Tempo di lettura: 6 minuti

Pubblichiamo questa presa di posizione dei compagni di Sinistra Anticapitalista in merito ai risultati delle elezioni regionali in Lombardi e Lazio tenutesi lo scorso 12-13 febbraio. (Red)

Regionali in Lombardia e Lazio: astensione record, vittoria delle destre. I governi che le destre metteranno in piedi, saranno quindi molto minoritari e poco rappresentativi sul piano democratico della platea degli elettori, ma questo non preoccupa certo le forze capitaliste che hanno prodotto e cercato questo risultato con le cosiddette “riforme” elettorali e tanto meno la coalizione vincente che utilizzerà a fondo sia la riconferma in Lombardia, che la riconquista del Lazio, per approfondire e sviluppare ancora le loro politiche reazionarie e liberiste [la Direzione Nazionale]

1. Tutto come da copione nelle elezioni regionali della Lombardia e del Lazio: la coalizione delle destre vince facilmente e largamente con percentuali intorno al 54%  di fronte a forze di opposizioni divise tra loro, assai poco credibili e del tutto interne al sistema dominante; le destre vincono in uno sprofondo senza precedenti dell’astensione, una vera voragine che precipita la partecipazione al voto dal  73% al 41% in Lombardia e dal 66% al 37% nel Lazio, con la città di Roma in cui va a votare appena un terzo degli aventi diritti e alcune zone periferiche che vedono solo un elettore su 4 recarsi al seggio. In Lombardia solo 3,3 milioni di persone su 8 milioni di elettori hanno espresso le loro intenzioni di voto, nel Lazio 1,8 milioni sui 4,8 milioni di aventi diritto. L’astensione colpisce tutti i partiti, ma non nella stessa misura; sono proprio i partiti dell’opposizione a subire più degli altri la scelta astensionista. Nel Lazio 5 anni fa il candidato delle destre, arrivato secondo col 31%, aveva raccolto quasi un milione di voti, oggi il loro candidato, Rocca ottiene, il 53,9%, ma di voti ne raccoglie sempre meno di un milione. Il centro sinistra nel 2018 aveva vinto con il candidato Zingaretti arrivato al 33% con più di un milione di voti, mentre oggi D’Amato supera il 33%, ma i suoi voti non arrivano a 600 mila.

Se poi si prende in considerazione un’elezione diversa, quella delle politiche, svoltasi appena 5 mesi fa, lo scarto dei voti è ancora più forte; la stessa FdI, largamente vincente e dominante all’interno della coalizione delle destre (26% in Lombardia e 34% nel Lazio), resta però assai distante con 800.000 voti dal milione dell’ottobre 2022 nella prima regione  e nella seconda conquista 520 mila voti rispetto agli 850 mila delle politiche.

2. I governi che le destre metteranno in piedi, saranno quindi molto minoritari e poco rappresentativi sul piano democratico della platea degli elettori, ma questo non preoccupa certo le forze capitaliste che hanno prodotto e cercato questo risultato con le cosiddette “riforme” elettorali e tanto meno la coalizione vincente che utilizzerà a fondo sia la riconferma in Lombardia, che la riconquista del Lazio, per approfondire e sviluppare ancora le loro politiche reazionarie e liberiste.

Il fatto che un governo e una coalizione come quella di Fontana, nonostante le loro politiche antipopolari di privatizzazione della sanità, le terribili responsabilità dirette che portano nel non aver affrontato la pandemia per garantire i profitti dei padroni ed infine anche le scelte che rendono la Lombardia una delle regioni europee più inquinate, abbiano ottenuto con estrema facilità la riconferma, indica la gravità della situazione e l’arretramento complessivo della società, combinata alla mancanza di un reale alternativa politica.

Siamo di fronte a un’ulteriore e grave precipitazione della rappresentanza democratica, quale si è espressa nel secondo dopoguerra, espressione diretta di questa fase involutiva del sistema capitalista e delle sue profonde contraddizioni che producono non solo una crisi democratica, ma una vera crisi di società.

3. Per scendere in qualche dettaglio in più sul voto, all’interno dei partiti delle destre FdI conferma e rafforza la sua leadership incontrastata, FI esce ulteriormente ridimensionata, ma non scompare, mantenendo percentuali intorno al 7%, la Lega riesce a crescere un poco nel Lazio rispetto alle elezioni politiche con un 8,5%, ma soprattutto evita il tracollo temuto in Lombardia pur precipitando dal 29,5% del 2018, al 16,5% di oggi, riuscendo così in qualche modo a difendere ancora una delle sue roccaforti. La vittoria elettorale e questo equilibrio, pur instabile, all’interno della coalizione, portano a un rafforzamento del governo.

Fallisce il progetto ultraliberista e fasullo di Calenda e Renzi di sfondare al centro prendendo voti sia dalle destre che dal PD: nel Lazio si ferma al 5% e in Lombardia se la sua candidata alleata, Letizia Moratti sfiora il 10%, la lista Azione-Italia Viva resta sotto il 5%!

Il PD, che ha mostrato ancora una volta una certa capacità di resistenza nelle elezioni amministrative cerca di cantare vittoria, di fronte a un  arretramento minore rispetto a quello degli altri partiti di opposizione al governo, ma ha poco da festeggiare, perché resta quanto mai problematico e difficile il suo cammino futuro, anche perché ha perso proprio uno dei suoi punti di forza degli ultimi anni, il governo del Lazio che gli garantiva anche una rendita politica più complessiva sul piano nazionale.

Fallisce anche il progetto del M5S di usare queste elezioni per un operare il sorpasso elettorale e politico sul PD stesso. Ora è vero che questo partito ha sempre ottenuto i suoi migliori risultati e credibilità in elezioni politiche generale e mostrato sempre forti debolezze nelle elezioni amministrative, è però anche vero e molto negativo per Conte e il suo partito che l’M5S abbia subito un tonfo rispetto alle regionali di 4 anni fa dal 17% al 4% in Lombardia e dal 26% all11% nel Lazio.

4. E le forze della sinistra? Difficile pensare che in una situazione così socialmente disastrata e senza forti movimenti di massa e una profonda demoralizzazione in vasti settori di lavoratori che in passato si esprimevano a sinistra, potessero uscire dalle urne risultati significativi.

Le forze della sinistra moderata che da anni optano per una politica di unità con il PD ed oggi, per una parte di essi nel Lazio anche con il M5S ottengono risultati tra il 2 e il 3 %. Può essere che questo garantisca loro una piccola rappresentanza nei consigli – in fondo è il loro principale se non unico obiettivo politico -, che non li sottrae però alla subalternità e alla irrilevanza e quindi all’inutilità politica.

Per quanto riguarda le forze di classe e di costruzione di una sinistra alternativa al sistema, che in queste elezioni si sono espresse nella lista di Unione Popolare, a cui noi abbiamo dato una ovvia e necessaria indicazione di voto, si è avuta la conferma che il loro spazio elettorale, nella situazione politica e sociale data, si colloca tra l’1 e il 2%.

Nel Lazio la lista del PCI del tutto identitaria intorno al vecchio simbolo di riferimento con l’1% ha fatto un pochino meglio di UP, ma anche per questa via non si andrà molto avanti.

Nessuna alchimia politica e organizzativa e ancor meno un orientamento tutto rivolto alla presenza istituzionale e alla centralità elettorale può produrre risultati diversi.

I paradigmi politici dominanti di queste forze devono essere cambiati; bisogna ridisegnare l’ordine delle priorità perché il punto di ripartenza va cercato altrove. La ricostruzione del progetto politico anticapitalista necessario deve partire inevitabilmente nella sua dimensione sociale, per altro assai più difficile che non la formazione di una semplice lista elettorale.

E’ un percorso complicato, in cui non si può evitare di confrontarsi anche con quella che è la situazione sindacale che è parte fondamentale dell’attuale situazione sociale e di una sua possibile ricomposizione. Non ci sono certezze, ma ci sono priorità su cui lavorare e verifiche da fare, con spirito e volontà unitaria e disposizione a discutere dei problemi che si devono affrontare, anche perché riferimenti ed esperienze importanti di movimenti sono presenti nel nostro paese a partire dalle stesse lotte operaie e sindacali se pure parziali, dalla lotta contro la delocalizzazione della GKN,, dalla campagna “noi non paghiamo” contro il carovita, dalla battaglia femminista di Non una di meno, dai movimenti contro i cambiamenti climatici.

5. Il risultato di queste elezioni regionali ci consegna dei Consigli, come già da tempo avviene in Parlamento, privi della presenza di soggetti politici di classe alternativi, sono presenti solo i diversi partiti espressione della borghesia e tollerato qualche isolato e del tutto subalterno personaggio a vocazione socialdemocratica. 

Anche questo è un’espressione della contrazione della rappresentanza democratica prodotta dalla sconfitta delle classi lavoratrici e dagli errori e crisi delle forze della sinistra di classe. Ma sul piano complessivo, non solo quello sociale, ma anche nelle sue ripercussioni politiche pesa su tutto come un macigno l’impasse del movimento sindacale, la condizione delle classi lavoratrici sotto un attacco convergente economico, politico e sociale dei padroni e dei governi che si sono succeduti fino a questo governo reazionario liberista filoatlantico della Meloni: pesa come un macigno la subalternità delle Direzioni sindacali alle scelte liberiste, la  rinuncia a costruire un forte  movimento di resistenza , come sta invece avvenendo in Francia  e in Inghilterra.

Se la CGIL volesse restare fedele alla sua storia passata e al suo compito di costruire l’organizzazione e la difesa  delle classi lavoratrici esprimendo anche sotto la forma elementare della sindacalizzazione la speranza e il progetto di una società alternativa di democrazia e di eguaglianza, il suo congresso di marzo dovrebbe decidere una svolta radicale del suo orientamento e delle sue pratiche. Non è questo purtroppo l’intento di Landini e soci.

Le forze della sinistra anticapitalista di classe, e quindi anche le componenti di UP devono ripensare le loro scelte: un progetto politico di classe e di alternativa è più che mai necessario, ma non può passare attraverso le scorciatoie elettorali, ma solo prioritariamente nella ricostruzione sociale del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, delle/dei oppresse/i e sfruttate/i all’altezza della scontro che la crisi del capitalismo e le pulsioni reazionarie che questa produce rendono necessario.

Print Friendly, PDF & Email