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Sotto la pressione di tutte le autorità di regolamentazione, UBS accetta di rilevare il suo rivale per 3 miliardi di franchi. Il governo svizzero fornisce una garanzia di 9 miliardi di franchi, nella speranza di ripristinare la fiducia.
Il Credit Suisse è morto. Dopo oltre centosessant’anni di vita, la seconda banca svizzera non è sopravvissuta agli ultimi cinque giorni di panico bancario. La sua fine è stata pronunciata la sera del 19 marzo, in un contesto di emergenza, dopo un fine settimana di trattative. Come volevano le autorità svizzere, UBS si è offerta di rilevare il suo concorrente per 3 miliardi di franchi svizzeri (3,02 miliardi di euro). Il 17 marzo, la capitalizzazione di mercato del Credit Suisse ammontava ancora a 7 miliardi di franchi svizzeri.
Ma i negoziatori ritenevano di avere poca scelta o margine di manovra nelle trattative: le richieste di UBS dovevano essere soddisfatte. Per facilitare l’accordo, la Banca Centrale Svizzera si è impegnata a mettere a disposizione delle due banche una linea di credito di 100 miliardi di franchi.
Questo eisto è stato caldeggiato da molte autorità di regolamentazione e da parecchi attori politici e finanziari. Secondo loro, era l’unico modo per arginare le crescenti tensioni che hanno attanagliato il sistema finanziario occidentale dopo il fallimento della banca californiana SVB. “Un fallimento del Credit Suisse avrebbe avuto gravi conseguenze per il sistema finanziario internazionale”, ha spiegato in serata il ministro delle Finanze svizzero Karin Keller-Sutter. Era responsabilità della Svizzera evitare che un simile scenario si materializzasse.
Ritenendo che non ci fosse un minuto da perdere, le autorità svizzere hanno deciso di eliminare tutti i vincoli normativi e legali per realizzare questa fusione bancaria il più rapidamente possibile: tutte le procedure di esame di questa fusione bancaria sono state revocate e rinviate. È prevista anche la sospensione delle regole di governance: gli azionisti, che normalmente devono votare su questa fusione, non avranno voce in capitolo.

La paura di un panico bancario

Mentre la crisi del Credit Suisse cresceva, la dirigenza di UBS, ancora lo scorso 16 marzo, continuava a escludere la possibilità di venire in suo soccorso: perché occuparsi di un concorrente in difficoltà, che rischierebbe di causare problemi e ritardare i suoi progressi costringendolo a lunghe e costose ristrutturazioni?
Ma la banca non ha potuto resistere a lungo alle varie pressioni. La fiducia non era tornata.  La Banca Nazionale Svizzera ha messo a disposizione di Credit Suisse una linea di 50 miliardi di franchi svizzeri per aiutarlo a ripristinare la fiducia, ma il giorno successivo il Credit Suisse ha registrato nuovamente più di 10 miliardi di prelievi da parte dei suoi clienti.
Altrettanto preoccupante è stato il fatto che i credit default swap (CDS), strumenti finanziari che dovrebbero coprire le perdite in caso di fallimento, hanno continuato a salire, nonostante l’esplicito sostegno della Banca Nazionale Svizzera, fino a quasi 1’000 punti, una soglia di non ritorno. Dal canto loro, le obbligazioni convertibili – le famose CoCo (contingency convertible bonds) inventate dopo la crisi del 2008 per fungere da cuscinetto aggiuntivo per le banche in caso di default – sono crollate a Wall Street. I timori dei detentori di queste obbligazioni erano giustificati: i 16 miliardi di obbligazioni saranno completamente convertiti e loro perderanno tutto.
Secondo la Banca Nazionale Svizzera e il governo federale era necessaria una reazione rapida. “La Banca Nazionale Svizzera e il governo sono pienamente consapevoli che un’insolvenza di Credit Suisse, o anche solo alcune perdite da parte dei clienti, distruggerebbero la reputazione della Svizzera come centro finanziario“, ha spiegato a metà settimana Octavio Marenzi, analista di Opimas.

Il piano di Switzerland AG

Ed è proprio un piano messo a punto da Switzerland AG quello che è stato elaborato per salvare, se non Credit Suisse, almeno l’immagine finanziaria del Paese. Sabato sera si è tenuta a Berna una riunione d’emergenza con membri del governo, funzionari governativi, autorità della banca centrale e di regolamentazione, nonché rappresentanti del mondo bancario e finanziario.
Questo piano segna, come ci ricorda lo storico dell’economia Adam Tooze in uno dei suoi ultimi articoli, “l’ultima fase dello sforzo, ormai in crisi, dell’élite protestante zurighese (Freisinn) di costruire campioni globali sulla base di relazioni politiche incestuose in Svizzera“.
Messi sotto pressione per salvare il Credit Suisse in nome dell’interesse generale, i dirigenti di UBS sono riusciti ad imporre alcune condizioni oltre a un prezzo molto basso.
La banca ha chiesto che il governo svizzero si facesse carico di tutti i costi legali e delle potenziali perdite future. Il governo svizzero ha accettato di fornire una garanzia di 9 miliardi di franchi svizzeri per aiutare la banca a far fronte a eventuali rischi. Al centro di numerosi scandali che sono oggetto di procedimenti amministrativi e legali, il Credit Suisse ha già accantonato 1,2 miliardi di franchi svizzeri per far fronte a queste cause e prevede di accantonare circa la stessa cifra nelle prossime settimane per far fronte in particolare ai molteplici scandali di manipolazione e riciclaggio di denaro.

Un ruolo di liquidatore

La direzione di UBS non ha fatto mistero di non avere intenzione di mantenere tutte le attività del Credit Suisse – banca di deposito, gestione patrimoniale, banca d’investimento – che spesso si sovrappongono alle sue, dato che le due banche, che si fronteggiano sulla Paradeplatz di Zurigo, hanno seguito gli stessi modelli di espansione. Tutto sta andando per il verso giusto affinché UBS agisca di fatto come liquidatore del Credit Suisse, gestendo la situazione nel tempo e mantenendo solo le parti che le interessano.
Negli ultimi mesi, lo stesso Credit Suisse stava valutando la possibilità di scorporare alcune attività. In particolare, stava lavorando a una quotazione separata della sua banca d’investimento First Boston, un’attività che è sia di consulenza che di transazioni utilizzando un’enorme leva finanziaria. Nelle numerose indiscrezioni del fine settimana è stato fatto il nome di BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, come possibile acquirente. BlackRock ha negato di essere interessato “in tutto o in parte” a Credit Suisse.
D’altra parte, ci sono altri rami che stanno attirando molto interesse, in particolare il Wealth Management e la sua banca di deposito. Senza aspettare, gli squali della finanza stanno iniziando a uscire allo scoperto nella speranza di partecipare al banchetto del bottino del Credit Suisse. Deutsche Bank, ad esempio, è in corsa.
L’acquisizione del Credit Suisse si preannuncia già come un’ecatombe sociale. Durante le trattative è stata annunciata la riduzione di 10.000 posti di lavoro.

Una banca sistemica ma isolata

Dal crollo di Credit Suisse a metà settimana, le varie autorità di regolamentazione hanno moltiplicato i messaggi per rassicurare il mondo finanziario e i clienti sostenendo che il crollo di una delle più grandi banche del mondo non avrebbe avuto ripercussioni sul resto del sistema finanziario. Il caso merita una riflessione: Credit Suisse, affermano, è un esempio unico di banca sistemica ma isolata, senza relazioni, senza controparti con le altre.
L’agitazione che ha attanagliato il mondo finanziario e i leader politici dopo il crollo della seconda banca svizzera, le molteplici trattative che si sono svolte tra le banche centrali e le varie autorità di regolamentazione europee, americane e britanniche, soprattutto negli ultimi giorni, indicano in realtà una situazione assai più complicata. Se le banche hanno fortemente ridotto, o addirittura tagliato i loro rapporti sul mercato interbancario con Credit Suisse man mano che la banca affondava nella crisi, ci sono tutti i legami, tutte le controparti nelle altre attività finanziarie, molto più opache e meno controllate.
Secondo alcune stime che circolano, l’ammontare nozionale del coinvolgimento di Credit Suisse sul mercato dei derivati ammontava a 14’641 miliardi di franchi svizzeri alla fine del 2022. Si tratta di un importo colossale: rappresenta più di 27 volte il bilancio della banca. Tuttavia, questo dato va messo in prospettiva, poiché si tratta solo di un importo nozionale (importo che serve come base di calcolo NdT). Quando Lehman Brothers è fallita, la sua esposizione ai derivati era doppia rispetto a quella di Credit Suisse. Quando, dopo cinque anni, tutte le transazioni sono state annullate, è emerso che le perdite di Lehman erano in realtà piuttosto esigue: appena 5 miliardi di dollari. Ma ciò è stato sufficiente a far precipitare il mondo in una crisi finanziaria.
La stessa cosa potrebbe accadere se Credit Suisse crollasse. Tutte le banche europee, e in particolare quelle molto attive nel mercato dei derivati come Deutsche Bank e BNP Paribas, che hanno controparti con Credit Suisse, si troverebbero in gravi difficoltà. Da qui la preoccupazione e il nervosismo delle autorità di regolamentazione e dei politici, che hanno fatto sempre più pressione sul governo svizzero per trovare una soluzione in tempi brevi.

I buoni propositi buttati a mare

L’urgenza della situazione può giustificare le scelte fatte. Tuttavia, è evidente che in pochi giorni, in risposta prima al crollo di SVB e poi a quello di Credit Suisse, i regolatori e i governi hanno deciso di buttare a mare tutte le buone risoluzioni adottate durante la crisi del 2008.
Ad esempio, dopo la crisi del 2008, i governi avevano giurato che in futuro le finanze pubbliche, il denaro dei contribuenti, non sarebbero più state chiamate a salvare le banche. Un proposito che non ha retto quando le prime scosse hanno colpito il sistema bancario.
In fretta e furia, il governo statunitense ha deciso di scavalcare il proprio quadro giuridico che garantisce i depositi fino a 250’000 dollari. In nome della difesa dell’alta tecnologia, ha annunciato che tutti i depositi della SVB sarebbero stati garantiti, compresi quelli degli hedge fund, dei fondi di venture capital, ecc. Il salvataggio sarà a carico delle finanze pubbliche.
Da parte sua, il governo svizzero ha accettato di assumersi i rischi assunti da Credit Suisse attraverso il ricorso alle finanze pubbliche, come richiesto da UBS. Ancora una volta, gli Stati sono chiamati ad assumere e a pagare per le turpitudini della finanza.
Allo stesso modo, dopo la crisi del 2008 era stato promesso che le banche molto grandi sarebbero state controllate e supervisionate meglio e che si sarebbe impedita la creazione di questi colossi bancari “troppo grandi per fallire“, che aumentano i rischi per il sistema finanziario e sono in grado di ricattare permanentemente le banche centrali, le autorità di regolamentazione e i governi.
La fusione di UBS e Credit Suisse, decisa in fretta e furia, contraddice tale orientamento. L’unione di queste due banche sistemiche creerà un’entità bancaria ancora più grande e incontrollabile. Oltreoceano, le autorità sembrano seguire la stessa linea. Mentre il fallimento di SVB ha messo sotto pressione le banche regionali come la First Republic, queste si stanno orientando verso fusioni o appoggi con colossi americani come JPMorgan o Bank of America, con il rischio di rendere questi mostri ancora più grandi e di mettere l’intero sistema bancario in poche mani.
Con queste misure, l’azzardo morale e il controllo del potere da parte del mondo finanziario non sono destinati a scomparire.

*articolo apparso su www.mediapart.fr il 19 marzo 2023. Traduzione a cura del segretariato MPS.

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