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Lo sciopero contemporaneo del sindacato del settore dei servizi Ver.di e del sindacato dei ferrovieri e dei trasporti (EVG) nel trasporto locale e in quello a lunga distanza hanno paralizzato la Germania lo scorso lunedì 27 marzo. Una giornata che ha messo in luce la mancanza di uno strumento d’azione politica per dare sbocchi a importanti lotte sindacali e sociali.

Ver.di

Il presidente del sindacato della funzione pubblica Ver.di Frank Werneke (SPD) lo ha definito il più grande sciopero dal 1992. Ver.di ha invitato a scioperare i suoi  120’000 iscritti, non solo nelle ferrovie nazionali, ma anche in quelle regionali e nelle aziende del trasporto locale, nei porti comunali e in quelli fluviali nel settore della gestione delle acque e dei trasporti marittimi e nelle società autostradali.

Ver.di sta conducendo una trattativa che riguarda 2,5 milioni di lavoratori del settore pubblico a livello federale e locale, compresi i lavoratori dei trasporti locali e degli aeroporti.

Il sindacato ha rivendicato un aumento salariale del 10,5%, con un minimo di 500 euro per un periodo di contratto collettivo di 12 mesi. I datori di lavoro pubblici federali e comunali hanno offerto un aumento lineare delle retribuzioni pari al 5% in due fasi (3% il 1° ottobre 2023 e un ulteriore 2% il 1° giugno 2024); hanno inoltre offerto una una tantum per tutti di 2’500  euro esente da imposte e tasse e un aumento dell’indennità speciale annuale. Durata del contratto: 27 mesi.

La ministra federale degli Interni, Nancy Fraser, ha presentato questa modalità di calcolo sul sito web del governo federale: “Un’addetta alle pulizie del secondo livello retributivo che guadagna circa 2.860 euro lordi al mese, riceverebbe 143 euro lordi in più al mese e 2.500 euro come una tantum esente da imposte. L’indennità una tantum esente da imposte corrisponde a un aumento del 6,1% nel primo anno e del 4,1% nel secondo.”

Nonostante il successo dello sciopero si è svolto un terzo round di negoziati a fine di marzo che però non ha dato risultati. Tuttavia le lavoratrici e i lavoratori non possono ancora scioperare perché prima èr previsto che le parti ricorrano a una proceduta arbitrale, prevista dalle regolamentazioni del settore pubblico; entrambi le parti si devono presentare a un tavolo di trattativa gestita da una specifica commissione che viene presieduta alternativamente dalla parti in causa. Questa volta è il commissario nominato dai sindacati a presiedere la riunione, e il suo voto è decisivo. Durante tutto questo periodo non è ammesso il ricorso allo sciopero.

Con questo strumento di conciliazione, i datori di lavoro cercano di guadagnare tempo, sperando che la pressione dei lavoratori si allenti. La decisione della commissione deve essere accettata da entrambe le parti. Se non si raggiunge un accordo, i sindacati possono indire un nuovo sciopero.

Il sindacato dei ferrovieri e dei trasporti (EVG)

L’EVG ha invitato allo sciopero i suoi 130’000 iscritti e sta negoziando per circa 230’000 lavoratori della Deutsche Bahn (ferrovia statale) e di 50 compagnie ferroviarie e di autobus, per i quali chiede un aumento salariale del 12%, o almeno 650 euro in più al mese. L’EVG organizza soprattutto gli assistenti ferroviari e i lavoratori delle cabine di manovra, dell’amministrazione e così via, meno i macchinisti dei treni. L’improvvisa volontà di sciopero di EVG ha rappresentato una sorpresa visto che, come il suo predecessore Transnet, finora aveva sempre sostenuto le misure di privatizzazione decise dall’amministrazione ferroviaria. Nel frattempo, le condizioni di lavoro e, più in generale, dei trasporti sono diventate così insopportabili – i ritardi dei treni sono la regola, diverse ore non sono un’eccezione, i percorsi ferroviari e il personale sono stati decurtati per decenni – che a EVG non è rimasta altra scelta.

La direzione delle ferrovie ha finora offerto un “salario minimo ” di 13 euro, ma solo a partire dall’agosto 2024 (il salario minimo legale è di 12 euro, ma le ferrovie finora non lo applicano).

Resta da verificare se Ver.di ed EVG continueranno a  coordinare le loro iniziative di lotta; prima però devono aspettare i risultati dell’arbitrato. La concomitanza delle due giornate di sciopero ha creato un clima di lotta di classe che non si vedeva da molto tempo in Germania. I sondaggi hanno mostrato che una maggioranza del 70% mostra simpatia e sostegno per gli scioperi. Il quotidiano BILD ha fatto sapere che il 59% degli intervistati non ha riscontrato alcun effetto negativo degli scioperi sulla propria vita quotidiana. Siamo ancora lontani dalla determinazione combattiva e dalla disponibilità personale al rischio che la stragrande maggioranza della popolazione francese sta dimostrando nella lotta contro la riforma delle pensioni. Ciononostante, le associazioni dei datori di lavoro e la CDU/CSU all’opposizione chiedono a gran voce una restrizione del diritto di sciopero nel settore delle infrastrutture critiche; ad esempio, nelle ferrovie, nel traffico aereo o nell’approvvigionamento energetico e idrico, lo sciopero dovrebbe essere consentito solo dopo un preavviso di almeno quattro giorni – o dovrebbe essere vietato del tutto.

La posta

Il ciclo di contrattazione collettiva nel settore pubblico è stato avviato ai primi di gennaio dai lavoratori delle Poste; anche questi sono organizzati dal sindacato Ver.di. Qui, come nel settore dell’assistenza, le condizioni di lavoro sono catastrofiche. L’”accordo Corona” del 2020 aveva portato solo a un aumento del 4% in due anni per cui, tenuto conto dell’inflazione, c’è stata una perdita salariale reale del 6% nel solo 2022. A ciò si aggiunge la nota mancanza di personale dovuta ai tagli di posti di lavoro, che le Poste condividono con molti altri settori del servizio pubblico e che va a scapito della salute dei dipendenti, ma anche dei clienti. La posta viene spesso abbandonata in giro: a Berlino e in alcune comunità della Germania meridionale, negli ultimi mesi non è stata consegnata per sei settimane provocando oltre 37’000 reclami scritti. Nonostante il Gruppo Deutsche Post DHL abbia conseguito profitti record superiori agli 8 miliardi di euro sia nel 2021 che nel 2022, invece di aumentare gli stipendi delle lavoratrici e dei lavoratori preferisce peggiorare il servizio. La direzione vuole infatti modificare la legge postale; il diritto finora garantito di ricevere una lettera il giorno lavorativo successivo all’invio, o al più tardi il giorno dopo, sarà soddisfatto solo dietro pagamento di un supplemento; in alternativa, i clienti potranno presto ritirare personalmente le loro lettere presso la stazione di smistamento.

All’inizio di gennaio i lavoratori avevano chiesto di migliorare le condizioni lavorative alla Posta attraverso un salario decisamente migliore. Hanno ritenuto troppo bassa la richiesta del 10% di aumento inizialmente avanzata dalla direzione di Ver.di e hanno fatto pressioni per una rivendicazione del 15% per un periodo di 12 mesi con tre scioperi di preavviso a cui hanno partecipato 100’000 lavoratrici e lavoratori su un totale di 160.000 dipendenti. Recentemente, l’86% degli iscritti al sindacato ha votato a favore di uno sciopero a oltranza. L’ultima volta che si verificò uno sciopero di questo tipo fu nel 2015. Tuttavia, Ver.di ha accettato di negoziare e ha raggiunto un accordo con il Consiglio postale: per il periodo dal 1° aprile 2024 al dicembre 2024 tutti riceveranno un aumento base di 340 euro al mese; ci sarà inoltre un versamento di 3’000 euro scaglionato su 15 mesi (fino al 24 marzo 2024), la cosiddetta compensazione per l’inflazione del governo federale, che sarà pagata senza il prelievo di tasse e imposte, cioè al netto. Secondo Ver.di, il risultato significa un aumento del reddito mensile del 20% per gli addetti allo smistamento dei pacchi, del 18% per gli addetti alle consegne e una media dell’11,5% per l’intero settore. Coloro che sono critici su questo accordo lamentano il fatto che il versamento dell’indennità unica (i 3’000 euro) non inciderà sui parametri del salario base per cui già con il prossimo anno si dovrà contare su una perdita del salario reale. L’accordo è valido per due anni ed è stato approvato solo dal 62% dei dipendenti: sicuramente un duro colpo per i responsabili del settore all’interno del sindacato.

Inflazione e versamenti unici

L’anno scorso il tasso d’inflazione in Germania è stato del 7,9%; per il 2023 si prevede il 6,2%. Va considerato che i prezzi dell’energia e dei generi alimentari hanno fatto segnare aumenti a due cifre. Gli operai e gli impiegati subiscono da anni un calo dei salari reali. Tra il 1991 e il 2019, i salari reali in Germania sono aumentati solo del 12,3% (i salari nominali del 60,7%) – cioè un misero 0,32% all’anno. Il tasso di inflazione, invece, è aumentato dal 1995 in poi tra l’1 e il 2% all’anno (negli anni della crisi finanziaria addirittura tra il 2 e il 3%), nell’intero periodo l’aumento è stato del 48,1%. Tra il 2000 e il 2009, i salari reali si sono ridotti continuamente, a seguito del crollo economico di inizio anni Duemila e alla successiva introduzione dell’Agenda 2010 con il moltiplicarsi di settori a bassi salari. Poi è arrivata la crisi finanziaria. Dal 2010 sono poi di nuovo aumentati leggermente fino al 2019; ma a questo punto abbiamo assistito alla crisi pandemica e al susseguente crollo economico. Infine con la guerra in Ucraina, l’inflazione ha raggiunto il 10% nell’agosto del 2022. Mentre l’anno scorso l’inflazione ha pesato sulle famiglie a basso reddito per il 9,8%, i salari, concordati collettivamente, sono aumentati nel 2022 solo del 2,7%. Per contro, le aziende che fanno parte del DAX – l’indice dei più importanti titoli quotati in borsa – non sanno cosa fare con i loro profitti. Ciò si riflette negli stipendi dei loro dirigenti: se nel 1987 un membro del consiglio di amministrazione di una delle 30 maggiori società tedesche riceveva 439’000 euro all’anno, nel 2010, la cifra era già di 2,7 milioni di euro. Se all’epoca un membro del consiglio di amministrazione guadagnava 20 volte  la paga media dei dipendenti, oggi il rapporto è di 1 a 49. I versamenti di indennità uniche sono una trovata del governo federale. Nel settembre dello scorso anno, il Cancelliere Scholz ha invitato i sindacati, le aziende, il mondo accademico e i politici alla Cancelleria a discutere una iniziativa per affrontare l’inflazione. Il risultato è stata la proposta che imprenditori e sindacati potessero concordare pagamenti aggiuntivi fino a 3’000 euro, esenti da tasse e imposte, al fine di compensare l’inflazione. Questi pagamenti non incidono sui salari contrattuali di base e quindi su tutto quanto si collega ad essi, a cominciare dagli aumenti pensionistici.

I sindacati del settore industriale

I grandi sindacati dei settori industriali della chimica (IG BCE) e della metallurgia (IG Metall) sono stati i primi a sfruttare l’offerta dei versamenti unici. Nell’ottobre 2022, l’IG BCE aveva negoziato il versamento di un’indennità unica di 1’500 euro netti per ognuno dei 580’000 lavoratori dell’industria chimica con scadenza a al 1° gennaio del 2023 e 2024. L’aumento salariale fu invece limitato al solo 3,25% dal 1° gennaio 2023 e ancora dal 1° gennaio 2024. Un mese più tardi, l’IG Metall propose un aumento salariale del 5,2% dal 1° giugno 2023 e un altro del 3,3% dal 1° maggio 2024 per i  3,9 milioni di lavoratori dell’industria metallurgica ed elettrica. Anche in questo caso vennero  concordati 1’500 euro nel primo trimestre del 2023 e altri 1500 euro un anno dopo. Entrambi gli accordi si stanno tuttavia rivelando già in ritardo rispetto all’aumento dei prezzi e alle loro dinamiche che, fino a metà del 2024, non appaino al momento per nulla prevedibili. Pertanto, nei sindacati è sorta una discussione sulla necessità di introdurre una scala mobile dei salari, una vera novità per la Germania. La richiesta è stata immediatamente respinta con indignazione dai datori di lavoro e dalla stampa tradizionale. Poco dopo, il ministro federale delle Finanze, Lindner, ha proposto un meccanismo automatico di intervento sui tassi di inflazione operando degli sgravi fiscali sull’imposta sul reddito; questa proposta è stata accolta con favore. La tornata di scioperi in Germania non è finita qui. Un’azione di sciopero è ancora possibile da parte di Ver.di; e non c’è ancora un risultato per l’EVG. Negli ospedali municipali, i medici sono entrati in sciopero, una tornata di contrattazione collettiva è in corso nel settore automobilistico…

E ora?

Per la Germania, molto poco in passato coinvolta in movimenti di sciopero, questa tornata di lotta è notevole. Ed è notevole che il settore pubblico sia in prima linea nelle lotte. Ciò si spiega per vari fattori:

1. negli ultimi 20 anni i servizi pubblici sono stati ridotti a tal punto che in questo Paese, letteralmente, non funziona più nulla: né nelle scuole, né nei trasporti, né nella sanità.

2. La pandemia ha evidenziato questi profondi disservizi agli occhi di tutta l’opinione pubblica e nello stesso tempo ha favorito la resistenza, anche se politicamente molto confusa e senza un coinvolgimento dei sindacati. In particolare nel settore dell’assistenza, dove si è registrato il maggior numero di morti per Covid, le spaventose condizioni sono state oggetto, per la prima volta, di un’attenzione molto ampia.

3. Già prima del Covid, negli ospedali dei singoli Stati federali era iniziata una lunga vertenza che ha permesso di ottenere non particolari aumenti salariali, quanto miglioramenti qualitativi delle condizioni di lavoro attraverso la contrattazione collettiva. Medici, infermieri e inservienti hanno lottato per ottenere un rapporto numerico fisso tra addetti e pazienti; se questo rapporto viene meno, la direzione dell’ospedale deve assumere altro personale. Il Ministro federale della Sanità sta ora cercando di far fronte ai costi aggiuntivi cercando di mettere in atto risparmi in altri ambiti.

4. infine, l’improvviso e rapido aumento dei prezzi, soprattutto nei settori dell’energia e dei generi alimentari, ha rappresentato uno shock dopo anni di stabilità dei prezzi e di tassi di interesse pari a zero.

Inoltre, da anni si assiste a un’esplosione degli affitti, per cui la parte di popolazione che non è più in grado di sostenere i propri bisogni primari è aumentata in modo vertiginoso – assistendo dall’altra parte a profitti osceni per le società immobiliari. Questo ha spinto a un profondo cambiamento di umore nella popolazione. Con le loro vertenze di contrattazione collettiva, i sindacati hanno cercato di dare un’espressione, un forma contenuta e ordinata e degli obiettivi alla rabbia montante. Tuttavia, gli accordi raggiunti sono inferiori alle aspettative e non possono placare questa rabbia. Inoltre, questo profondo disagio sociale non sembra per il momento aver avuto particolare ripercussioni nell’ambito delle forze politiche.

Il dramma è che il Partito della Sinistra (Die Linke) non sembra in grado di dare a questa rabbia un’espressione mobilitante e politica, perché si sta dividendo sulle risposte da dare. Di fatto è diviso in tre tendenze: una, la cosiddetta ala votata ad una realpolitik (attorno a Dietmar Bartsch, leader del gruppo parlamentare) che cerca di concludere accordi con la SPD e i Verdi; vi è poi un’ala sovranista, attorno a Sarah Wagenknecht, che combina una forte enfasi sugli interessi di classe degli strati più bassi della popolazione, intesi in modo molto ristretto, con una retorica nazionalistica; e, infine, un’ala anticapitalista, che si divide a sua volta, dal punto di vista organizzativo, in diverse correnti. Le prospettive sono fosche: potrebbe accadere che la Wagenknecht si candidi con una propria lista alle prossime elezioni del Parlamento europeo, il che equivarrebbe a spaccare il partito. Ciò comprometterebbe notevolmente le possibilità del resto della sinistra di entrare nuovamente in Parlamento tra due anni, soprattutto perché il governo federale vuole abolire la regola che permette a un partito di entrare nel Bundestag  anche solo con tre mandati diretti  pur non superando lo sbarramento al 5% previsto dalla legge. Questa modifica della norma andrebbe però anche a scapito della CSU (il partito conservatore in Baviera). Allo stesso tempo, nulla fa pensare che le forze attorno alla Wagenknecht saranno in grado di costruire un partito politico stabile al di là del conseguimento di un rispettabile successo elettorale.

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