Tempo di lettura: 8 minuti

La speculazione sui prezzi dell’energia elettrica ha messo in evidenza almeno due condizioni fondamentali che vengono sempre negate con l’accusa di essere aprioristicamente ideologiche, quindi in qualche modo viziate da un “peccato originale” che ne decreterebbe l’inconsistenza. Facciamo riferimento al fatto che le politiche di liberalizzazione sono fallimentari dal punto di vista dei bisogni sociali della moltitudine, favorendo invece gli interessi privati delle imprese e di una cerchia ristretta di possidenti. E in secondo luogo il fatto che le istituzioni politiche di questo paese siano al servizio degli interessi delle frazioni dominanti della borghesia.
Coloro che osservano onestamente la realtà saranno giunti alla conclusione che la liberalizzazione dei mercati dell’energia elettrica abbia completamente fallito il suo “obiettivo ufficiale”, ossia mettere in concorrenza i vari produttori di energia per diminuire i prezzi nell’interesse di tutti: cittadine e cittadine, come anche le imprese private. Per le famiglie, il fallimento è palese: i prezzi sono cresciuti regolarmente, per poi subire un’accelerazione dal 2023. Nel solo Ticino, la crescita media sul periodo 2009-2023 dei prezzi praticati dalle società di distribuzione locali è stata del 35% (1)! Le imprese private che hanno scelto di approvvigionarsi sul libero mercato – si parla di 30-35’000 imprese – hanno invece beneficiato per diversi anni di prezzi estremamente bassi, incommensurabilmente più bassi di quelli delle economie domestiche. Salvo poi, nel corso del 2022, subire una vera e propria scossa con aumenti che hanno raggiunto anche il 1’600%, a causa di un fenomeno chiamato speculazione e connaturato ai liberi mercati e, più in generale, all’economia capitalista. Queste crisi speculative sul mercato dell’energia elettrica diventeranno, se non normali, un fattore sempre più ricorrente. Il quadro conduce a un giudizio inappellabile: la liberalizzazione è un fallimento conclamato. E questa volta non lo è solo per le cittadine e i cittadini ma anche per moltissime imprese. Addirittura, per chi abbia l’onesta di ammetterlo, la liberalizzazione del settore energetico diventerà un fattore che destabilizzerà, in profondità, diversi rami economici, soprattutto se l’approvvigionamento sarà sempre più condizionato dalla crisi climatica ormai inarrestabile.

Salviamo la liberalizzazione del mercato elettrico…

Evidentemente il padronato non può, sul piano politico, permettersi di rimettere in discussione un progetto di liberalizzazione come quello dell’energia elettrica senza rischiare di aprire un ampio dibattito su tutti i processi di liberalizzazione (Posta, ferrovie, sanità, ecc.) che potrebbe innescare delle dinamiche sociali e politiche pericolose per gli interessi concreti privati dei settori dominanti della borghesia elvetica. In questo senso si registrano prese di posizioni quasi isteriche e, soprattutto, “ideologicamente manipolatorie” da parte dei rappresentanti delle principali organizzazioni padronali. Si è particolarmente illustrato in questa attività il nostrano Fabio Regazzi – uno di quei “cervelli” che avremmo preferito non facesse mai ritorno in Ticino… – quale presidente dell’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM). Come imprenditore, Regazzi è stato uno di quelli che si è letteralmente fulminato le dita con la liberalizzazione dell’energia elettrica. Per sua stessa ammissione, dopo aver speculato e guadagnato per anni sulle borse elettriche europee, si trovato con una fattura cresciuta del 1600%, passata da 58’021 a 925’670 franchi. Nonostante questa esperienza molto concreta, Regazzi ha continuato, con grande arroganza, a difendere una posizione che si scontra con la realtà dei fatti ma che, evidentemente, è funzionale alla difesa degli interessi padronali molto immediati. Come riportava la Luzerner Zeitung, «secondo Regazzi (…) la responsabilità è della politica. La situazione attuale è la prova di un “fallimento dello Stato” a tutti i livelli: “Le decisioni politiche hanno portato a un calo della capacità di produzione di energia elettrica, le decisioni politiche hanno fatto sì che l’importazione di fonti energetiche si prosciugasse”, ha riassunto Regazzi» (2). Il suo fedele scudiero, il direttore dell’USAM Hans-Ulrich Bigler, ha costruito un “ragionamento” politico totalmente irreale: «Qui non abbiamo un mercato libero, ma un oligopolio» (3). Il quotidiano Tages Anzeiger completa la riflessione di Bigler: «In altre parole, i fornitori di energia elettrica potevano imporre a piacimento i prezzi alle aziende clienti e queste ultime non potevano sottrarsi. “Tornando alla fornitura di base, stiamo dando alle aziende un potere di mercato”, sostiene [Bigler]» (4) . Una posizione totalmente falsa dal momento che le imprese svizzere hanno avuto la totale libertà di decidere se restare sotto il servizio universale oppure se andare ad acquistare energia elettrica sul mercato liberalizzato, svizzero ed europeo. E per anni hanno ottenuto prezzi assolutamente convenienti, come lo ammette schiettamente lo stesso Fabio Regazzi parlando del suo gruppo imprenditoriale: «l’offerta del cosiddetto mercato libero era allettante e abbiamo colto l’occasione al volo» (5).
Riassumendo la linea di difesa padronale sviluppata è piuttosto semplice: non essendo completa la liberalizzazione del mercato elettrico in Svizzera, perché esiste ancora un approvvigionamento di base vincolato a certe regole e perché in esistono grandi produttori che possono imporre i propri prezzi ai clienti privati, le imprese subirebbero le conseguenze negative di questo sistema ibrido. Il discorso padronale è ovviamente irricevibile ma funzionale all’obiettivo politico ricercato: permettere alle imprese private di tornare sotto l’approvvigionamento di base, a prezzi fissi e, dopo l’ondata speculativa, più bassi e stabili. Ovviamente preservando così intatto il sacro principio della “liberalizzazione”, anche quando questa si è rivelata essere fallimentare per le famiglie ma anche per comparti interi dell’economia. Evidentemente nel “congelatore padronale” rimane sempre l’idea di procedere alla liberalizzazione integrale dell’energia elettrica in Svizzera, un ulteriore campo dove mietere profitti. Per fare ciò è però vitale che la liberalizzazione attuale non diventi l’oggetto di una critica politica e sociale. Da qui la narrativa borghese, diametralmente opposta alla realtà dei fatti, secondo la quale i problemi dei prezzi e dell’approvvigionamento elettrico in Svizzera sarebbero dovuti all’imperfezione del mercato, ancora dominato dal servizio universale e da una struttura oligopolista, in opposizione alla salutare moltiplicazione dei produttori e dei fornitori del libero mercato…

Il padronato chiama, il Consiglio federale risponde presente

Come abbiamo detto l’obiettivo immediato del padronato elvetico per rispondere alla crisi dei prezzi innescata dalla liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica è quella di ritornare sotto l’ala più sicura ed economica (al momento) del servizio universale. L’Usam, infatti, fra le varie misure rivendicate, chiedeva di «consentire alle aziende che operano nel cosiddetto mercato libero dell’energia elettrica di tornare alla fornitura di base» (6).
Questa situazione illustra a meraviglia la funzione storica delle istituzioni politiche svizzere nel prendere in considerazione (servire) gli interessi di classe del padronato. Vecchia ideologia classista? Mica tanto, come vedremo. Il Consiglio federale, come anche i cantoni, hanno lasciato che su milioni di cittadine e di cittadini si abbattessero le conseguenze finanziarie della speculazione, senza battere ciglio. Tutto ciò in uno dei peggiori anni, il 2022, per le salariate e i salariati di questo paese: forte aumento dell’inflazione (sommato a quello del 2021), condito da una nuova esplosione dei premi di cassa malati. Le associazioni padronali non hanno avuto lo stesso trattamento. Ai loro richiami il Governo nazionale ha risposto subito presente. L’obiettivo della telefonata: trovare il modo di fare rientrare in maniera rapida il maggior numero d’imprese private sotto il servizio universale (approvvigionamento di base). E il Consiglio federale ha trovato la soluzione.
Il problema fondamentale risiedeva nell’aggirare il principio legale “una volta libero, libero per sempre” fissato dalla Commissione federale dell’energia elettrica ElCom, ossia l’impossibilità per un’impresa che adopera più di 100 MWh per centro di consumo di ritornare nel servizio universale dopo aver optato per il libero mercato (art. 11 cpv. 2 OAEI). Il Consiglio federale ha semplicemente aggiustato la legislazione esistente, introducendo così l’art. 11 cpv. 2bis dell’Ordinanza sull’approvvigionamento elettrico (OAEl). Questa modifica, entrata in vigore lo scorso 1° gennaio 2023, permette alle aziende di tornare alla fornitura di base (servizio universale) attraverso un raggruppamento ai fini del consumo proprio (RCP). Ciò significa che i grandi consumatori di energia elettrica possono aderire a un RCP esistente o crearne uno nuovo, avendo così il diritto di essere riforniti di energia elettrica dal fornitore locale – in pratica, un ritorno dal mercato libero al servizio universale. Concretamente, alle aziende del libero mercato basta unirsi in un gruppo di consumatori con almeno uno di loro in grado di produrre energia elettrica propria, per esempio con dei pannelli solari, e di rivenderne una parte al distributore locale. Allo stesso modo basta che un’azienda installi sul proprio tetto dei pannelli solari e che ne immetta una parte nella rete di distribuzione locale. In questo modo il RCP è legalmente considerato un “nuovo” consumatore e quindi riattiva l’opzione di scegliere di sottomettersi nuovamente al servizio universale! Questa modifica è stata condita con l’unico vincolo che il nuovo utente deve restare almeno 7 anni sotto il servizio universale prima di tornare a speculare nuovamente sulle borse europee dell’energia elettrica.
È grazie a questa modifica che il nostro Fabio Regazzi ha potuto evitare di pagare il conto salato della speculazione, reintegrando, grazie al sistema di panelli solari montato sui tetti dei suoi immobili industriali…

E chi ne paga il prezzo sono milioni di cittadine e cittadini…

Naturalmente questo “sotterfugio salva imprese” – una forma disgustosa di “socializzazione dei costi delle speculazioni aziendali” – avrà un costo pesante per le società di distribuzione e per gli utenti/clienti di base del servizio universale. L’Associazione della aziende elettriche svizzere (AES) spiega molto chiaramente lo scenario che rischia di prodursi: «il ritorno dei grandi consumatori di energia elettrica alla fornitura del servizio universale ha conseguenze negative anche per i clienti vincolati: anche se il ritorno all’approvvigionamento di base è legato alle condizioni di un RCP e quindi a una certa produzione di energia elettrica pulita, i fornitori di base dovrebbero comunque acquistare più energia elettrica di quella che hanno pianificato ed effettivamente acquistato per l’approvvigionamento di base. L’azienda di distribuzione dovrebbe procurarsi questa elettricità aggiuntiva sul mercato agli attuali prezzi elevati. Da un lato, i costi di questa fornitura aggiuntiva verrebbero in parte integrati nella tariffa per la fornitura di base, il che significa che gli attuali clienti della fornitura di base dovrebbero pagare la bolletta e sostenere questi costi aggiuntivi. Dall’altro lato, l’azienda di distribuzione dovrebbe sostenere una parte di questi costi come perdite, a seconda del metodo di calcolo del prezzo» (7).
Il Consiglio federale ha comunque recepito le difficoltà che incontreranno le aziende di distribuzione a causa del “sotterfugio salva imprese” ed è intervenuto per attenuare, almeno parzialmente, gli effetti della sua manovra sulle prime. Il 1° marzo 2023, il Governo federale ha infatti portato, per l’anno tariffario 2024, il costo medio ponderato del capitale per gli investimenti nelle reti elettriche (WACC) dal 3,83% al 4,13%. Il WACC è il tasso di rimunerazione del capitale immobilizzato nelle reti elettriche già esistenti o del capitale sarà investito in nuove reti (8). L’aumento del WACC deciso del Consiglio federale non è altro che una sorta di “sovrapprezzo” che le aziende di distribuzione potranno applicare sui costi di uso della rete e che andranno ad aumentare la tariffa finale dell’energia elettrica pagata dai clienti, ossia dalle famiglie. L’Ufficio federale dell’energia non si fa scrupoli nell’ammetterlo: «Un aumento di 0,30 punti percentuali del tasso medio di costo del capitale corrisponde a un aumento totale annuo dei corrispettivi per l’utilizzazione della rete di circa 57 milioni di franchi» (9). L’aumento del WACC è puramente fittizio e rappresenta la “compensazione” per l’elettricità aggiuntiva acquistata in un mercato dai prezzi al rialzo per soddisfare le imprese che sceglieranno di ricollocarsi sotto l’egida del servizio universale.
In questo movimento per salvaguardare gli interessi delle imprese consumatrici, chi ne farà totalmente le spese saranno i milioni di cittadine e di cittadini sui quali sarà riversata la quasi totalità dell’operazione di salvataggio dei sostenitori della liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica. L’AES ha già chiaramente detto che il costo della fornitura aggiuntiva sarà computato sulle tariffe per la fornitura di base. Bolletta che sarà ulteriormente gonfiata, dal 2024, a causa dell’aumento del WACC. Secondo certi calcoli, il WACC incide per il 12% del totale della fattura elettrica (10).
Ecco, dunque, come funziona la gestione degli interessi della grande borghesia svizzera (e non solo). Un sistema dove a farne le spese sono inevitabilmente le lavoratrici e i lavoratori. In questo caso, come in tantissimi altri, i piccoli cerottini, i patetici tentativi di salvare apparentemente capra e cavoli elaborati dal PS e satelliti non servono a nulla. È infatti necessaria, come primo passo, la rottura immediata e integrale con la politica di liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica. E il secondo passo è quello di porre la questione della nazionalizzazione della produzione e della distribuzione dell’energia elettrica, per il tramite di un servizio pubblico nazionale controllato, senza delega alcuna, delle cittadine e dai cittadini, le sole e i soli con potere decisionale sull’uso prioritario di questo bene comune fondamentale.

  1. Cifre relative alla Categoria H4 (nucleo familiare tipo, con un consumo annuo di 4500 chilowattora), prodotto Standard, calcolati a partire dai dati forniti dall’ElCom.
  2. https://www.luzernerzeitung. ch/news-service/inland-schweiz/energiekrise-wegen-staatsversagen-gewerbeverband-fordert-massnahmen-ld.2342517
  3. https://www.tagesanzeiger. ch/politik-sucht-haenderingend-nach-loesung-fuer-hohe-strompreise-232647377290
  4. dem.
  5. https://www.blick.ch/fr/news /suisse/faillite-en-vue-a-cause-de-lexplosion-du-prix-de-lelectricite-une-societe-tessinoise-se-ruine-id17866452.html
  6. Idem.
  7. AES, La Confédération décrète le contournement du principe «libre un jour, libre toujours», 23 novembre 2022.
  8. « I costi di utilizzazione della rete rappresentano un elemento importante per la formazione del prezzo dell’energia elettrica. Essi includono i costi di ammortamento degli impianti, i costi d’esercizio e i costi del capitale. Per il capitale immobilizzato nelle reti elettriche esistenti o che deve essere investito in nuove reti, l’investitore ha diritto a una rimunerazione commisurata al rischio, da un lato per la messa a disposizione del capitale e, dall’altro, per il rischio di perdite che sostiene. Questo indennizzo corrisponde al cosiddetto tasso d’interesse calcolatorio (tasso medio di costo del capitale, Weighted Average Cost of Capital, WACC)», cfr. Ufficio federale dell’energia UFE, Spiegazioni in merito al calcolo del tasso d’interesse calcolatorio di cui all’articolo 13 capoverso 3 lettera b dell’ordinanza sull’approvvigionamento elettrico (OAEl) per l’anno tariffario 2024, Berna, 6 febbraio 2023.
  9. Idem.
  10. https://www.frc.ch/des-prix-dopes-par-le-wacc/
Print Friendly, PDF & Email