Tempo di lettura: 6 minuti

Mentre si avvicinano due date non solo simboliche, ma espressione concreta della lotta di classe nel nostro paese e del protagonismo delle classi lavoratrici, il 25 aprile e il I maggio, il governo delle estreme destre continua indisturbato (almeno per ora) la sua marcia nella concretizzazione dei suoi obiettivi reazionari e filopadronali e nella occupazione dei posti di comando nelle istituzioni e nei gangli fondamentali delle strutture economiche pubbliche o semi pubbliche del sistema capitalistico italiano.

Quel che esprime il DPEF

La presentazione del tradizionale Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (DPEF) di aprile non fa che confermare alcuni tratti della situazione economica e delle attuali scelte di fondo della borghesia e delle istituzioni capitalistiche europee e di rimando di quelle del governo italiano.

Per riassumere,

– una situazione economica internazionale particolarmente difficile tanto che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevede per la più debole crescita mondiale dal 1990 e una fortissima fragilità del sistema finanziario (basti pensare al crack di alcune banche), frutto anche delle parziali riorganizzazioni delle filiere produttive collegate ai processi contradditori della cosiddetta demondializzazione (molto relativa) dell’economia capitalista e beninteso della guerra in Ucraina;

– la scelta di considerare prioritaria la lotta all’inflazione e quindi di porre fine a una fase di politiche espansive, in altri termini torna centrale la riduzione dei deficit di bilancio e la riproposizione pura e semplice delle politiche di austerità per come le abbiamo conosciute negli anni passati; tutto questo significa tagli sempre più significativi della spesa pubblica sanitaria e sociale, delle pensioni e beninteso una azione volta a stoppare qualsiasi movimento delle classi lavoratrici per recuperare quanto l’inflazione da profitti ha loro rubato;

– ritorna quindi di piena attualità la contrazione della spesa pubblica per garantire un forte avanzo primario che riduca il debito dello stato (l’avanzo è quantificato in 6 miliardi nel 2024 e in 26 e 45 miliardi nei due anni successivi), attraverso l’attacco alle condizioni dei settori più deboli della società, la riduzione delle pensioni e il contenimento degli stipendi nel PI; tutto questo si combina con la forte attenzione del governo Meloni a salvaguardare i privilegi economici della piccola e media borghesia nei più diversi settori di attività, (la sua principale base sociale ed elettorale) e gestendo l’economia in funzione dei profitti e delle rendite finanziarie della grande borghesia, ben sapendo che deve garantirne gli interessi fondamentali .[1] E continuano ad aumentare le spese militari.

Siamo quindi all’interno delle politiche “draghiane”, corrette secondo le nuove condizioni dell’economia capitalista, combinate all’offensiva ideologica, culturale e regressiva sul piano dei diritti, indispensabile a produrre nemici ed obiettivi fasulli per i lavoratori,  provando a nascondere la realtà antisociale delle scelte governative e costruendo una narrazione ideologica (falsa coscienza) della storia del paese, per cancellare il portato delle lotte della classe lavoratrice, così ben testimoniato dal 25 aprile e dal I maggio.

Né deve ingannare la scelta governativa di utilizzare i tre miliardi che si sono liberati dal piccolo scarto tra deficit tendenziale e deficit programmato per ridurre il cosiddetto cuneo fiscale sui salari medi e bassi; una misura che, nel migliore dei casi (ma non è certo), avrà un’incidenza di 40 euro al mese, rivolta, secondo la loro stessa ammissione, a mettere al riparo i padroni dalle tensioni salariali e dalle richieste di aumento delle lavoratrici e dei lavoratori.

Questa piccola riduzione fiscale infatti ha poco a che vedere con le necessità delle salariate e dei salariati colpite/i da un impoverimento che dura da 30 anni e da una inflazione a due cifre. Per recuperare quanto è andato perduto con il carovita e con gli aumenti della produttività dirottati a vantaggio dei soli padroni, non bastano certo i miseri 30/40 euro ma servono forti aumenti per tutti di almeno 300 euro e il recupero automatico e permanente dei salari, facendo ritornare in vita la scala mobile che, proprio 30 anni fa, si è voluto cancellare con un inverecondo accordo tra le 3 Confederazioni sindacali, il governo e la Confindustria.

Così distanti da Francia, ma anche da Inghilterra e Germania

E’ quasi surreale che si discuta dell’introduzione della scala mobile in un paese come la Germania, e non in Italia. Ed è molto negativo per la classe lavoratrice del nostro paese che di fronte allo scenario economico presente e agli enormi profitti delle società capitaliste non si stia organizzando una mobilitazione di massa, come quelle in corso da mesi in Francia, in Inghilterra e in Germania. In Italia assistiamo a un’assurda pace sociale a totale vantaggio dei padroni, punteggiata qua e là solo da lotte isolate sempre più difficili, e a una totale subalternità delle direzioni sindacali confederali al di là dei loro pronunciamenti più o meno combattivi espressi dai palchi congressuali. Neanche l’arrivo al governo del principale nemico storico e politico delle lavoratrici e dei lavoratori, cioè dell’estrema destra, ha smosso le acque e modificato seriamente le politiche degli apparati burocratici sindacali.

Non stupiscono le scelte della CISL da tempo sempre più governativa rispetto a qualsiasi soggetto politico al potere e per altro per nulla dissenziente dalla Meloni su alcune questioni cruciali (codice degli appalti e autonomia differenziata, che non a caso ha imposto fossero espunte dalla piattaforma dei 3 sindacati), ma anche la CGIL e la UIL, che a parole, proclamano la loro ferma opposizione alle politiche del governo, finiscono ad accodarsi al carro e ai tempi della direzione cislina, rinunciando a qualsiasi consistente mobilitazione.

Così le proclamazioni altisonanti e ripetute di una  lotta dura ed ampia del segretario CGIL, sono rimaste parole prive di conseguenze pratiche. La montagna, cioè le riunioni delle tre Confederazioni, hanno partorito il classico topolino: nessun sciopero, nessun progetto serio di attivazione della classe, ma solo tre manifestazioni largamente simboliche su tre piazze da svolgersi il sabato, senza alcuna interruzione del lavoro, cioè senza pesare sulle attività produttive delle aziende. Non solo una mobilitazione insufficiente, ma un percorso del tutto simbolico che costruisce una finta lotta, attento soltanto a salvare la faccia e la credibilità (in discesa) dei gruppi dirigenti a scapito del necessario scontro sociale reale contro governo e padroni. Siamo al di sotto del minimo sindacale per giocare con le parole.

Non c’è dubbio che possono esserci preoccupazioni sulla possibilità di riuscita degli scioperi, dopo anni di passività e di cedimenti e che la loro costruzione richiede una preparazione attenta. La necessaria realizzazione delle assemblee sui luoghi di lavoro, sarà infatti utile ed efficace solo se apparirà chiaro agli occhi delle lavoratrici e dei lavoratori che le direzioni vogliono fare sul serio, cioè impegnarsi veramente a costruire le condizioni di uno sciopero forte, che deve essere indicato come obiettivo fondamentale da raggiungere e da non procrastinare in eterno.

Quanto sta avvenendo in altri paesi dovrebbe essere usato come un esempio e uno stimolo per riprendere quella strada di mobilitazione che nel passato ha permesso alla classe operaia italiana di raggiungere grandi risultati che poi, via via, sono stati persi.

Siamo lontani da una scelta conseguente dei dirigenti confederali, anche perché non sembra che molti di loro vogliano arrivare allo sciopero che colpirebbe non solo il governo, ma anche quel padronato con cui stanno cercando convergenze nella speranza di strappare qualche briciola all’esecutivo In realtà è solo colpendo i capitalisti stessi, primi responsabili della condizione dei lavoratori che sarebbe possibile non solo complicare la vita al governo, ma anche riprendersi (almeno in parte) quello che questi hanno rubato e stanno rubando alla classe lavoratrice.

Utilizzare le assemblee per costruire un percorso di lotta e sciopero

Le assemblee sui luoghi di lavoro vanno utilizzate dai militanti sindacali per attivare un diverso percorso, per dire che dobbiamo fare come in Francia, Inghilterra e Germania, individuando una piattaforma di lotta per forti aumenti salariali e una nuova scala mobile, la riduzione dell’orario a parità di paga, quindi una riduzione dello sfruttamento, e un percorso di mobilitazione che sappia generalizzare la lotta e un vero e grande sciopero, costruendo così le condizioni di forza e di unità che permettano di tornare a vincere. Non è facile uscire dallo stagno in cui si è caduti e che demoralizzano ampi settori della classe operaia, ma questa è la sola strada per provare a uscire dal pantano.

Le scelte attendiste delle Confederazioni potrebbero lasciare qualche margine di iniziativa e di credibilità maggiore alle organizzazioni sindacali di base, che hanno individuato alcune giornate di sciopero tra aprile e maggio. Solo che queste hanno deciso scioperi separati in tempi diversi; è un passo indietro rispetto all’anno scorso, quando era stata raggiunta una convergenza unitaria sia sulle piattaforme rivendicative che sui tempi della mobilitazione. Questa divisione renderà più difficile un percorso di lotta efficace; difficile inoltre scalfire la “credibilità”, se pure in declino, delle direzioni sindacali maggioritarie, in un simile contesto.

Siamo molto lontani dall’”intersindacale” francese, quella struttura, che pur con limiti, sta conducendo le lotte in Francia.

Resta l’augurio ma anche il nostro impegno con le nostre e i nostri militanti sindacali a favorire la convergenza tra tutte le forze sindacali di classe interne ed esterne alle confederazioni.  Grande è l’impegno e il ruolo della sinistra di opposizione nella CGIL affinché qualche cosa si muova al suo interno e possa permettere un ruolo ben più efficace delle tante e tanti militanti che fanno riferimento al maggiore sindacato italiano.

Questa attività sociale e sindacale alternativo che per noi organizzazione e singole/i militanti è così centrale, non ci risulta avere lo stesso rilievo in altre forze politiche della sinistra radicale; ci pare che essa sia solo in parte presente (qualche volta anche subordinata agli apparati burocratici maggioritari) mentre la preoccupazione maggiore resta collegata alle vicende elettorali, di cui non neghiamo l’importanza, ma che certo non sono quelle oggi decisive per modificare i rapporti di forza tra le classi. Anche da questo punto di vista qualcosa dovrebbe cambiare.

Per intanto nelle due date simbolo, quelle del 25 aprile  e del I maggio si lavori per la piena convergenza tra la mobilitazione antifascista e la mobilitazione sociale di classe.

*Sinistra Anticapitalista

[1] L’avanzo primario indica la differenza tra le entrate e le uscite pubbliche al netto degli interessi del debito pubblico. E’ indicativo che nel DPF che si preveda una forte diminuzione della crescita dei consumi delle famiglie, che nel 2022 è stata del 4,7%, mentre quest’anno sarebbe solo più dello 0,7% e di poco superiore dell’1% nei due anni successivi.

Print Friendly, PDF & Email