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Una panoramica, e alcune valutazioni a caldo provvisorie, sugli eventi di questi ultimi giorni, dalla liberazione di Kherson, alle elezioni di midterm negli Usa e ai segnali insistenti di manovre diplomatiche per un possibile accordo riguardo alla guerra in Ucraina, con particolare attenzione per il ruolo di Usa e Cina.

– Ritiro russo da Kherson: i materiali e le informazioni emersi in questi giorni dicono che il ritiro da Kherson non è stato totalmente tranquillo come pretende il Cremlino, ma nel complesso confermano che è stato abilmente preparato in anticipo, celere e condotto subendo danni alquanto limitati rispetto alla sua entità. Sono stati abbandonati (o distrutti dagli stessi russi) svariati mezzi, ma il loro numero non è certo particolarmente alto, visto che i materiali documentativi emersi si riferiscono a quantità limitate, e oltretutto molto spesso è impossibile determinare se si tratta di mezzi russi messi fuori gioco prima del ritiro o durante lo stesso, oppure se si riferiscono effettivamente all’area di Kherson o meno. Praticamente nulle le conferme affidabili di soldati russi catturati o uccisi. Rimane il fatto che se le forze russe si sono ritirate, è stato perché le forze ucraine nei due mesi di colpi continui sulle retrovie e di avanzata nell’area le hanno poste di fronte a un’evitabile sconfitta militare.

A mio parere, tutto lascia pensare che vi sia stata qualche forma di accordo tra Kyiv e Mosca sulle modalità della ritirata. Se è così, nel complesso si tratterebbe di una cosa positiva, visto che ha evitato distruzioni nella città e il costo di un alto numero di vittime sia civili che militari, preservando al contempo l’obiettivo di una vittoria ucraina. Sarebbe invece inquietante se il tutto fosse avvenuto su pressioni occidentali e in particolare Usa, e questo fondamentalmente per due motivi: sarebbe la prima volta in questa guerra che Kyiv si fa imporre dagli occidentali un comportamento su una questione importante, da una parte, e dall’altra ciò potrebbe costituire il preludio a iniziative mirate ad accordi di tregua, o addirittura di pace, che abbiano tra i loro obiettivi quello di salvare la faccia a Mosca, e forse qualcosa di più e di altro della sua faccia. Formulo ulteriori importanti considerazioni su questi aspetti nella parte conclusiva.

– Mancata piena vittoria dei repubblicani alle elezioni di midterm: trovo assurdo pensare che la ritirata di Kherson sia stata differita nel tempo da Mosca per evitare di dare un aiuto a Biden, cosa che molti hanno sostenuto. Come ho già scritto in un commento, nelle elezioni Usa di midterm le questioni di politica estera non contano quasi niente, e quando non riguardano situazioni in cui vi sono soldati o persone statunitensi sul campo non contano nulla. A parte questa osservazione, la mancata grande vittoria repubblicana è un’ottima notizia per tutti, ivi compresa l’Ucraina. È un passo indietro per la grande quanto contraddittoria pseudo-internazionale reazionaria di cui fa parte tra i tanti anche Putin. Tuttavia, non va dimenticato che gli Usa rimangono un paese con un’estrema destra molto forte, dotata di milizie pronte a fare bis di assalti al Campidoglio o altre azioni simili, che ci sono già pronti i Ron DeSantis al posto di Trump, e che qualche particolare del voto rimane inquietante, come per esempio il fatto che i repubblicani sono riusciti a conquistarsi quote del voto dei neri e degli ispano-americani. Le elezioni presidenziali del 2024 saranno ben altra cosa da quelle di midterm, e saranno necessarie dure battaglie per evitare il rischio di una nuova vittoria dell’estrema destra, così come per impedire che faccia altri disastri nel frattempo.

– Voci di accordi pace, diplomazia internazionale: è evidente che in questo momento molto si stia muovendo in tal senso. Tutto è iniziato prima della ritirata russa da Kherson e delle elezioni di midterm negli Usa, per esempio con i contatti tra il consigliere Jake Sullivan e la Russia, con la conferma dell’incontro tra Biden e Xi, con il rifiuto Usa di fornire all’Ucraina un importante tipo di droni, con alcune dichiarazioni non limpide di Biden, per limitarsi ai fatti accertati. Ci sono poi anche le numerose voci di corridoio, tutte da confermare, ma la cui stessa ampia diffusione è indice del fatto che sono in atto forti fermenti. Successivamente sono emersi altri indizi: le stesse modalità “pacifiche” del ritiro russo da Kherson, Peskov che non smentisce l’esistenza di un tavolo di colloquio ad Ankara tra Usa e Russia e poi conferma addirittura che i capi dei servizi di intelligence dei due paesi si stanno parlano nella capitale turca, Erdogan che torna vivacemente a parlare di trattative, Podolyak che evita di menzionare la Crimea tra gli obiettivi ucraini, Zelensky che parla di pace possibile anche se alle sue condizioni, la presenza contemporanea di alti diplomatici Usa e di Lavrov prima al vertice Asean in Cambogia e poi al G-20 in Indonesia, Putin che conferma solo all’ultimo momento la non partecipazione a quest’ultimo vertice, evidentemente per consentire a Xi di agire più liberamente, Janet Yellen che accenna chiaramente alla possibilità di ridurre le sanzioni contro la Russia in seguito a un accordo di pace che descrive come urgente. È davvero tanto. E aggiungerei in più sul piano interno russo, in questo caso come indizio del fatto che si teme un imminente accordo di tregua o di pace, le parole durissime di Dugin contro Putin nonché l’orrendo video dell’uccisione a martellate di un “traditore” del gruppo paramilitare Wagner, con tanto di approvazione di Prigozhin (si noti che in questo momento per i settori russi più estremi anche Putin, come l’uomo massacrato nel video, è un traditore, e lo sarebbe ancora di più se aprisse trattative).

– La posizione della Cina: oggi c’è stato anche il primo incontro diretto tra Joe Biden e Xi Jinping. Che ci sia stato un incontro tra i due è una cosa senz’altro positiva in linea generale, viste le tensioni fortissime tra Washington e Pechino che rischiano di sfociare prima o poi in una guerra (anche, tra le tante altre cose, alla luce delle escalation registrate in questi ultimi due-tre mesi intorno a Taiwan e alla penisola coreana). Delle tre ore di incontro è emerso molto poco: confermate le divisioni riguardo a Taiwan, da una parte, e dall’altra Xi si è pronunciato contro l’uso dell’arma nucleare in Ucraina. Quest’ultimo è un fatto senz’altro molto positivo, tanto più se si considera la sede importante in cui le parole sono state pronunciate. Tuttavia, va osservato che Xi lo aveva già detto un paio di volte chiaramente e che la sua formulazione è stata ancora una volta tale da potere essere letta come un pari ammonimento sia ai paesi Nato sia alla Russia. Tra l’altro, nel suo comunicato ufficiale la parte cinese ha evitato accuratamente di menzionare le parole sulle armi nucleari. Quindi niente di particolarmente nuovo o importante.

La posizione di Xi va inquadrata in svariati importanti elementi di contesto, per cercare di comprenderla (compito, va sottolineato, alquanto complicato vista la sua ambiguità di fondo). Verso metà settembre, per esempio, il numero 3 della gerarchia cinese era stato in Russia e aveva pronunciato parole di nettissimo sostegno a Mosca, ivi compreso riguardo all’Ucraina. Vista la sua posizione ai massimi vertici, le sue parole erano anche parole di Xi e non sono mai state smentite da Pechino. Solo che c’è stato un incidente diplomatico, perché la Russia le ha pubblicate integralmente, evidentemente senza il consenso di Pechino, mentre la parte cinese aveva emesso un comunicato molto più edulcorato. Ciò ha profondamente irritato Xi che, secondo la ricostruzione di alcuni esperti, avrebbe poi di conseguenza imposto a Putin l’umiliante dichiarazione al vertice di Astana secondo cui la Cina aveva “preoccupazioni e punti di domanda” sulla guerra russa in Ucraina. Non è ovviamente sicuro che sia andata esattamente così, ma mi sembra una spiegazione più che plausibile. Nel frattempo, Putin ha ammesso pubblicamente al forum del Club Valday, di non avere preavvertito la Cina dell’invasione dell’Ucraina (dichiarazione alquanto clamorosa che, curiosamente, quasi nessuno ha notato). In contemporanea la Cina ripagava l’essere stata così tolta dall’imbarazzo con una dichiarazione molto sbilanciata del ministro degli esteri cinese Wang Yi al suo collega Sergey Lavrov: “La Cina sosterrà fermamente la parte russa, sotto la guida del presidente Vladimir Putin, affinché unisca e guidi il popolo russo a superare le difficoltà e ad eliminare le perturbazioni, a raggiungere gli obiettivi di sviluppo strategico e a migliorare la posizione di grande potenza della Russia nell’arena internazionale” – come dire, nonostante il tradizionale linguaggio sfuggevole: vogliamo che Putin resti al potere, che prosegua la sua strategia di fondo e che la Russia non solo resti una grande potenza, ma lo sia ancora di più, per quanto in questo momento sia in difficoltà.

A ciò va aggiunto che per giungere a una comprensione più precisa di come si sta muovendo Pechino si deve abbandonare il tradizionale “euroatlanticentrismo” e guardare le cose anche da una prospettiva più prossima alla sfera cinese. Dopo oltre due anni e mezzo di clausura Xi, una volta celebrato il congresso del Pcc che lo ha reincoronato, è tornato attivissimo sul piano internazionale. Ha ricevuto a Pechino nel giro di pochissimi giorni non solo Scholz, come riferito ampiamente in occidente, ma anche il premier pakistano, che teoricamente starebbe invertendo la rotta verso gli Usa ma sembra ben intenzionato a tenersi stretto Xi, il leader del Vietnam, potenziale concorrente e nemico a cui ha riservato un’accoglienza eccezionale e con cui c’è stato uno scambio di parole fortemente amichevoli, e la neopresidentessa della Tanzania, che sta riportando il paese verso la Cina. Ed è stato annunciato che Xi presto si recherà in Arabia Saudita, paese amico anche di Putin e in attrito con Washington (che la ha minacciata perfino di sanzioni riguardo ai prezzi del petrolio). E’ un po’ come una mappa delle direttive sulle quali Xi intende muoversi: l’Asia meridionale, l’Asia Sudorientale, l’Africa e l’Ue, tutte pedine che Pechino cerca di manovrare in funzione anti-Washington. Insomma, la dirigenza cinese sembra fortemente intenzionata a proseguire nell’ambito dell’asse “multipolar-reazionario” di cui fa parte anche Putin. Non sembra affatto intenzionata ad abbandonare quest’ultimo, ma allo stesso tempo appare anche non disposta a vincolarsi a lui. L’intelligenza di Xi e dei suoi diplomatici non va sopravvalutata, e nemmeno la loro libertà d’azione in un momento in cui la Cina è attraversata da profonde crepe: mi sembra che stiano più che altro temporeggiando tentando di tenere il piede in due scarpe, nella speranza che vengano tempi migliori. E probabilmente sperano allo stesso tempo in qualche forma di accordo, magari anche solo temporaneo, che salvi la faccia alla Russia, che eviti l’arrivo di “pazzi più pazzi di Putin” al potere (un problema comunque reale che riguarda tutti noi, non solo le cancellerie dei vari paesi) e/o il crollo della Russia, e possibilmente consenta a Mosca di conservare un po’ di territorio ucraino per usi futuri.

– Il sospetto, anzi ben più del sospetto, in questo momento, è che ci siano in giro forti pressioni per fermare, condizionare o contenere al massimo, una possibile marcia ucraina verso la vittoria. E, qualora ciò non fosse possibile, per amputare tale vittoria. Inaspettatamente, tali pressioni sembrano provenire soprattutto dagli Usa, e non come ci si sarebbe potuti attendere (e come è avvenuto per esempio a giugno) dai più importanti paesi Ue. Anche se poi il viaggio di Scholz a Pechino, seppur molto indirettamente, sembra andare anch’esso in questa direzione in quanto apertura di fatto, per quanto ancora incerta, nei confronti del “fronte multipolarista”.

I motivi di tutto questo appaiono molteplici: la crisi economica alle porte che si preannuncia molto preoccupante, i timori di svuotamento degli arsenali occidentali quando potrebbero aprirsi crisi a Taiwan o in Corea e, forse più di tutto, la grande paura di un collasso incontrollato della Russia. A ciò si aggiunge però secondo me un motivo di fondo: un popolo che si mobilita in massa e autonomamente per la propria liberazione, sebbene con aiuti militari di paesi “imperialisti” (e gli ucraini non sono certo i primi a trovarsi in questa situazione), va a tempo debito rimesso in riga, frustrato e addomesticato. Non dimentichiamo che la lotta degli ucraini contro il colonialismo russo non è iniziata il 24 febbraio scorso, ma a Maidan nel 2013-2014, in perfetta sintonia con decine e decine di altri movimenti di massa per la democrazia in tutto il mondo, pur nelle loro reciproche differenze di coordinate, e che tale lotta ha alle sue spalle più di un secolo di battaglie contro l’oppressione di una potenza imperiale. A tale proposito, le parole pronunciate da Podolyak in questi giorni, così come quelle altrettanto ambigue di un viceministro degli esteri ucraino oggi, destano non poche preoccupazioni. Una cosa è sicura: il popolo ucraino dovrà combattere ancora altre e diverse battaglie, su più fronti, per non farsi soffiare una vittoria del tutto possibile e che per essere pienamente autentica non potrà limitarsi solo a una vittoria militare sul campo.

*articolo apparso su https://crisiglobale.wordpress.com/ il 15 novembre 2022

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