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Dopo le grandi manifestazioni del 19 gennaio, le cui dimensioni erano già paragonabili alle grandi manifestazioni del 1995 e del 2010 (mobilitazioni contro i precedenti attacchi governativi al sistema pensionistico), le manifestazioni del 31 gennaio hanno proposto nuovi record di partecipazione: più di 2 milioni di donne e uomini in piazza secondo l’Intersindacale, la CGT annuncia il numero di 2,8 milioni, di cui 500’000 nella sola Parigi. Nella capitale, pur percorrendo i viali principali, il corteo si è dovuto dividere per evitare che la manifestazione rimanesse bloccata nel suo punto di partenza, Place d’Italie. In quasi tutte le città – 270 manifestazioni si sono svolte in città grandi, piccole e medie – i cortei sono stati più frequentati rispetto al 19 gennaio. Anche i dati del Ministero degli Interni – 1,27 milioni – sono i più alti degli ultimi 30 anni riferiti ad una sola giornata di manifestazioni. Si tratta di una vera e propria mobilitazione di massa delle classi lavoratrici con, ovviamente, la presenza di un maggior numero di lavoratori provenienti dal settore privato, spesso in sciopero. Le dimensioni di questa giornata riflettono le indicazioni di tutti i sondaggi di opinione che rilevano una crescente opposizione al progetto di controriforma del governo – oltre l’80% dei dipendenti -, un sostegno maggioritario al movimento di sciopero e la sensazione, da parte di un’ampia maggioranza degli intervistati, che sarà necessario andare oltre le manifestazioni e bloccare l’attività economica del Paese per costringere Macron e il primo ministro Borne a ritirare il loro progetto.

La gioventù liceale e studentesca è stata ben presente nelle manifestazioni: 300 licei mobilitati, 200 dei quali bloccati con l’evidente volontà della polizia di rompere violentemente i blocchi, decine di università, 150’000 giovani mobilitati secondo i dati forniti dalle organizzazioni giovanili, tre volte di più rispetto al 19 gennaio.

Siamo uniti e determinati a far ritirare questo progetto di riforma delle pensioni“, così si conclude la dichiarazione delle 8 confederazioni che hanno annunciato due nuove giornate di mobilitazione, il 7 e l’11 febbraio. Questa dichiarazione intersindacale è importante per due ragioni. In primo luogo, viene mantenuto il fronte sindacale tra i sindacati che negli ultimi anni si sono spesso divisi di fronte ai progetti del governo. In secondo luogo, e questo è una novità rispetto agli ultimi 10 anni, le direzioni sindacali sono d’accordo nel rivendicare un ritiro puro e semplice del progetto del governo, che si basa su due pilastri: il rinvio dell’età pensionabile da 62 a 64 anni e il passaggio rapido a un minimo di 43 anni di lavoro per ottenere una pensione completa.

È chiaro che ci stiamo dirigendo verso un grande scontro politico e sociale nelle prossime settimane.

Nonostante i battaglioni di “esperti” e commentatori che, su tutti i media, cercano di sostenere e spiegare i meriti di questa riforma, nonostante i ministri e i deputati macronisti e repubblicani che occupano le diverse piattaforme, il rifiuto della riforma lungi dall’indebolirsi; anzi, non ha smesso di crescere nelle ultime settimane. Eppure Macron non ha esitato a invitare 10 editorialisti di 10 media (Le Monde, Les Echos, Le Figaro, Les Echos, BFM, RTL, tra gli altri) per “inculcare” quegli elementi comunicativi atti a distillare una propaganda efficace sulla riforma delle pensioni. Ogni ulteriore spiegazione non farà altro che aumentare l’ostilità.

Un’ostilità che si manifesta soprattutto tra le donne, che hanno capito che soffrirebbero ancora di più con questa riforma. Se le donne dipendenti in Francia possono contare in media su un salario inferiore del 22% rispetto a quello degli uomini, per quel che riguarda la pensione si ritrovano con rendite inferiori del 40%, soprattutto a causa di percorsi lavorativi frammentati e incompleti, dato che di solito devono sopportare il lavoro part-time e abbandonare il lavoro per occuparsi dei figli e delle faccende domestiche, oltre a rappresentare la maggioranza delle famiglie monoparentali. L’effetto meccanico del passaggio a 64 anni di età e 43 anni di servizio per ottenere una pensione sarebbe quello di rendere ancora più difficile l’ottenimento di una pensione completa e distruggerebbe il guadagno di due anni di servizio pensionabile (uno solo nel settore pubblico) per ogni figlio, che ha permesso di anticipare l’età pensionabile. I lavoratori precari e i dipendenti poco qualificati o troppo logorati da lavori faticosi sanno anche che sarebbero i più colpiti se non potessero rimanere al lavoro tra i 62 e i 64 anni.

Contrariamente a quanto spiega il Primo Ministro Elizabeth Borne, il rifiuto massiccio e crescente non deriva da una mancanza di pedagogia, ma dalla comprensione del contenuto della riforma da parte della popolazione. Le donne, i percorsi lavorativi più lunghi e più precari soffriranno maggiormente di questa riforma. Tutto ciò rende ancora più insopportabile l’arroganza di ministri come Darmanin e Attal, tra l’altro, politici di professione fin dalla laurea, che osano punire chi non vuole lavorare più a lungo e osano rivendicarsi, di fronte agli scioperanti, della “Francia che vuole lavorare“.

Inoltre, come era accaduto durante i precedenti grandi movimenti in difesa delle pensioni, le argomentazioni fallaci del governo sono state ampiamente smontate e combattute dagli attivisti del movimento sindacale e del movimento sociale, con una grande quantità di argomenti provenienti da economisti antiliberali. Così, Macron e Borne affermano ancora di voler “salvare il sistema messo in pericolo dalla demografia“. Secondo loro, l’aumento del numero di pensionati e la diminuzione del numero di lavoratori metterebbero in pericolo il sistema. Ironia della sorte, sono le cifre ufficiali diffuse dal Conseil d’orientation des retraites (COR) e gli interventi del suo presidente Pierre-Louis Bras – ex direttore della Sicurezza Sociale e Ispettore Generale degli Affari Sociali – a smontare l’argomentazione ufficiale: “La spesa pensionistica è globalmente stabilizzata e anche a lunghissimo termine, diminuisce in tre ipotesi su quattro…. Quindi, la spesa pensionistica non scivola… e nell’unica ipotesi mantenuta dal governo, diminuisce molto poco, ma un po’ a lungo termine“. La spesa pensionistica non è in calo, ma non è compatibile con la politica economica e gli obiettivi di finanza pubblica del governo“, ha dichiarato giovedì 19 gennaio davanti alla Commissione Finanze dell’Assemblea Nazionale. Gli obiettivi sono noti: rispettare i criteri di convergenza dell’Unione Europea e raggiungere un deficit pubblico del 2,9% del PIL nel 2027. Bruno Le Maire si è impegnato in tal senso nella “traiettoria di bilancio” trasmessa la scorsa estate alla Commissione europea, impegnandosi ad applicare la riforma del sistema pensionistico per ridurre la sua quota di spesa pubblica. Va inoltre osservato che il vero problema che emerge dalla relazione del COR sull’evoluzione finanziaria del sistema pensionistico non deriva dalle spese, ma dalle entrate, e in particolare dai contributi dei dipendenti e dei datori di lavoro dei 2,2 milioni di dipendenti pubblici del settore locale e ospedaliero, che rappresentavano 22 miliardi di euro di entrate nel 2021. Nei dati sulla massa salariale pubblica comunicati al Comitato dal Ministero dei conti pubblici, è sorprendente notare che il numero complessivo del personale di questi due servizi pubblici rimarrà più o meno lo stesso fino al 2027, con un virtuale congelamento degli stipendi. Pertanto, per questi 2,2 milioni di dipendenti pubblici non sono previste assunzioni (ad eccezione di 15’000 lavoratori ospedalieri) o aumenti salariali. Ciò significherebbe, se queste cifre fossero reali, un calo dell’11% delle retribuzioni reali dei dipendenti pubblici entro il 2027. L’ammanco per il sistema pensionistico derivante da queste cifre sarebbe di circa 3 miliardi all’anno, che sarebbero disponibili per il sistema se gli stipendi del pubblico impiego seguissero le proiezioni utilizzate per tutti gli stipendi. Le cifre comunicate al Comitato dal governo per giustificare gli squilibri finanziari entro il 2027 sono quindi una deliberata sottostima delle risorse del fondo pensione.

Lo Stato sta drammatizzando i conti del regime pensionistico per far pagare ancora una volta ai dipendenti il ritorno ai criteri di Maastricht per la spesa pubblica, definendo irresponsabili coloro che sono disposti a lasciar crescere il cosiddetto deficit. Un rapporto dei ricercatori dell’IRES di Lille è da questo punto di vista interessante. Nel 2019, l’importo totale degli aiuti alle imprese, delle spese di bilancio, dei contributi sociali ridotti, delle esenzioni fiscali e di altre “nicchie” ammonta a 157 miliardi. 157 miliardi di euro sono il 6,4% del PIL, più del 30% del bilancio dello Stato. Tutti gli aiuti alle imprese rappresentavano solo il 2,4% del PIL nel 1979. Pertanto, se ci preoccupiamo dell’equilibrio del sistema di sicurezza sociale, che dovrebbe basarsi sui contributi dei datori di lavoro e dei lavoratori, va notato che nel 1995 le imprese rappresentavano il 65,2% del finanziamento della sicurezza sociale. La quota è scesa al 46,9% nel 2020, “grazie” ai tagli contributivi volti ad “abbassare il costo del lavoro”. Nel bilancio 2023, l’ammontare dei regimi di esenzione fiscale è di 85 miliardi di euro    

Il governo si è ovviamente reso conto di dover affrontare la doppia ostilità dell’intero movimento sindacale, dell’80% dei lavoratori e più in generale della popolazione, e di non riuscire a convincere nessuno. Partendo da questa constatazione è evidente che voglia procedere velocemente, con due obiettivi: cercare di scoraggiare i lavoratori ed esaurire il movimento proclamando che ogni mobilitazione è e sarà inutile (“il rinvio a 64 anni non è più negoziabile” ha dichiarato Elizabeth Borne lunedì scorso), che la riforma sarà votata rapidamente e che senza alcun cambiamento non ci sarà alcun aggiustamento sui punti fondamentali. Tuttavia, non vuole apparire isolato all’Assemblea nazionale e al Senato.

Includendo la sua riforma nel disegno di legge di rettifica del finanziamento della previdenza sociale (PLFSS), l’articolo 47-1 della Costituzione, attraverso una manipolazione istituzionale, ne consentirà il rapido svolgimento, limitando i dibattiti in Assemblea a 20 giorni e l’intero dibattito a 50 giorni. Il governo si assume così il diritto, se il voto non avviene entro i tempi previsti, di legiferare per ordinanza e decreto, scavalcando il Parlamento. Inoltre, se necessario, dispone dell’articolo 49-3, che gli consente di forzare la mano senza un voto, mettendo in gioco la fiducia al governo. Per questo motivo, è necessario che si muova in fretta e che cerchi di siglare l’accordo con la leadership repubblicana, i cui deputati e senatori possono garantirgli la maggioranza in entrambe le camere. Ma anche in questo campo della destra macronista e repubblicana le cose non sono ancora definite.  Ad oggi, 16 deputati repubblicani e affini su 62 si rifiutano di votare il progetto e gli alleati di Macron all’Assemblea (Horizon di Edouard Philippe-29 seggi e MODEM-51 seggi di François Bayrou) esprimo diversi dissensi, non volendo lasciare il ruolo di artefici della maggioranza ai soli repubblicani (Renaissance, il partito di Macron e Borne, può contare solo su 169 seggi su 577 e ha bisogno di raccogliere 289 voti per ottenere la maggioranza). I negoziati saranno tanto più intensi in quanto tutti questi parlamentari sono sempre più in contrasto con gran parte della loro base elettorale, anch’essa ostile alla riforma. La posta in gioco per tutti questi partiti e i loro rappresentanti eletti è il loro posizionamento nel contesto delle prossime elezioni (presidenziali e legislative) del 2027. Nel governo, Bruno Lemaire, ministro dell’Economia e delle Finanze, si sta giocando la credibilità contro Gérard Darmanin, ministro dell’Interno, come candidato a succedere a Macron nel partito presidenziale. Ci sono troppi coccodrilli nella palude del capitalismo neoliberista. Ogni corrente della maggioranza rischia di suonare il proprio spartito su questa legge, indebolendo l’impressione di falsa serenità che vuole trasmettere il governo, già destabilizzata dalla mobilitazione popolare. Inoltre, il campo di Macron sta giocando una partita pericolosa, sostenendo costantemente nelle ultime settimane che la sua riforma sarebbe democraticamente legittima, poiché il candidato l’aveva annunciata durante la campagna presidenziale del 2022. Questa rivendicazione appare ancora più rivoltante, in particolare all’interno del movimento sindacale e tra gli elettori di sinistra, si se si pensa che Macron ha vinto, nonostante il suo programma, solo grazie ai partiti NUPES e al movimento sindacale che avevano invitato a votare per lui in occasione del ballottaggio con il solo obiettivo di bloccare Marine Le Pen. Al primo turno, Macron ha ottenuto solo il 20% degli elettori registrati. Questo disprezzo per i suoi elettori al secondo turno avrebbe senza dubbio la conseguenza, se si verificasse un’identica configurazione disastrosa nel 2027, che il “fuoco di sbarramento repubblicano” dietro un candidato della destra macronista contro Marine Le Pen non avrebbe più alcuna efficacia.

Su un altro piano, i leader macronisti e i loro incensatori mediatici hanno bluffato sostenendo per settimane che il movimento sindacale è talmente indebolito e diviso da non essere in grado di unirsi o di agire efficacemente nel lungo periodo, pensando che il corpo sociale ricadrà rapidamente nella rassegnazione e nell’apatia. Nel peggiore dei casi, prevedono una ripetizione dello scenario del 2010. All’epoca, di fronte al progetto di riforma delle pensioni di Sarkozy, che innalzava l’età pensionabile da 60 a 62 anni, la protesta unitaria si esaurì con sette mesi di manifestazioni e scioperi che non paralizzarono mai la vita economica del Paese né impedirono l’approvazione della riforma.  E per cercare di scongiurare un altro scenario più pericoloso per loro, sollevano lo spettro di possibili “blocchi” dei trasporti o delle forniture di carburante, sostenendo che questo screditerà e paralizzerà rapidamente gli scioperi. Si tratta di un tentativo di cancellare il fatto che nel 1995 i milioni di lavoratori bloccati da tre settimane di sciopero hanno comunque apportato un notevole sostegno agli scioperanti della SNCF e della RATP. Da segnalare anche che, in questi ultimi giorni, la maggioranza dei lavoratori è convinta che sarà necessario bloccare la vita economica per ottenere il ritiro del progetto. È la convinzione di poter essere abbastanza forti e determinati al punto da poter vincere che può essere l’elemento migliore per incoraggiare un ampio sostegno popolare agli scioperi che paralizzano i trasporti o la distribuzione di carburante. Inoltre, a differenza di oggi, nel 1995 lo sciopero dei trasporti era soprattutto uno sciopero “per procura”, essendo i ferrovieri e i macchinisti della RATP un avamposto un po’ troppo isolato nell’ambito dello scontro in atto; infine va ricordato che la direzione del sindacato CFDT era allora contraria allo sciopero e sosteneva il progetto del primo ministro Alain Juppé. Questi, “pur rimanendo fermo” dovette fare marcia indietro e ritirare il suo piano. Ci troviamo quindi oggi con due fattori più favorevoli rispetto al 1995: un’ampia unità sindacale, una crescita di mobilitazione in diversi settori professionali; potremmo aggiungervene un terzo:  l’esperienza del 2010, condivisa da molte collettivi sindacali.

È quindi possibile fare bene come nel 1995 e anche meglio, evitando gli errori del 2010. Nel braccio di ferro che sta iniziando, potrebbe esserci un marginale sgretolamento della destra in Parlamento ma, nella peggiore delle ipotesi, il governo conserva l’arma del 49-3 e l’approvazione di decreti e ordinanze se, alla fine di marzo, il tempo a disposizione del Parlamento si sarà esaurito prima del voto finale. Quindi, al di là di una possibile crisi politica dovuta alle pressioni subite all’interno della destra, l’elemento decisivo per vincere, per costringere Macron a ritirare il suo progetto, sarà il blocco delle attività economiche e la convinzione nella classe dirigente che il santo di questa riforma non valga la candela della paralisi produttiva e commerciale del paese. La stessa centrale padronale – MEDEF – non riteneva, lo scorso autunno, che questa riforma fosse indispensabile ora, più concentrata sulla riforma dell’Assicurazione Disoccupazione che comporterà, a partire da febbraio 2023, in una riduzione del 25% della durata del versamento delle indennità.

La tempistica imposta da Macron e Borne impone sia di organizzare un massiccio movimento di manifestazioni sia di creare rapidamente una forza d’urto. L’iter parlamentare si concluderà entro la fine di marzo.

Quindi, il dibattito sul modo migliore per andare verso uno o più scioperi riconducibili, mantenendo l’ampiezza e l’unità del movimento, è al centro di molte discussioni e il compromesso delle decisioni dell’intersindacale la sera del 31 riflette queste contraddizioni.

La direzione della CFDT è decisa a mantenere unito il fronte sindacale, ma concepisce l’azione come una battaglia verso l’opinione pubblica, per conquistare la maggioranza della popolazione al rifiuto della riforma e per ottenere il ritiro attraverso la mobilitazione popolare, le manifestazioni di massa… e convincendo i deputati a non votare il testo. Di conseguenza, secondo questa prospettiva, è necessario organizzare una serie ritmata di mobilitazioni, un lavoro di convincimento, per fare pressione sui rappresentanti eletti… senza lanciarci in scioperi riconducibili, in particolare in settori che bloccherebbero la vita economica per diversi giorni o settimane. Tuttavia, avere solo questa strategia come linea guida porterebbe allo stesso  fallimento registrato nel 2010.

Per questo motivo un gran numero di militanti e collettivi sindacali e di lavoratori sottolineano la necessità di organizzare e preparare uno sciopero riconducibile.  Questo è ciò che guida il ritmo dato dalla federazione chimica CGT con diverse giornate di sciopero di durata crescente nella prima metà di febbraio, in particolare nel settore petrolifero. È una tattica identica a quella della CGT Energia, della CGT Porti e Bacini, della CGT e del sindacato Sud Rail della SNCF. Tutti questi sindacati hanno programmato almeno due giorni di sciopero tra il 6 e l’8 febbraio.

La decisione dell’Intersindacale di decretare un giorno di sciopero il 7 febbraio e un giorno di manifestazione sabato 11 febbraio è un compromesso tra queste due posizioni. Inoltre, nonostante la portata massiccia degli ultimi due giorni di sciopero, si registra una difficoltà a tenere il passo con l’aumento degli scioperi nel servizio pubblico, nell’energia e nei trasporti, difficoltà che si riflette in un piccolo calo del numero di scioperanti in questi settori. Allo stesso modo, anche alla SNCF, le assemblee generali non sono massicce e non riflettono una crescita dinamica dello sciopero.  Ma appunto, molti militanti combattivi pensano che vero e massiccio coinvolgimento di questi settori imporrebbe non di logorare la mobilitazione con giornate di sciopero ripetute ma isolate; ma la chiara indicazione di un calendario che costruisca un confronto interprofessionale per il quale valga la pena di fare diverse giornate di sciopero. Tutti questi parametri sono ancora più difficili da gestire in modo coerente, poiché le diverse tattiche riflettono anche le divisioni nel movimento sindacale, anche all’interno della CGT alla vigilia del suo congresso confederale. Questi rischi centrifughi rafforzano la necessità di costruire assemblee generali degli scioperanti, strutture di coordinamento interprofessionali e intersindacali nelle città e nelle zone industriali per creare una dinamica locale unitaria e combattiva. Ciò sta iniziando a verificarsi e talvolta si estende ad altre strutture del movimento sociale, come la Confédération paysanne.

In diversi settori si cercherà di continuare lo sciopero anche dopo il 7 febbraio e le manifestazioni dell’11 febbraio, di sabato, in tutte le città del Paese, saranno sicuramente massicce e popolari, in particolare per coloro che non hanno potuto scioperare e/o manifestare il 19 e il 31 gennaio. In ogni caso, i prossimi giorni dovranno servire a convincerci che la vittoria è possibile e che dobbiamo darci tutti i mezzi per raggiungerla.

La posta in gioco di questo movimento dal punto di vista politico è importante per diversi motivi. Chi manifesta e sciopera è motivato dall’attacco alle pensioni, ma anche dagli attacchi del governo ai sussidi di disoccupazione, alla formazione professionale e, naturalmente, alla perdita di salario (i bassi adeguamenti salariali non hanno certo compensato le perdite accumulate con gli anni di Covid e con la crescita dell’inflazione). È pertanto l’intera politica capitalista di Macron e del suo governo a essere messa in discussione. Questo motiva ancora di più a vincere sulle pensioni e tutti i motivi di rabbia appaiono chiaramente sui cartelli, negli slogan e nelle discussioni nelle manifestazioni. Per quanto sia importante mantenere un fronte unito incentrato sul ritiro del progetto Macron-Borne, coloro che fanno parte del movimento capiscono che il risultato di questa prova di forza sarà un rapporto di forza migliore in caso di vittoria, peggiore in caso di fallimento, nei confronti di padronato e governo. È ancora più importante che emerga questa dimensione di classe, questo diverso rapporto di forza necessario per una diversa distribuzione della ricchezza; solo così sarà possibile rendere credibili le richieste anticapitaliste per il finanziamento dei beni comuni, la sicurezza sociale, la sanità, la casa e i salari. Questo accade in un momento in cui, a partire da febbraio, vedremo resi pubblici, giorno dopo giorno,  i risultati annuali delle grandi aziende francesi che si annunciano, nel complesso, superiori a quelli del 2021.

Sono quindi diverse le questioni in gioco in questa mobilitazione della sinistra anticapitalista. L’NPA sta cercando di occupare pienamente il suo ruolo spingendo per l’unità d’azione con tutte le forze politiche del movimento operaio che si oppongono alla riforma, cercando di costruire iniziative comuni di tutto il movimento operaio, sindacale, associativo e politico, nella stessa prospettiva con la quale la LCR si era impegnata nel 2006 nella lotta contro il Trattato costituzionale europeo.

In questo movimento si sta giocando un’altra battaglia tra gli anticapitalisti e l’estrema destra. Il  RN di Le Pen sta ancora una volta cercando di sfruttare il malcontento popolare per apparire, con l’aiuto compiacente dei media, come la vera opposizione a Macron e proclama la sua opposizione alla riforma delle pensioni. Ma l’estrema destra sa di essere persona non grata nei cortei sindacali (e del resto denuncia i sindacati che hanno invitato a votare Macron contro di essa) e, in Parlamento, il RN rimane silenziosa nella battaglia degli emendamenti per contrastare il progetto, lasciando questo spazio alla NUPES. Va detto che il  RN, nel merito, condivide la “necessità che i lavoratori si impegnino per finanziare le pensioni“. Il RN, dopo essersi fatta bacchettare dagli economisti liberali che lo accompagnano, ha accantonato il suo programma del 2017: il ritorno al pensionamento a 60 anni con 40 anni di contributi. A parte le carriere iniziate prima dei 20 anni, per le quali il suo programma mantiene il ritorno ai 60 anni, il RN sostiene con discrezione un pensionamento completo tra i 62 e i 67 anni con 42 o 43 anni di contributi. In sostanza, è d’accordo con Macron, anche se critica aspramente il rifiuto del progetto di rinvio a 64 anni. È inutile cercare nel loro programma la minima richiesta di giustizia sociale, di distribuzione della ricchezza attaccando i capitalisti, di una politica fiscale e di bilancio che metta fine ai regali alle grandi imprese. Le loro soluzioni per le pensioni, a parte il rinvio dell’età pensionabile per i lavoratori dipendenti, consistono in una politica pro-natalista e nella fine dei “regali” agli… immigrati! Contestare la presenza del RN in questa mobilitazione non si fa quindi solo nelle strade, ma anche denunciando la doppiezza della sua posizione.

*sindacalista, membro dell’NPA. L’articolo (del 2 febbraio 2023) è stato tradotto in italiano dal segretariato MPS.

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