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Vedere centinaia di giovani curdi, una parte almeno, rivestiti di tute bianche percorrere le strade dell’Aia il 1° novembre poteva riportare alla memoria le prime giornate di Genova.

E come a Genova nel 2001 la manifestazione – per quanto assolutamente pacifica – è stata pesantemente repressa. Anche strumentalizzando creature innocenti come i cavalli e i cani che sarebbe il caso di non coinvolgere nel lavoro sporco.

L’iniziativa (indetta dalle organizzazioni della diaspora curda nell’ambito della settimana di azione #WeSeeYourCrimes), aveva lo scopo di denunciare l’utilizzo sistematico da parte dell’esercito turco di armi chimiche, vietate dalle Convenzioni internazionali, nel Kurdistan del Sud ((in territorio iracheno) contro la Resistenza curda. In particolare, richiedere a chi di dovere (all’OIAC, l’Organizzazione per l’interdizione delle armi chimiche, con sede all’Aia) di avviare un’inchiesta in merito a questo uso criminale di sostanze proibite.

Possibilmente inviando una delegazione di osservatori internazionali indipendenti.

Stando alla versione ufficiale, i reparti della polizia mobile olandese sarebbero intervenuti preventivamente quando una parte dei manifestanti, inalberando cartelli con i volti delle vittime dei gas tossici, aveva mostrato di aver l’intenzione di raggiungere l’ambasciata turca.

Invece secondo gli organizzatori le cariche sarebbero iniziate quando ancora molti stavano raggiungendo il luogo convenuto per il raduno.

In ogni caso alla fine il bilancio finale è stato di una trentina di feriti (tutti piuttosto seriamente e due versano in gravi condizioni), sia per le manganellate, sferrate direttamente stando a cavallo, sia per essere stati travolti dai cavalli.

Un curdo che rischiava di annegare per essere caduto nel fiume è stato tempestivamente tratto in salvo dai suoi compagni.

Inoltre una dozzina di partecipanti alla protesta sono stati arrestati, addirittura prelevati mentre erano già sugli autobus per ritornare a casa dopo la dispersione.

Su questa infausta vicenda il Movimento delle donne curde in Europa (TJK-E) e la Confederazione europea delle Associazioni curde (KCDK-E) hanno emesso un comunicato congiunto condannando la violenza esercitata sui manifestanti e richiesto delle scuse da parte del governo olandese.

Risale ormai a oltre sette mesi fa (17 aprile 2022) l’avvio dell’ennesima operazione turca contro il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), utilizzando l’aviazione e bombardando ripetutamente le zone in cui sono insediati i villaggi curdi del Sud-Kurdistan. Incendiando le foreste e facendo uso di sostanze chimiche. Stando a quanto denunciavano le HPG (Forze di Difesa del Popolo, considerate il braccio armato del PKK) tali sostanze negli ultimi sei mesi sarebbero state utilizzate in 2470 occasioni (quelle finora documentate). Mentre “soltanto” 367 volte nel 2021.

Dall’ aprile 2022 almeno una novantina di guerriglieri avrebbero perso la vita per tali cause.

Ma se in Olanda i curdi piangono, in Svizzera di sicuro non ridono.

In linea, del resto, con quanto sta avvenendo un po’ dovunque. Dalla Serbia alla Francia, dalla Germania addirittura all’Armenia. Ormai l’espulsione dei curdi (in genere verso le galere turche o iraniane) non fa più nemmeno notizia.

L’ultimo caso è quello di Tawar. In Svizzera da sei anni, la militante curda aderente a Lawan (organizzazione giovanile del Partito democratico del Kurdistan-Iran), è già stata convocata dalle autorità elvetiche per informarla che la sua domanda d’asilo viene rigettata e che dovrà lasciare il Paese. Tawar era politicamente in stretto rapporto con i militanti uccisi nella sede del PDK-I di Koya (città dove viveva prima di espatriare) dai missili iraniani nel settembre 2018. E molto probabilmente, qualora non se ne fosse andata in precedenza, sarebbe ugualmente rimasta vittima dell’attacco (orchestrato, pare, direttamente dai Guardiani della rivoluzione). Del resto, anche recentemente i missili iraniani hanno nuovamente colpito le sedi del PDK-I in territorio iracheno (nella regione autonoma del Kurdistan del Sud) uccidendo una dozzina di persone. Peggio ancora se dovesse finire in Iran, pensando a quanto subiscono i curdi che vivono all’interno dei confini iraniani (dove forniscono circa la metà dei prigionieri politici dell’intero Paese). È auspicabile che la Svizzera ci ripensi. In caso contrario dovremo tornare a intonare tristemente la canzone di Pietro Gori “Addio Lugano bella”. Ricordate? “Elvezia il tuo governo schiavo d’altrui si rende, di un popolo gagliardo le tradizioni offende…”.

*articolo apparso su https://centrostudidialogo.com

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