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In un recente contributo abbiamo cercato di illustrare come l’attuale impennata dei prezzi dell’energia elettrica in Svizzera e in tutta Europa sia per il momento ancora da addebitare non a fattori contingenti (guerra, problemi tecnici) e climatici (siccità che diminuisce le capacità di produzione) ma alla politica di liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica che favorisce le operazioni speculative tese a conseguire profitti sempre più elevati. Avevamo detto che al gioco della speculazione partecipavano attivamente pure le società di produzione e di distribuzione sotto controllo pubblico. Anche l’impennata dei prezzi che si è abbattuta su buona parte dell’utenza ticinese – le AIL SA di Lugano hanno praticato un aumento dei prezzi (in media del 33% tra il 2022 e il 2023) fra i più elevati della Svizzera – è da ricondurre indiscutibilmente a questo fenomeno.

Un cantone autosufficiente a livello di produzione di energia elettrica ma confrontato al rialzo delle tariffe…

Una delle poche ricchezze naturali del nostro Cantone sono le forze idriche fondamentali per la produzione di energia idroelettrica. E infatti il Ticino, terzo produttore nazionale di energia idroelettrica (9,7% del totale) ha un bilancio positivo in termini di energia elettrica prodotta in loco rispetto ai consumi dell’insieme della sua società. Nel 2020, si producevano a Sud delle Alpi 3’858 GWh netti di energia elettrica[1], dei quali circa il 99,7% sotto forma di energia idroelettrica. I consumi interni, sempre nel 2020 e sempre per quanto riguarda l’energia elettrica, hanno raggiunto i 3’181 GW[2]. Quindi siamo confrontati a un saldo positivo di ben 677 GW, una quantità non marginale. I sostenitori della liberalizzazione del mercato affermeranno che la situazione ticinese dell’approvvigionamento non può essere valutata solo tramite il bilancio annuale in quanto la produzione ticinese è in eccedenza nel semestre estivo ma deficitaria in quello invernale. In primo luogo va detto che il maggior fabbisogno di energia nel semestre invernale non è tale da invalidare l’autosufficienza complessiva del cantone, nella misura in cui esso supera di circa il 10-20% quello del semestre estivo. In secondo luogo, fattore però più importante, il mancato raggiungimento nel periodo invernale della copertura del fabbisogno interno è comunque da mettere in conto alla vendita su altri mercati anche nel periodo invernale. Ragionando nell’ottica di una produzione non commerciale ma per rispondere a bisogni della popolazione e delle attività produttive, ossia la prospettiva politica sulla quale bisognerebbe oggi muoversi, le forze idriche ticinesi sarebbero in grado di assicurare anche l’approvvigionamento invernale. E in ogni caso, le eccedenze finanziarie generate dalle vendite estive potrebbero tranquillamente coprire un eventuale acquisto marginale per garantire il consumo interno durante il semestre invernale. Una situazione di autosufficienza confermata anche da Roberto Pronini, direttore dell’Azienda Elettrica Ticinese: «Attualmente in Ticino viene prodotta più elettricità di quella che si consuma. Purtroppo unicamente il 40% rimane a disposizione del Ticino e dei ticinesi per coprire il fabbisogno cantonale. Il restante 60% dell’elettricità (…) è esportato a Nord delle Alpi, a disposizione di aziende elettriche confederate. Questa situazione risale alle decisioni politiche della metà del secolo scorso e non è destinata a mutare almeno fino al 2035, quando inizieranno le grandi riversioni degli impianti»[3].

Dunque, in un paese produttore diretto e autosufficiente per quanto concerne la produzione di energia elettrica, come è possibile giustificare la forte crescita dei prezzi alla quale la maggioranza dei consumatori ticinesi è confrontata non solo a partire dal 2023 ma addirittura dal 2009? Infatti, sul periodo 2009-2022, i prezzi medi delle 11 società di distribuzione di energia elettrica (alcune anche produttrici) hanno subito un aumento del 15,83%. E sul periodo 2009-2023, questo aumento è stato addirittura, in media, del 35,06%!

Con la liberalizzazione, l’energia elettrica è diventata definitivamente una merce attraverso la quale realizzare il tasso di profitto più elevato possibile, ricorrendo anche alla più estrema speculazione. In quest’ottica, gli attori commerciali attivi sul libero mercato hanno elaborato, con l’appoggio entusiasta del mondo politico, un meccanismo di fissazione dei prezzi che non ha più nessun rapporto reale con il prezzo di costo dell’energia elettrica effettivamente prodotta e distribuita, essendo ostaggio di un sistema dove l’innalzamento speculativo dei prezzi del vettore più costoso, il gas, influenza pesantemente anche i prezzi delle altre fonti, meno care, alla base della produzione di energia elettrica. Prima della liberalizzazione l’energia elettrica era già considerata una merce, quindi una fonte di profitti. Il prezzo medio dell’elettricità pagato dal consumatore finale è cresciuto in maniera marcata dal 1980 in avanti, per poi ridiscendere dal 1996 fino al 2007. La differenza sostanziale risiedeva, però, nel fatto che i prezzi, per qualsiasi utente, erano comunque correlati ai costi di produzione e non all’appannaggio della speculazione generata dalle borse europee dell’energia elettrica, quale risultato della liberalizzazione, ciò che evitava fenomeni speculativi sui prezzi come quelli attualmente in corso. Nel 2008, Avenir Suisse (think tank della borghesia svizzera) scriveva che «finora [prima della liberalizzazione] i produttori di energia elettrica svizzeri, la maggior parte dei quali sono pubblici, hanno calcolato i loro prezzi alle aziende elettriche o ai clienti finali diretti sulla base dei propri costi di produzione piuttosto che sui prezzi all’ingrosso (internazionali). (…) Secondo stime approssimative, quindi, i prezzi dell’elettricità in Svizzera si aggiravano intorno al 60-90% dei prezzi all’ingrosso dell’European Energy Exchange»[4].

L’Ufficio federale dell’energia (UFE) sottolineava da parte sua come, a pochi anni dell’entrata in vigore della liberalizzazione del mercato, «in alcune regioni del Paese, la maggior parte dei contratti di acquisto [di energia elettrica] si basa ora sui prezzi di mercato»[5]. Prima di questo processo, l’energia elettrica era venduta fra i vari paesi europei ma nell’ottica di assicurare l’approvvigionamento dei consumatori all’interno di un sistema di equilibrio transfrontaliero della produzione e del consumo. Con la liberalizzazione, invece, la vendita al maggior prezzo è diventato l’obiettivo esclusivo, primordiale, del commercio dell’energia elettrica. E oggi, scusate il gioco di parole, se ne paga il prezzo.

AET un’azienda pubblica per far soldi…

La spiegazione della domanda come è possibile che un cantone teoricamente autosufficiente a livello di produzione di energia elettrica possa esser colpito dall’impennata dei prezzi in maniera così marcata, va ricerca nel fatto che in questo sistema speculativo ci sguazzano allegramente anche le aziende nostrane di produzione e di distribuzione, in massima parte in mano pubbliche. In questo senso è interessante analizzare in maniera sommaria[6] la situazione dell’Azienda Elettrica Ticinese (AET), il più grande produttore di energia elettrica in Ticino, totalmente controllata dallo Stato. Nel 2021, tra produzione propria e quella ottenuta attraverso le sue partecipazioni, l’AET ha generato 2’459 GWh di energia elettrica, ossia a circa il 77% del fabbisogno degli utenti cantonali. Però, sempre nel 2021, l’AET ha acquistato ben 641 GW attraverso contratti a lungo termine e ben 7’992 GWh sul mercato (borse europee)! È utile gettare un’occhiata sulle vendite realizzate dall’AET. Nel 2021, essa ha venduto ben 8’995 GWh sul mercato, esclusa l’energia elettrica venduta alle aziende distributrici e agli utenti finali (2’081 GWh in totale). Questi semplici dati dimostrano come l’AET sia ormai totalmente un attore del mercato dell’energia elettrica e non più un servizio pubblico (per quanto imperfetto) legato al territorio. Già nel 2013, addirittura l’Usi non aveva dubbi a proposito: «si conferma invece il peso dell’attività di trading nel core business di AET; l’azienda acquista e vende energia elettrica con il fatturato relativo ai volumi commercializzati al di fuori della Svizzera pari al 79% del totale (il focus è principalmente sul mercato italiano e tedesco. L’attività di AET ha sicuramente tratto beneficio dalla competitività dei suoi prezzi, tanto da farne un operatore di rilievo su mercati già completamente liberalizzati»[7]. Infatti, se il suo mandato reale fosse quello di assicurare a livello cantonale l’approvvigionamento di elettricità, l’AET con la sua produzione (diretta e indiretta) e i suoi contratti a lungo termine potrebbe praticamente coprire il fabbisogno interno del 2020, senza contare gli altri produttori che sfruttano le forze idriche ticinesi. Invece il suo obiettivo è quello di realizzare più profitti possibili, vendendo l’elettricità più redditizia, quella di punta prodotta dalle centrali idroelettriche, sulle borse europee. È così che AET, nel 2021, ha acquistato energia elettrica per 647,6 milioni di franchi e ne ha venduta per 729,9 milioni, realizzando un utile di esercizio di 18,8 milioni di franchi. Solo il 56% della sua energia elettrica è stato venduto in Svizzera (non si sa a quanto ammonti il guadagno realizzato esclusivamente in Ticino). E questo mentre le famiglie di mezzo cantone sono confrontate con un pesante aumento delle bollette elettriche[8].

Socializzare lo sfruttamento e il controllo delle forze idriche, un dibattito necessario

La situazione in materia di energia elettrica è complessa. Gli attori di questo sistema nascondono molte cifre decisive. Indipendentemente da questa questione, quanto esposto più sopra cristallizza alcuni elementi decisivi, incontrovertibili. La situazione che sta vivendo l’utenza ticinese, in un cantone teoricamente autosufficiente in materia di approvvigionamento di energia elettrica, è da mettere esclusivamente in conto alla liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica in Svizzera come in Europa. Se a questa situazione si aggiunge la crisi climatica che potrà incidere notevolmente, e in senso negativo, sull’approvvigionamento futuro anche alle nostre latitudini, la questione di una socializzazione di tutte le forze idriche sotto un controllo diretto e insindacabile degli utenti. Un dibattito iniziato, con serietà, ben più di 100 anni fa e che la liberalizzazione ha cancellato. Tuttavia, le contraddizioni pesanti del tardo capitalismo rendo di assoluta attualità storica questo dibattito. La speculazione finanziaria e la più che probabile instabilità ricorrente dovuta agli effetti della crisi climatica sulla produzione di energia idroelettrica non permettono più di lasciare questo bene comune fondamentale nelle mani del regime capitalista, siano esse private o pubbliche. Non si tratta di un dibattito ideologico ma di un’urgenza concreta, improcrastinabile. L’acqua, uno dei beni più preziosi da qualsiasi punto di vista, non può essere una merce.

Nel 2035 scadrà la concessione della Maggia I, nel 2042 quella dell’impianto di Blenio e nel 2042 quella della Maggia II. Impianti fondamentali per la produzione ticinese di energia idroelettrica[9]. Se le forze politiche ticinesi sembrano orientate a riscattare questo tesoro idrico (anche se la storia impone cautela…), centrale sarà la discussione sul ruolo futuro dell’AET. Infatti, in questa configurazione futura, l’azienda cantonale diventerebbe uno dei principali produttori svizzeri di energia idroelettrica. Un vero forziere di oro blu che, nella mente di molti, dovrà servire a realizzare profitti ancora più consistenti sui mercati liberalizzati dell’energia elettrica. Per scongiurare tale ipotesi è necessario avviare fin da subito un ampio dibattito politico sul tipo di gestione presente e, soprattutto, futura dell’AET nell’ottica di trasformare l’energia elettrica in un bene fondamentale non sottoposto alle logiche mercantili, dove la socializzazione delle forze idriche per soddisfare dei bisogni primordiali collettivi sia realizzata tenendo conto delle esigenze imposte dalla transizione climatica ineluttabile. Un progetto di “centralizzazione” dello sfruttamento delle forze idriche che partendo dal livello cantonale deve estendersi all’insieme del paese, creando un “settore nazionale pubblico” di produzione, trasporto e distribuzione dell’energia elettrica, in cui gli utenti di base (le cittadine e i cittadini) esercitino il controllo diretto strategico a tutti i livelli. Progetto irrealista? No, estremamente concreto e necessario. Più di cent’anni fa la politica ticinese si è confrontata in maniera virulenta su questa questione. All’epoca vinsero i sostenitori degli interessi del grande complesso bancario-industriale che videro nello sfruttamento delle acque pubbliche un nuovo e importante mercato nel quale valorizzare i propri capitali. Non è detto che la storia debba ripetersi. Anzi, è meglio fare in modo che ciò non avvenga.


[1] Ufficio di statistica del Cantone Ticino (USTAT), Impianti idroelettrici: potenza installata, produzione di energia elettrica e consumi per pompaggio, secondo la tipologia, in Ticino, nel 2020
[2] Ufficio di statistica del Cantone Ticino (USTAT), Consumi di energia (in gigawattora), secondo la destinazione e il vettore energetico, in Ticino, nel 2020.
[3] AET, informa, maggio 2011.
[4] Urs Meister, Strategien für die Schweizer Elektrizitätsversorgung im europäischen ­Kontext, Avenir Suisse, juni 2008, p. 44.
[5] Ufficio federale dell’energia (UFE), Sicurezza di approvvigionamento ed evoluzione della concorrenza sul mercato svizzero dell’energia elettrica, Berna, gennaio 2014, p. 37.
[6] Sommaria nell’attesa, forse, di avere i dettagli sulla politica di AET, come richiesto da un’interpellanza depositata recentemente dall’MPS al Consiglio di Stato. Considerata l’idiosincrasia del governo ticinese per qualsiasi accesso democratico alle informazioni, la nostra rischia di essere una pia illusione…
[7] Barbara Antonioli Mantegazzini (USI), La liberalizzazione del settore elettrico svizzero. Analisti dell’impatto sull’organizzazione delle aziende elettriche ticinesi. Rapporto per la consultazione, gennaio 2013, p. 55.
[8] Per questioni di spazio non abbiamo potuto affrontare un altro aspetto fondamentale, ossia le fonti attraverso le quali è generata una parte dell’energia elettrica venduta dall’AET e da altre aziende produttrici/distributrici. Una questione fondamentale rispetto alla crisi climatica. Il tipo di energia elettrica prodotta alimenta infatti questa crisi (carbone, gas) e costituisce un potenziale pericolo (nucleare) per l’ambiente e l’umanità. La rinuncia a questi vettori energetici pone a sua volta la questione di ripensare le priorità sociali, il tipo di sviluppo economico e, quindi, il modello energetico da privilegiare (rinnovabili) e come gestirlo.
[9] Ricordiamo che nel 2025, l’AET otterrà il 25% dei 150 GWh prodotti dalla nuova centrale del Ritom, sulla base dell’accordo fra il Cantone e le FFS, accordo che ha previsto, nel 2015, il rilascio di una nuova concessione della durata di 80 anni.

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