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Nella discussione sull’insegnamento del tedesco si è aggiunto il punto di vista dei responsabili del Dfa, intervenuti, immaginiamo a difesa del progetto, per spiegare che, grazie a una nuova concezione, il numero dei candidati in formazione come insegnanti di tedesco è in netto aumento.

Secondo i dirigenti del Dfa “fino a qualche anno fa solo chi aveva studiato germanistica o materie simili all’università poteva lanciarsi nella formazione come docente di tedesco, e si contava un massimo di quattro studenti all’anno. Il nuovo modello prevede una formazione disciplinare in tedesco, attirando così un numero molto maggiore di candidati, circa una ventina all’anno”.

In realtà, si sta ripetendo la stessa operazione già attuata con l’insegnamento della matematica, permettendo a chi insegna alle scuole elementari o ha competenze minime in tedesco di intraprendere la formazione per insegnare tedesco alle scuole medie. Queste persone, oltre a seguire una formazione didattica, dovranno seguire anche lezioni disciplinari per poter raggiungere un livello di conoscenza della lingua adeguato… anche se nel frattempo già insegnano. Un sistema che sappiamo sta generando non pochi problemi tra chi, in seno allo stesso Dfa, cerca di impartire tale “formazione disciplinare” a questi candidati a diventare docenti di tedesco.

Siamo di fronte a una politica che suscita parecchie perplessità. Pensiamo che per insegnare una materia sia indispensabile, decisivo e imprescindibile conoscere a fondo questa stessa materia. Riteniamo che per poter dispensare un sapere disciplinare sia indispensabile possederlo e abbiamo sempre pensato che conoscere a fondo una materia sia decisivo anche per poter scegliere l’approccio didattico migliore, più efficace, capace di facilitare l’apprendimento di coloro ai quali ci si rivolge. Evidentemente, secondo i responsabili della scuola ticinese, ci sbagliamo. Per insegnare il tedesco alla scuola media non è decisivo conoscere il tedesco, averlo studiato in modo approfondito, possedere i meccanismi fondamentali di questa lingua è sufficiente avere qualche nozione e poi apprendere tecniche e strumenti didattici adeguati. Tutto questo con buona pace di chi ancora si ostina a frequentare un’università seguendo studi di tre o cinque anni… questa fatica non è più necessaria, ci dicono Dfa e Decs. Come ha potuto prendere il sopravvento questo modo di pensare? Con l’affermarsi di una visione dell’insegnamento che negli ultimi due decenni, sotto gli occhi benevoli dei capi del Decs e dei loro maggiori collaboratori ha preso il sopravvento nella scuola ticinese. Una concezione secondo la quale, detto in soldoni, l’insegnamento si riduce a un insieme di “tecniche”, di metodi, di forme di organizzazione; di conseguenza, la conoscenza di una disciplina diventa, tutto sommato, un aspetto secondario che si può risolvere en cours de route, ad esempio attraverso l’organizzazione di un modello formativo che “prevede una formazione disciplinare”. Il “potenziamento” del tedesco alla scuola media è già cominciato nel peggiore dei modi, mettendo in atto una scorciatoia per far fronte alla carenza di docenti.

Una classe politica alla quale stesse a cuore la qualità della nostra scuola si interrogherebbe (e avrebbe dovuto farlo da tempo, visto che il fenomeno è visibile da anni) sulle ragioni della disaffezione dei giovani verso la professione di insegnante e metterebbe in atto proposte che permettano di superare questa situazione. Ad esempio, varando misure atte a migliorare le condizioni di lavoro, di salario e pensionistiche degli insegnanti. Invece, per non soffermarsi su questo ultimo aspetto, vediamo che la direzione scelta è quella di un netto peggioramento: dopo il taglio del 20% delle rendite pensionistiche deciso nel 2012, si prospetta ora un ulteriore taglio del 20%.

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