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Nel 1994, quando l’attuale Presidente del consiglio aveva 17 anni, la lista di Alleanza Nazionale, alleata con Forza Italia e la Lega Nord, raccolse 5.202.938 voti, pari al 13,5% contro il 5,4% ottenuto dal Movimento Sociale Italiano (Msi) nella precedente legislatura. Per quel partito, fondato nel lontano 1946 in continuità con l’esperienza fascista, fu l’occasione per uscire dalla marginalità politica entrando nella compagine governativa. L’anno dopo a Fiuggi il Msi si sciolse per dare vita ad Alleanza Nazionale. La transizione provava a risolvere un dilemma che aveva caratterizzato la vita del Msi: come trovare un equilibrio tra la conservazione identitaria e la convivenza in un sistema democratico che sentivano ostile?, come essere fascisti in democrazia, senza voler restaurare e senza rinnegare il fascismo?

Giorgia Meloni, giovane militante di partito, diventa ministro nel governo Berlusconi nel 2008, in pieno postfascismo, secondo il loro calendario. Si è formata in una destra di nostalgici in transizione verso principi neoliberisti e atlantisti, coniugati con una forma arcaica di nazionalismo. Nel suo discorso d’insediamento si è pronunciata a favore del vecchio e noto comandamento dell’impresa liberista capitalista: laissez faire, laissez passer, che riassume il principio secondo il quale lo Stato non deve imporre alcun vincolo all’attività economica, che è tutt’altra cosa rispetto ai dettami dell’ideologia fascista, critica da destra del mercato liberista, sostenitrice della compartecipazione corporativa tra lavoratori e datori di lavoro e, nella fase “estremista” della Repubblica sociale italiana, della socializzazione delle imprese.

Un neoliberismo autoritario sul piano politico, che legittima il postfascismo come forza di governo, integrando valori e i linguaggi del capitalismo, con la ripresa del tema del controllo delle frontiere e del respingimento dei migranti, combinato con quello della sicurezza, con un decreto mal scritto, ma appunto per questo di estendibile e arbitraria interpretazione. Una concezione restauratrice della tradizione e della conservazione contro il tempo presente: legge e ordine più Dio, patria e famiglia, da utilizzare nell’immediato per stabilizzare la sua base elettorale e saldare la rendita di posizione governativa. Quanto più un partito occupa posti nel governo, tanto più consolida le proprie rendite di posizione, acquisisce risorse organizzative e finanziarie, diventa punto di riferimento per nuove adesioni, rafforza il suo radicamento sul territorio, costruisce la sua classe dirigente ai vari livelli istituzionali. Ripropone l’anticomunismo già del ventennio berlusconiano, approfittando dell’incapacità altrui di storicizzare criticamente il tema del socialismo reale, che ha lasciato un vuoto culturale e di analisi che il postfascismo prova ad occupare facendosi paladino della democrazia liberista contro tutti i totalitarismi, quello sovietico in particolare.

Un’opposizione efficace non può fermarsi alla pur dovuta contrapposizione ideologica. L’analisi delle radici sociali del successo elettorale della destra lascia intendere che solo il protagonismo dei ceti più deboli attraverso le lotte sociali potrà erodere le basi di quel consenso e permettere la costruzione di una rappresentanza politica adeguata. Nell’immediato una parte dell’opposizione pare conti sulle crepe nella maggioranza, e la maggioranza sulle lacerazioni nell’opposizione. Entrambi scommettono sulla debolezza altrui, sulla trasmigrazione al centro di personaggi in vista (vedi il caso Moratti a Milano). Manovre di cabotaggio politico-istituzionali che alimentano la sfiducia crescente nella politica e nella democrazia parlamentare, come la massiccia astensione ha già evidenziato.

*articolo apparso sul giornale Solidarietà dove l’autore tiene una rubrica mensile di commenti dedicati alla situazione politica italiana.

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