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La vicenda riportata recentemente dal Corriere del Ticino (13.01.2023) sul conflitto apertosi fra le organizzazioni OCST e SIT e l’associazione padronale degli spedizionieri ATIS (Aziende ticinesi di spedizioni e logistica) non è un fatto minore. Anzi, è la prima importante cristallizzazione di un pericoloso fenomeno che avevamo previsto e denunciato già diverso tempo fa, ossia gli attacchi portati alla contrattualistica collettiva – i famosi Contratti collettivi di Lavoro (CCL) che fissano i diritti e le condizioni di lavoro in un determinato settore – per mezzo della proliferazione dei contratti normali di lavoro (CNL), veri e propri vettori del dumping (legalizzato) salariale di Stato.

Ricordiamo gli elementi principali del conflitto in corso.

Le due organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici citate sono firmatarie di un CCL con l’associazione ATIS. Non si tratta di uno strumento particolarmente avanzato, ma introduce regole relative ai salari minimi – bassi -, la tredicesima, qualche giorno di festività e vacanze in più, un maggior numero di congedi pagati, una copertura in caso di perdita di salario per malattia, ecc.. Il CCL degli spedizionieri non ha carattere obbligatorio ma vale solo per le ditte associate ad ATIS o per le ditte che lo firmano. Le altre possono fare sostanzialmente quello che vogliono, nel “rispetto” del codice delle obbligazioni.

Vista questa situazione di concorrenza fra i firmatari e non del CCL, sindacati e ATIS hanno chiesto che la Commissione tripartita cantonale eseguisse un’inchiesta per verificare la presenza di dumping salariale nel settore. Ciò che si è verificato, con la conseguenza che il Consiglio di Stato, in data 21 gennaio 2022, ha adottato il Contratto normale di lavoro per gli spedizionieri che si applica a tutte le ditte, indistintamente, attive in questo settore.

Arriviamo a questo punto all’ultimo atto della vicenda: dopo l’adozione del CNL, ATIS ha dato disdetta al CCL di settore.

Il contratto normale di lavoro: un’arma nelle mani del padronato

Per quanto il CCL degli spedizionieri fosse molto debole, il CNL adottato lo è ancora di più in quanto si limita a fissare solo i minimi salariali e nulla più. I pochi vantaggi contenuti nel CCL sono stati completamente sradicati, offrendo ai padroni un nuovo riferimento legale che si limita unicamente a fissare dei salari minimi che, a parte i rari “collaboratori con mansioni direttive”, sfiorano e si distinguono quasi impercepibilmente dal miserevole salario minimo legale cantonale. Una condizione praticamente perfetta per continuare a realizzare interessanti margini di profitto accentuando il tasso di sfruttamento brutale della forza lavoro impiegata.

In questo modo, attraverso la via istituzionale si realizza una perfetta manovra per infliggere un duplice pesante colpo. Da una parte, i riferimenti legali nel regolare i rapporti di produzione si restringono sempre più all’esclusiva questione del salario. I CNL epurano il quadro legale contrattuale da tutti quei vantaggi economici e sociali, per quanto limitati, che accompagnano invece un CCL. Dall’altra, il CNL introduce livelli salariali estremamente bassi, il cui punto di riferimento è l’indegno salario minimo legale cantonale. Se quest’ultimo serve ormai per coprire i settori economici che non sono sottoposti alla contrattazione collettiva, come facevano anche i CNL, imponendo come legale un livello salariale miserrimo, la vicenda in questione inaugura un nuovo pericoloso movimento: l’uso dei CNL per cancellare, inizialmente, la contrattazione collettiva che non possiede la dichiarazione di forza obbligatoria. Non è neppure da escludere che, successivamente, la parte padronale possa procedere a delle disdette di contratti collettivi decretati di forza obbligatoria, sostituendoli con dei semplici CNL.

Detto in altre parole, laddove non può arrivare il salario minimo legale cantonale, perché sono previsti contratti collettivi, ci può arrivare il contratto normale di lavoro. Una nuova frontiera potrebbe quindi aprirsi. L’obiettivo, in entrambi i casi, è lo stesso: grazie alla moltiplicazione di livelli salariali bassi si rafforza progressivamente la dinamica che spinge al ribasso l’insieme dei salari pagati in Ticino. L’arma è quello del dumping di stato legalizzato, sia esso nella veste del salario minimo cantonale che in quella dei CNL. Chi pensava che con il primo sarebbero spariti i secondi si sta chiaramente sbagliando. Ciò che si rafforza è invece l’impoverimento che da relativo diventa sempre più assoluto.

Sempre più lavoratori e lavoratrici in balia dei CNL e del salario minimo cantonale

Per quanto riguarda i contratti normali di lavoro (CNL), il Ticino è il cantone che più ha fatto ricorso a questo sistema di compressione dei livelli salari. In svizzera ci sono 22 CNL, ben 12 sono stati decretati in Ticino, ossia il 54,5%. La media dei salari più bassi – quelli nettamente più diffusi – dei CNL in Ticino è di 20,06 franchi lordi l’ora, ovviamente senza tredicesima. La media dei salari più alti, naturalmente destinati a un’esigua minoranza di dipendenti, è di 26,14 franchi lordi l’ora, sempre senza tredicesima.. Parallelamente, il salario minimo legale cantonale varia, dal 1° dicembre 2022, tra limite di 19 e 19,50 franchi l’ora (pure senza tredicesima). È evidente la quasi esatta equivalenza fra i minimi dei CNL e quelli del Cantone. Nel 2015, gli addetti sottoposti a dei CNL raggiungevano le 15’177 unità. Oggi mancano cifre precise, ma il numero di addetti che sottostanno al giogo dei CNL dovrebbe essere aumentato, avvicinandosi probabilmente alle 17’000 unità. A queste cifre vanno aggiunte le persone che sottostanno al salario minimo legale cantonale. Anche qui non esistono dati ufficiali. Si può solo procedere a delle stime. Prudenzialmente, le lavoratrici e i lavoratori direttamente assoggettati alla legge cantonale dovrebbero aggirarsi attorno alle 15’000 unità. Ai gruppi citati, è necessario aggiungere coloro che ricevono salari ancora inferiori a quelli minimi obbligatori, sia di legge che da CNL. Infatti, la legge permette che dei contratti collettivi aziendali o di settore, controfirmati dai sindacati, possano addirittura derogare a questi minimi. In Ticino, l’intero settore dell’abbigliamento – attorno alle 1’500 unità – ha un salario minimo di 16,20 l’ora. Esiste inoltre una pletora di contratti collettivi aziendali – si “vocifera” nei meandri sindacali che questi siano almeno una quarantina – con salari inferiori (e non di poco) ai 19 franchi l’ora. Questo terzo gruppo potrebbe racchiudere al suo interno circa 5’000 lavoratori e lavoratrici. In breve, per estremo difetto oggi in Ticino è possibile affermare che almemp 30’000 dipendenti hanno un salario minimo almeno inferiore ai 20 franchi lordi l’ora. A fine 2022, erano attive in Ticino 180’000 persone. Ciò significa che il 16% della forza lavoro impiegata nel cantone ha salari da fame. Percentuale che raggiungerebbe il 19.5% se spostassimo il limite a 35’000 unità.

Il dumping sta corrodendo l’insieme dei salari

Questo esercito di lavoratori con bassi salari non poteva evidentemente non influire su tutto il sistema salariale cantonale. L’abbassamento generalizzato dei livelli salariali non è un fenomeno che si sviluppa in tempi rapidi, sono necessari diversi anni. Però, già dal 2020, questo processo inizia a essere rilevato anche dalle statistiche. La mediana salariale non è diminuita ma ha registrato una misera crescita del 3,4% rispetto al 2018 (da 5’363 a 5’546 Fr. lordi). Se si affina l’analisi, si scopre però che, durante il periodo 2010-2020, in ben 20 rami economici su 52 si registra una regressione effettiva della mediana salariale mensile lorda. Il 38,46% dei rami economici presi in considerazione ha subito un peggioramento! In soli 10 anni, il Ticino ha conosciuto un numero 4 volte superiore di rami che hanno subito una regressione della mediana mensile rispetto alla media nazionale. Potremmo continuare con altre cifre ma la tendenza in corso è piuttosto chiara e, soprattutto, allarmante. Se in precedenza i salari crescevano molto meno di quanto crescesse la ricchezza sociale prodotta e accaparrata dai padroni, ora sembra affermarsi addirittura un processo supplementare caratterizzato dalla diminuzione assoluta dei salari, ossia una diminuzione della capacità dei salari di assicurare il livello di vita precedente. E ciò senza contare gli affetti recenti e aggiuntivi del processo inflazionistico.

Non possiamo concludere senza ricordare che l’estensione dei CCL tradizionali, l’adozione dei CNL per combattere il dumping, il rafforzamento delle commissioni tripartite e paritetiche costituivano le cosiddette misure di accompagnamento concepite per combattere il dumping salariale e, quindi, la moneta di scambio con la quale il movimento sindacale ha fornito il suo convinto sostegno alla libera circolazione delle persone. Era già evidente all’epoca, e noi l’avevamo detto chiaramente, che il reale progetto del padronato elvetico fosse quello di rafforzare la libera concorrenza sul mercato del lavoro e, per questo tramite, raggiungere l’obiettivo di una costante diminuzione del costo del lavoro grazie a un’inesorabile contrazione dei livelli salariali in settori sempre più diffusi. La verità è concreta. E non era neppure difficile da prevedere. La crisi salariale in Ticino è ormai evidente e, con molta probabilità, si aggraverà ulteriormente.

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