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(Parigi, 20 gennaio 2023).

Oscilla tra 1,2 e 1,6 milioni il numero di persone scese in piazza nel giorno più freddo dell’anno, il 19 gennaio, per protestare contro la riforma delle pensioni che il governo sta cercando di imporre.

Oltre ai 400’000 che hanno marciato a Parigi, si sono svolte manifestazioni in quasi 70 città contro questa riforma, il cui punto culminante è l’aumento dell’età pensionabile da 60 a 64 anni.

Era dai tempi della grande mobilitazione contro la legge sulle pensioni del 1995 che le strade delle città francesi non erano state così affollate.

Gioia e preoccupazione

La gioia di essere così numerosi era evidente. “Finalmente la gente esce di casa! “C’è così tanta gente!”, “Fantastico, siamo in tanti”, “Hai visto quanti siamo?”. Declinata in mille modi, la gioia è sulla bocca di tutti: è quella di riscoprire di essere in tanti, prendendo coscienza della propria forza.

L’intransigenza del governo, che ha fatto di questa riforma lo strumento per ricomporre una maggioranza politica tra il partito presidenziale di Emmanuel Macron e la destra tradizionale – il partito repubblicano dell’ex presidente Sarkozy – ha paradossalmente favorito l’unità sindacale. Di fronte a un governo che non è pronto a discutere, è impossibile, persino per alcuni sindacati moderati, invocare la necessità di aspettare per discutere.

La felicità di essere tanti protagonisti dello sciopero di ieri non ha però nascosto una preoccupazione di fondo, quella che deriva dalla consapevolezza che, di fronte a un governo e a un padronato decisi a imporre la loro riforma, una giornata di sciopero come quella di ieri non sarà sufficiente.

Un bel calcio negli stinchi a Macron

Già prima dell’inizio della giornata di sciopero, il presidente Macron non aveva affermato urbi et orbi che la riforma sarebbe stata attuata? Sembra aver dimenticato quel che successe, nel 1995, all’allora primo ministro Alain Juppé che aveva dichiarato, secondo un’espressione dal piglio militare, di voler rimanere ben piantato con i piedi per terra, cioè di non cedere alla piazza che contestava la sua riforma delle pensioni.

Quello che poi successe è ben noto. La riforma venne ritirata e il governo di Alain Juppé costretto a dimettersi. È il ricordo di questa capacità di far piegare il più intransigente dei governi attraverso la mobilitazione a ritornare con prepotenza nelle manifestazioni di piazza di ieri. Tuttavia, molti hanno anche ricordato che nel 1995 ci sono voluti diversi giorni di mobilitazione come quello di ieri per far cedere il governo.

La massiccia partecipazione dei lavoratori delle raffinerie – in sciopero tra il 70 e il 100% a seconda dei diversi siti -, dei lavoratori dei trasporti pubblici – pochi treni, autobus e metropolitane hanno funzionato – e degli insegnanti, mobilitati tra il 66 e l’80% a seconda dell’ordine di scuola, per non citare qui che alcune categorie, rappresenta solo un primo serio avvertimento per il governo, un avvertimento che non è sicuro il governo sia disposto ad ascoltare.

Secondo i sondaggi condotti dall’emittente televisiva filo-padronale BFM-TV, il 66% della popolazione francese si oppone alla riforma delle pensioni e il 55% approva lo sciopero. Le cifre sono chiare, e questo nonostante i disagi che la popolazione deve subire – spostamenti, stazioni di servizio chiuse – e che la stessa emittente BFM-TV ha sistematicamente evidenziato per giorni e giorni.

Rilanciare la pressione

Così, una nuova giornata di sciopero è già stata annunciata dalle organizzazioni sindacali per il 31 gennaio, mentre sabato 21 un conglomerato di forze politiche, su iniziativa della France Insoumise, ha convocato una grande manifestazione a Parigi in difesa delle pensioni.

Tali iniziative possono rappresentare un nuovo sbocco dopo il successo di ieri, puntando su una forte partecipazione popolare, possibile nella misura in cui una maggioranza è pronta a lottare. Tuttavia, la piccola guerra di influenza tra sindacati e organizzazioni politiche potrebbe comportare dei rischi, primo fra tutti quello di mobilitazioni numericamente inferiori a quelle di ieri.

Perché, se è essenziale fare pressione, è altrettanto decisivo che la continuazione delle mobilitazioni sia la più unitaria possibile. La questione non è affatto secondaria e l’affermazione degli interessi particolare di un partito o di un sindacato non deve prevalere sull’interesse della mobilitazione.

Perché, come recitava un cartello apparso nella manifestazione parigina, “Dallo sciopero, si vede l’orizzonte!” E perché no, un nuovo orizzonte?

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