essere assicurate. Una soluzione, prospettata anche da una parte della sinistra e delle direzioni sindacali (e cristallizzata nella famosa proposta presentata dai “partner sociali”, fatta propria dal Consiglio Federale ma respinta per ora dal Parlamento nazionale), che in realtà è una falsa soluzione: affiliarsi al secondo pilastro comporta comunque una diminuzione del salario percepito, ancora più pesante per chi ha salari più bassi, prime tra tutti le donne. Tutto questo con la prospettiva, ormai evidente, di percepire un giorno, forse, rendite pensionistiche comunque irrisorie. Anche perché in questi anni abbiamo assistito ad un continuo indebolimento del secondo pilastro attraverso riforme, sia a livello federale che cantonale, che hanno avuto come conseguenza una diminuzione delle rendite e delle prestazioni.

Quanto sta succedendo a livello cantonale si inserisce in questa logica.

Dopo il taglio delle rendite del 20% per gli assicurati e le assicurate della cassa pensione dello stato (IPCT), avvenuto nel 2012, assistiamo ora a un altro tentativo di decurtazione del tasso di conversione (dal 6,17 al 5%) che porterà a ulteriori diminuzioni delle future rendite. Nelle scorse settimane, nel quadro della mobilitazione in atto, sono stati diffusi alcuni casi reali; ad esempio quello di un’impiegata del cantone (45 anni con uno stipendio di circa 5’400 fra) che, prima della riforma del 2012, aveva una prospettiva pensionistica di 2’762 franchi al mese e, con la riforma del 2012, ha visto questa futura pensione abbassarsi a 2’210 franchi al mese; con la nuova annunciata diminuzione del tesso di conversione al 5% questa futura rendita scenderebbe a 1’790 franchi al mese. Circa 1’000 franchi in meno di pensione in 10 anni!

Altri esempi potrebbero essere portati, in particolare relativi alle donne che sono tra le vittime maggiori, per le ragioni che abbiamo detto, di queste modifiche già avvenute o prospettate. Un elemento ulteriormente penalizzante, nell’ambito del dibattito sull’IPCT, è legato alla modifica del sistema salariale avvenuto 5 anni fa.

Il nuovo sistema salariale ha infatti allungato in modo importante le carriere. Nella vecchia scala salariale, per raggiungere il massimo dello stipendio ci volevano 10 anni (per le scale salariali più basse) e 15 per quelle più alte. Il nuovo sistema salariale ha introdotto una carriera assai più lunga: sono necessari 25 anni per arrivare dal salario minimo a quello massimo della propria scala salariale.

Tutto questo, per le considerazioni sul lavoro delle donne – le interruzioni delle carriere lavorative – alle quali abbiamo accennato qui sopra, significa che raramente, per non dire mai, le donne riescono a percorrere tutta la scala salariale, con conseguenze rilevanti dal punto di vista delle rendite pensionistiche.

La difesa delle pensioni per la quale dobbiamo batterci sia a livello federale (è in discussione una riforma del secondo pilastro che prevede proprio una diminuzione del tasso di conversione minimo legale), sia a livello locale – come nel caso dell’IPCT – necessita una particolare attenzione alla situazione delle donne che subiscono discriminazioni ancora più profonde di quelle subite dagli uomini.

Una prospettiva contro la quale dobbiamo batterci, tutti insieme donne e uomini. Portando avanti anche una battaglia per una riforma radicale del sistema pensionistico che miri di fatto all’abolizione del sistema dei due (tre) pilastri e alla costituzione di un’unica assicurazione pensionistica basata sul criterio di una ripartizione solidale.

Per sviluppare questa prospettiva dobbiamo dire assolutamente no sia ai progetti di riforma a livello federale che quelli a livello delle singole casse pensioni, come è il caso della riforma dell’IPCT. Come salariate e come donne il nostro impegno deve essere in prima fila già in occasione della manifestazione promossa dalla Rete in difesa delle pensioni (ErreDiPi) il prossimo 14 dicembre.                                

Print Friendly, PDF & Email