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Nella notte tra il 20 e il 21 ottobre il Consiglio Europeo ha approvato dopo oltre 10 ore di discussione un accordo tra i 27 paesi per definire una politica energetica comune in Europa.
Diciamo subito che non è stata formulata nessuna politica energetica comune di tipo strutturale. Sono stati presi provvedimenti temporanei, parziali e selettivi che non sono in grado di modificare i criteri che stanno alla base della determinazione del prezzo del gas, di cui avevamo discusso in un precedente intervento (La dittatura della finanza e il mercato del gas * MPS – Movimento per il socialismo (mps-ti.ch ). Si tratta quindi di un “accordicchio”.
Sono 9 i punti che definiscono questo “accordicchio”. Analizziamo i principali, quelli che maggiormente sono state descritti dai giornali mainstream e salutati con giudizi molto positivi come ultima strenna natalizia di Mario Draghi prima di lasciare il timone del governo a Giorgia Meloni.

  1. l’acquisto congiunto e volontario di gas, per sfruttare il peso collettivo del mercato dell’Unione. È stato il punto che ha suscitato meno diatribe e che ha visto un generale accordo, purché tale acquisto comune si limitasse a non superare il 15% dei fabbisogni nazionali. In tal modo, ogni paese europeo è ancora libero di comprare il proprio gas dai paesi produttori che preferisce per una quota molto elevata. La preoccupazione di interferire nelle politiche nazionali di approvvigionamento non ha ragione di esistere, con buona pace di una politica comune europea.
  2. un corridoio di prezzo dinamico temporaneo sulle transazioni di gas naturale (il famoso “tetto”). Tale punto, riportato dalla servile e stampa nazionalista è stato salutato come la vittoria di Draghi. Peccato che tale tetto non venga quantificato. Nel documento finale, non si discute il tetto massimo del prezzo del gas, ma paradossalmente ci si sofferma sul suo pavimento. Si afferma infatti che il prezzo del gas non debba scendere sotto un certo livello, per non penalizzare eccessivamente gli scambi di mercato (che sappiamo essere di natura speculativa). Al momento, non c’è alcun accordo al riguardo. E in ogni caso, aspetto non secondario, si parla di tetto al prezzo del gas solo per quello che viene utilizzato nella generazione della sola energia elettrica. Il prezzo del gas consumato dagli utenti (siano esse imprese o famiglie) non viene toccato.
  3. Riguardo il mercato di Amsterdam (TTF) che decide il prezzo del gas sulla base delle aspettative speculative dettate da titoli future e non sull’effettivo scambio tra offerta e domanda, nulla viene detto, se non un banale impegno a monitorare tale mercato.
  4. Ovviamente non mancano impegni per misure di solidarietà energetica in caso di interruzioni della fornitura di gas a livello nazionale, regionale o dell’Unione, in assenza di accordi di solidarietà bilaterali né impegni per lo sviluppo per le energie rinnovabili. Ma, come oramai sappiamo, si tratta di impegni formali che accompagnano ogni summit europeo, senza alcuna conseguenza reale. Alcuni commentatori hanno intravisto in questi impegni la possibilità di creare un fondo europeo comune finanziato dell’emissione di titoli di debito. Il 4 ottobre scorso il commissario europeo agli affari economici Paolo Gentiloni ha parlato della necessità di uno strumento comune Ue, sulla falsariga dello schema Sure sui sostegni all’occupazione in tempi di Covid, per finanziare tariffe più basse per il gas. Difficile che ciò possa accadere, visto che il giorno precedente, il governo tedesco di Scholz ha presentato un piano nazionale di 200 miliardi di euro a vantaggio esclusivo della propria economia. E lo stesso Gentiloni sì è poi peritato di ribadire in ogni caso che un simile provvedimento non sarebbe stato all’ordine del giorno del summit del 20-21 ottobre. Si va quindi in ordine sparso e i più forti possono far la parte dei leoni.

È evidente come tale supposto accordo non sia in grado di intervenire in modo efficace nel controllo del prezzo del gas. Ciò significa che l’inflazione è libera di crescere. E anche le riunioni successive della commissione energetica che dovevano definire i decreti attuativi e la tempistica di tale accordo non hanno prodotto, almeno al momento, nessun risultato, evidenziando ancora una volta le divergenze tra i vari paesi europei.
Un solo risultato positivo è stato ottenuto. L’annuncio di un accordo (anche se del tutto inadeguato e contradditorio) ha però generato aspettative ribassiste sul valore futuro atteso del gas. Sappiamo che la politica degli annunci può influenzare il trend delle aspettative soprattutto sui mercati speculativi, in presenza di un certo livello di reputazione. L’Unione Europea gode sicuramente di una buona reputazione, anche negli ultimi anni è in netto declino, alla luce della litigiosità interna, dell’incapacità di sviluppare politiche economiche, militari e energetiche autonome in grado di sfuggire alla tenaglia dell’influenza Usa e Nato, da un lato, e la penetrazione commerciale cinese (non ultimo l’acquisto da parte di COSCO, la compagnia cinese di stato dello shipping – China Ocean Shipping Company -, la più grande al mondo, del 25% delle quote del porto di Amburgo).
Ne è conseguito un calo sostanziale del prezzo del gas sul mercato dei future di Amsterdam, arrivando a un valore inferiore dei 100 euro al MWa, dopo aver raggiunto i picchi massimi di oltre 330 euro a cavallo di lugli e agosto scorso. La riduzione del 70% del prezzo del gas è anche spiegata da aspettative decrescenti sul consumo, vista le temperature oltre la media, in buona parte dell’Europa (con il posticipo nell’accensione dei riscaldamenti) e il fatto che il gas non sarà una risorsa scarsa nel prossimo anno, visti gli ingenti stoccaggi dei paesi europei, con la sostituzione del gas russo con quello norvegese e algerino e quello liquido proveniente da Usa e Qatar.
In Europa, il forte aumento del tasso d’inflazione è stato trainato (a differenza degli Usa) dal rincaro dei prodotti energetici che ha successivamente contaminato con effetto domino gli altri prezzi delle filiere produttive. A ciò si è aggiunto l’aumento del costo della logistica, come effetto della ripresa produttiva post-Covid. Nel giro di pochi i mesi il tasso d’inflazione è triplicato.
Ma ora che i prezzi del gas sono diminuiti del 70% non ci sarà una pari riduzione dei prezzi finali al consumo.
Se il prezzo del gas viene determinato sulla base di una logica speculativa e non di mercato, così i prezzi dei beni finali di consumo si determinano sulla base di una logica di profitto (con buona pace della concorrenza e della trasparenza). Una volta aumentati i prezzi finali per far fronte all’aumento dei costi energetici e logistici di produzione, se tali costi si riducono i prezzi finali rimangano gli stessi seguendo una dinamica inerziale che consente di lucrare ampi margini di profitti alle spese dei redditi da lavoro.
Ancora una volta L’Europa perde l’occasione per definire una politica industriale ed energetica comune che possa influenzare il prezzo dei prodotti energetici sulla base delle esigenze e dei bisogni sociali dei suoi residenti.
È il capitalismo, bellezza!

*articolo apparso su www.effimera.org il 2 novembre 2022

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