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Il segreto di Pulcinella: l’inflazione viene dai profitti

È piuttosto diffusa tra gli economisti la moda di etichettare ogni tipo di congiuntura con formule accattivanti, spesso nello slang inglese. Oggi saremmo in presenza della cosiddetta greedflation, ovvero l’inflazione da avidità. Curiosamente, esponenti di spicco del mondo accademico e istituzionale borghese hanno puntato l’indice contro l’espansione avida dei profitti all’origine di buona parte del contributo alla crescita dei prezzi, ovvero contro loro stessi e i loro rappresentati. 

Ha cominciato il bollettino mensile della Banca centrale europea del mese di febbraio e poi riproposto nei mesi successivi, cui ha fatto eco successivamente, a giugno, una pubblicazione del Fondo monetario internazionale. Il primo ha evidenziato la crescita della componente dei margini di profitto nella spiegazione dell’inflazione, raggiungendo un picco del 60 per cento a fronte di una quota dei profitti sul valore aggiunto del 40 per cento. I ricercatori del FMI ottengono i medesimi risultati nella scomposizione classica basata sul deflatore del PIL, ma includono anche i risultati fondati sulla scomposizione del deflatore dei consumi. Se da un lato tale ultima scomposizione consente di identificare meglio l’impatto sulla spesa delle famiglie, eliminando il contributo delle esportazioni e isolando quello delle importazioni, dall’altro lato si basa su assunzioni teoriche non necessariamente fondate. Ciò nonostante, i risultati sono netti e sbalorditivi: i profitti domestici spiegano il 45 per cento, i prezzi alle importazioni il 40 per cento, mentre il costo del lavoro un misero 25 per cento, con un contributo negativo e disinflazionistico delle imposte nette. 

Insomma, l’inflazione esiste perché i capitalisti sono avidi; greed is bad & ugly, l’avidità è brutta e cattiva; occorre al più presto tornare a un capitalismo etico e dal volto umano; i capitalisti vanno ricondotti psicologicamente alla morale buona dell’other regarding e deviati dalla morale cattiva del self regarding; le banche centrali e i policy maker giocano un ruolo decisivo di moral suasion; se il problema è di tipo etico, anche la soluzione non può che risiedere nella sfera dell’etica. Padroni, abbiate pietas, siate umani, buoni e altruisti; così vivremmo tutti felici e contenti. 

Purtroppo quanto detto non è una nuova entusiasmante favola per bambini, si tratta piuttosto del filone di pensiero dominante nell’ideologia degli economisti borghesi. Lasciamo, quindi, perdere ogni frustrante e sconcertante idiozia e volgiamo lo sguardo alla realtà concreta e materiale, che, al contrario, ha un nome e un cognome indelebile e certificato dalla storia: la lotta di classe e lo sfruttamento capitalista.

Tendenze e controtendenze della crisi

Innanzitutto, il modo di produzione capitalista resta ormai intrappolato da oltre un cinquantennio in una onda lunga di tipo stagnante, che gli economisti borghesi meno bugiardi preferiscono inquadrare come la cosiddetta stagnazione secolare. Ciò è vero per lo meno per quanto riguarda i paesi più sviluppati e astraendo dalle oscillazioni delle congiunture cicliche, che non vanno comunque trascurate. Infatti, anche Ernest Mandel ci sottoponeva sempre a uno sforzo di analisi duplice, in grado di cogliere una tendenza di fondo comune, ma anche le specificità e le controtendenze di ogni fase. Così egli fece quando dovette analizzare le formule allora ricorrenti, come la stagflation o la slumpflation. Il mondo, come si intuisce, non è poi così tanto mutato; pur tuttavia, occorre sviluppare sempre tutte le contraddizioni che emergono, per un’analisi esaustiva della totalità e della dialettica delle relazioni incrociate. Ciò è tanto più vero oggi, dove, a differenza delle svolte che tipizzano i trapassi delle onde lunghe, le congiunture non sono pienamente sincronizzate, non soltanto a causa della presenza dirompente di imperialismi nuovi e crescenti, come quello cinese, che inevitabilmente impongono disaccoppiamenti e innescano controtendenze, per lo meno in un primo periodo. Per esempio, l’inflazione che si sperimenta negli Usa e in Canada ha molti tratti in comune, ma anche specificità differenti, rispetto a quella europea, essendo maggiormente trainata da fattori legati alla domanda piuttosto che all’offerta.

In Europa, al contrario, dapprima si è assistiti a un profondo collasso dal lato della domanda, ormai storicizzato dagli economisti come il Grande Lockdown, che per la verità grande non è mai stato, purtroppo!, il quale faceva esplodere una crisi latente che aveva già cominciato a fare capolino ben prima del Covid, come si osserva facilmente nei dati macroeconomici. In questo primo momento, alla recessione si è accompagnato un approfondimento della deflazione o dell’inflazione pressocché nulla, che aveva dominato il decennio precedente. La Banca centrale europea di Draghi, nonostante tutti i suoi strumenti presunti non convenzionali, non riuscì mai a ripristinare l’obiettivo di un’inflazione al di sotto ma vicina al due per cento, cioè l’unico obiettivo che si sono auto selezionati e per il quale dovrebbero essere valutati e giudicati: insomma, un fallimento senza attenuanti. 

Conseguentemente, le imprese reagirono cominciando a disinvestire e a ridurre gli acquisti, innescando parallelamente una reazione restrittiva dal lato dell’offerta. Ancora una volta, però, le politiche economiche anticicliche e presuntivamente anti pandemiche furono certamente espansive, sia sul lato della politica fiscale che su quello della politica monetaria, ma insufficienti e, soprattutto, largamente fuori bersaglio, ovvero facendo piovere nuovamente sul bagnato, distribuendo molto meno del dovuto a chi ne aveva bisogno e molto più del dovuto a chi non ne aveva bisogno. La conseguenza fu l’ennesimo insuccesso: un sensibile incremento della propensione al risparmio, ma anche un’impennata del ristagno e della tesaurizzazione sino alla ulteriore mancata trasmissione del credito all’economia reale. Così, di fronte alla fuoriuscita dal lockdown, si liberò improvvisamente buona parte della massa monetaria precedentemente accumulata e forzatamente tesaurizzata. Ebbene, se la domanda premeva, la produzione non era ovviamente subito pronta a soddisfarla. Questo mismatch tra domanda e offerta è, in sintesi, all’origine del secondo momento inflattivo, sebbene ancora di rimbalzo in termini di crescita, trainata dall’espansione improvvisa della domanda rispetto all’offerta.  

Il riassestamento dell’offerta fu molto più complicato rispetto a quanto ci si attendeva. Le tensioni imperialistiche furono cruciali, non solo quelle legate alla crisi energetica e alla guerra in Ucraina, ma soprattutto quelle connesse alla nuova geopolitica delle catene del valore, a loro volta dipendenti dalla novella spartizione delle zone di influenza e dal predominio e accaparramento delle nuove materie prime, rare ma indispensabili, ovvero più precisamente due delle cinque salienti caratteristiche dell’imperialismo. Anzi, le pressioni dell’imperialismo, alla base delle ulteriori pressioni inflazionistiche, che gli economisti definiscono come shock esogeni di costo, contribuirono a ripiegare ulteriormente all’indietro l’offerta, generando congiuntamente stagnazione e inflazione, come appunto non si vedeva dagli anni Settanta. Ecco giunti allora al terzo momento, quello della stagflazione.

Come allora Mandel stuzzicava, con provocazioni ripetute, il policy maker borghese sul dilemma tra inflazione e recessione, con pagine divenute indimenticabili, così oggi ritorna il dramma shakespeariano che infiamma i falchi pro-recessione contro le colombe pro-inflazione. Già lo stesso Mandel ci spiegò sino alla nausea che le politiche monetarie possono limitarsi solo a fare meno danni del previsto o, al meglio, a posticipare e mitigare molto limitatamente una recessione comunque inevitabile e sempre più dannosa rispetto al passato. Sarcasticamente, diremmo noi che il policy maker è più propriamente un policy taker, prigioniero dei vincoli dell’accumulazione di capitale; i suoi margini di manovra sono sempre più ristretti e delimitati dalle tendenze inesorabili dell’accumulazione sul saggio di profitto, dalla ciclicità necessaria e dall’esplodere della crisi da eccesso di sovrapproduzione. 

L’equazione degli scambi, scriveva Marx, funziona dalla massa di valore alla massa monetaria, e non viceversa; così, alla stessa stregua, l’andamento dei prezzi determina quello dei tassi, ed è quasi suicida l’ostinazione contraria, per lo meno nel contesto di un’economia capitalista dominata dalla produzione e realizzazione di plusvalore, nelle forme poi superficiali della tripartizione tra profitti, interessi e rendite. L’aumento dei tassi d’interessi non è altro che la scala mobile del capitale monetario su quello produttivo, l’indicizzazione automatica dei prezzi intermediati dalle banche su quelli esercitati dalle imprese. E qui la scala mobile funziona, eccome se funziona. 

Siamo così arrivati al quarto momento tragico, ovvero quello nel quale all’inflazione si affianca una cura recessiva, a sua volta ostacolata dall’influenza reciproca delle reazioni e controreazioni imperialiste su scala mondiale, che tendono a frenare il processo disinflazionistico. Ecco tornata allora la crudeltà congiunta della recessione e dell’inflazione, della perdita del potere d’acquisto e della disoccupazione di fatto, del crollo dei salari reali e della precarietà di massa. 

L’avidità è brutta e cattiva

Così sia le cattedre borghesi sia le banche centrali hanno preferito scagliarsi contro le cause economiche dell’inflazione, non potendo fare nulla dal punto di vista delle politiche monetarie, inevitabilmente restrittive.  Tuttavia, anche con riferimento alle pressioni imperialiste riconoscono di non poter fare nulla e, difatti, nei loro modelli questi eventi sono catturati e continuano ad agire come disturbi stocastici esogeni. Al contrario, sulla componente legata alla remunerazione dei presunti fattori produttivi, lavoro e capitale, hanno molto da dire. Ma stavolta poco potevano contro il lavoro, già abbondantemente falcidiato dall’abolizione dei meccanismi di indicizzazione automatica dei salari ai prezzi, nonché dalla debolezza cronica del movimento operaio, soprattutto in Italia, mentre era difficile sorvolare sulla componente dei profitti. Insomma, ci sarebbe uno spazio per i profitti di garantire contemporaneamente non solo un assorbimento della ripresa dei salari reali, ma soprattutto una riduzione nella crescita dei prezzi. 

Anche una recente pubblicazione della Banca d’Italia ha chiarito, semmai ce ne fosse stato bisogno, come, in tempi d’inflazione, la quota dei profitti sul valore aggiunto può aumentare anche se i margini di profitto non crescono e, talvolta, persino se si riducono. Infatti, la produzione totale è pari alla somma del valore aggiunto e dei costi intermedi. A sua volta, il valore aggiunto al costo dei fattori è dato dalla somma di salari e profitti. Quindi, i profitti sono dati dalla differenza tra l’ammontare della produzione totale e l’ammontare dei costi totali, costo per l’acquisto degli input intermedi e costo del lavoro; il margine di profitto, ovvero il markup, equivale invece al rapporto tra queste due entità. Di fronte all’impennata nei prezzi degli input intermedi, anche tenendo ferma la percentuale di ricarico, la quota totale dei profitti sul valore aggiunto può certamente aumentare se, d’altro canto, i salari non crescono altrettanto. In altri termini, il salario reale si riduce rispetto alla produttività e, con ciò, aumenta la quota del prodotto destinata alla classe capitalista e si riduce quella destinata alla classe lavoratrice. Tutte le statistiche mostrano una significativa crescita della quota dei profitti e una corrispondente diminuzione di quella dei salari, mentre le evidenze empiriche sulla dinamica dei margini di profitto sono differenti tra paesi e tra settori produttivi, nonché risentono delle diverse procedure di computazione e della disponibilità tempestiva dei dati settoriali.       

Tanta eco hanno giustamente avuto in Italia le elaborazioni sulla dinamica dei salari nominali negli ultimi trent’anni rispetto agli altri paesi Ocse. Tuttavia, non sono condivisibili le conclusioni dell’ex presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, quando contrappone il trend dei salari in Italia a quello tedesco, che, viceversa, sarebbe caratterizzato da una spinta alla crescita in grado di innescare un circolo virtuoso con l’innovazione e la produttività. Questi errori sono dietro l’angolo quando ci si ferma a guardare i salari nominali, senza considerare la produttività. All’opposto, per un’analisi di economia critica, i salari reali sono più importanti dei salari monetari, perché tengono conto dell’effettivo potere d’acquisto; i salari relativi sono più importanti dei salari reali, perché tengono conto dell’andamento della produttività del lavoro e, quindi, della profittabilità delle imprese. 

In Italia, la quota dei salari sul valore aggiunto era pari al 69,68% nel 1975. Il crollo repentino comincia a partire dal 1984, ovvero dopo l’accordo di San Valentino sulla scala mobile, sino a raggiungere il 62,49% nel 1990. Il limite minimo lo si raggiunge nel 1995, pari a 58,97%, dopo la famigerata politica dei redditi, ops profitti, caratterizzata dall’abolizione definitiva della scala mobile, dalla moderazione salariale, nonché, così come osannato dai populisti e sovranisti, della destra e della pseudo sinistra, dalla svalutazione competitiva della lira e dal vergognoso maltolto sul carovita dato dalla differenza tra l’inflazione effettiva e quella programmata. Venendo ad oggi, si è passati dal 60,17% nel 2019 al 59,73% nel 2022 e al 58,77% secondo le previsioni, a giugno, nel 2023 (dati Ameco). Siamo praticamente tornati al picco inferiore del 1995. La riduzione di 1,4 punti percentuali in così poco tempo è dirompente, soprattutto se non verrà adeguatamente arrestata da una nuova ondata di lotte sociali e sindacali in grado di favorire una riscossa salariale nelle contrattazioni collettive. Fatto cento il costo del lavoro per unità di prodotto nel 2015, questo risultava pari a 126,17 nel 1975, crollava poi a 110,79 nel 1990; dal valore di 101,24 nel 2019 si è ridotto a 97,41 nel 2023, con una diminuzione di quasi quattro punti percentuali. Non solo non si è recuperato il prima della pandemia, ma si è scivolati ben sotto il 2015.

Le cifre tanto gloriose della Germania sono caratterizzate da un discesa rapida della quota dei salari, dal 64,95% nel 2000 al 60,05% nel 2007. Sono gli anni della deflazione salariale competitiva e della pesante cura social-liberista dell’agenda Schroeder, che ha prodotto la più rapida crescita delle diseguaglianze registrata nei paesi avanzati, come ebbe modo di mostrare l’Ocse stessa. Altro che modello da perseguire, come vorrebbe il pentastellato ex presidente dell’Inps. Anche in Germania la quota dei salari è stata falcidiata dalla c.d. greedflation, passando dal 65,2% del 2019 al 62,58% di oggi, con un calo vertiginoso di quasi tre punti percentuali. In questo caso, i dati mostrano inequivocabilmente anche un incremento sensibile dei margini di profitto, come testimoniato nelle diverse pubblicazioni sopra menzionate. 

… per me le cose sono due: lacrime mie o lacrime tue

Il mainstream borghese si divide allora in due gruppi. Da un lato, la versione filantropica e compassionevole, che comprende bene la falsità ideologica del mantra della concorrenza perfetta, ma si affida alla benevolenza di lorsignori nel ridurre le loro brame di profitto e la loro sete di plusvalore, nel tentativo maldestro di conciliare l’inconciliabile. Dall’altro lato, la versione volgare e mistificatoria, la quale ripudia la non razionalità dei comportamenti non finalizzata esclusivamente alla massimizzazione del profitto, ma che confida nella virtù taumaturgica della concorrenza perfetta o, almeno, dei cosiddetti mercati contendibili, ovvero delle forme di potere di mercato rigidamente determinate dalle condizioni della domanda e della imperfetta sostituibilità di beni e servizi. 

Nel primo caso ci si dimentica che la ricerca spasmodica del profitto non è un hobby stravagante per la classe padronale, quanto piuttosto si tratta di una necessità per l’autovalorizzazione del capitale come unica forma di conservazione del capitale stesso di fronte alla concorrenza del mercato su scala mondiale. Non è allora in nessun modo possibile per la classe lavoratrice recuperare il maltolto senza scomodare il tanto rimosso conflitto di classe. L’etica non c’entra nulla, sia nella causa da cui scaturisce l’avidità capitalista, che non è psicologica e moralista ma tipicamente materialista e dialettica, sia nella soluzione al problema, che non potrà mai far ricorso al filantropismo di lorsignori, quanto piuttosto esclusivamente all’unico motore della storia, che è sempre e comunque la lotta di classe.   

Nel secondo caso si ha un miscuglio esemplare di confusione e mistificazione. Certamente, la concorrenza perfetta così come descritta nei manuali di testo dell’economia volgare non esiste e non è mai esistita. Invero, la libera concorrenza dei classici, approssimabile con la versione idiota dei mercati contendibili nei versetti satanici dei neoclassici, è un ricordo lontano del capitalismo che fu. Propriamente, il capitalismo dei monopoli, della concentrazione e centralizzazione dei capitali, del crescente fenomeno di fusioni e acquisizioni, è il fulcro della determinazione dei profitti e dei prezzi di monopolio, della loro discrepanza con il tasso di profitto uniforme e con i prezzi di produzione e riproduzione della libera concorrenza, ovvero della loro trasformazione ultima del valore, come prima forma fenomenica di rappresentazione della sostanza del lavoro astratto.

Ciò nonostante, non è necessario ricorrere ai prezzi di monopolio per giustificare e comprendere l’inflazione da avidità, dei margini di profitto esagerati o sproporzionati rispetto all’andamento dei costi. Anche nel regime di libera concorrenza, il vettore dei prezzi di produzione, prezzi relativi va da sé, si determina, a parità di condizioni della produzione e della domanda normale delle merci, una volta ottenuto il tasso generale di profitto, uniforme va da sé, in quanto fattore moltiplicativo e non additivo, ma sempre essendo dato innanzitutto il saggio di salario della classe lavoratrice. L’aumento nella scala dei prezzi non avrebbe alcun effetto, tranne nel caso in cui il saggio di salario non segua questa nuova scala, mobile, ovvero di fronte a una variazione effettiva del tasso di plusvalore del sistema. In sostanza, la caduta del saggio di salario reale implica inevitabilmente un aumento del tasso di profitto uniforme, in quella relazione inversa salario-profitto, data a parità di condizioni di produzione. 

Pertanto, l’incremento del tasso di profitto è assolutamente compatibile anche con la libera concorrenza, nel caso di riduzione del salario reale. La libera concorrenza agisce come armonizzazione verso il tasso di profitto uniforme, nuovo e più elevato. La classe capitalistica nel suo insieme ha tutto l’interesse a sfruttare la debolezza della classe lavoratrice nella mancata reazione all’aumento dei prezzi; in questo modo, attraverso l’aumento del tasso di plusvalore e dello sfruttamento di classe, la borghesia riesce piuttosto a controbilanciare le tendenze alla caduta del saggio di profitto. Se qualche impresa non potesse aumentare adeguatamente i prezzi e dovesse rinunziare al tasso di profitto di concorrenza sarebbe incentivato a riversarsi in altri settori produttivi. Questa è l’unica vera fonte della locomotiva dei profitti, quell’inaspettato nuovo miracolo economico osannato dal giornalismo mediocre, sicofante di Confindustria e del governo patriota; esattamente come fu la narrazione nell’epoca dell’inflazione e della svalutazione competitiva e gloriosa, per lorsignori, nei primi anni Novanta. Ancora una volta suona il ritornello di una crescita economica che risulta sempre e comunque a danno dei salari reali e della classe lavoratrice. 

La confusione, che purtroppo invade anche la sinistra d’accademia, persino quella che vorrebbe richiamarsi all’economia critica, si basa essenzialmente sul misconoscimento della duplicità della contraddizione capitalista. Da un lato, v’è sicuramente la contraddizione nella molteplicità dei capitali, fratelli ma nemici, in grado di scatenare la lotta per la concorrenza e la crescente concentrazione e centralizzazione del capitale, nonché la formazione dei monopoli in competizione tra loro, la discrepanza dei profitti di monopolio rispetto ai profitti normali. Questa è, del resto, la corretta interpretazione critica della concorrenza monopolistica, non quella buffonata idiota che si insegna nei corsi di economia, fondata sulla imperfetta sostituibilità dei beni e servizi e sul corrispettivo potere di mercato, determinato sulla base dei parametri profondi dell’elasticità della domanda rispetto al prezzo. Dall’altro lato, v’è la contraddizione tra capitale e lavoro, per cui alla riduzione del salario corrisponde una diminuzione dei profitti, e viceversa. 

La prima contraddizione fa convergere il più possibile i tassi di profitto di monopolio a quello, ormai anacronistico, del tasso di profitto uniforme di libera concorrenza, ovviamente senza mai raggiungerlo. La seconda contraddizione guida il tasso di sfruttamento e fornisce la cornice nella quale devono muoversi e determinarsi i profitti di monopolio. Sarcasticamente, potremmo concludere che i padroni non sono affatto price taker come vorrebbero gli economisti volgari, sia nella versione autentica di concorrenza perfetta sia nella versione camuffata del potere di mercato, comunque determinato dalle caratteristiche di non omogeneità dei beni e servizi, quanto piuttosto sono dei veri e propri price maker, in quanto decisori dei prezzi e dello sfruttamento di classe.   

Pertanto, uno, le imprese sono avide per necessità, reale e razionale, e non per capriccio, irrazionale e contingente; due, l’inflazione è soprattutto figlia dello sfruttamento capitalista e della debolezza della classe lavoratrice e, solo in subordine, del regime di monopolio; tre, la soluzione etica e idealista è soltanto un abbaglio autoconsolatorio e deprimente, utopistico e illusorio; quattro, la soluzione fondata sulla regolamentazione anti monopolistica è nei fatti anacronistica, perché riconducibile alla storia di un capitalismo defunto, nonché fuorviante, perché non coglie la radice ultima dell’inflazione, che risiede, non già nel potere di mercato inter-capitalistico, quanto piuttosto nell’aumento del tasso di sfruttamento. 

Per queste ragioni, di fronte all’obiettivo della lotta all’inflazione da profitti, l’unica soluzione non può che essere centrata sulla controffensiva di classe, sulla riconquista della coscienza di classe, sullo sciopero generale della classe lavoratrice, sul recupero dei salari, non solo rispetto alla crescita dei prezzi e/o dei margini di profitto, ma anche nei confronti di tutta la produttività perduta negli ultimi cinquant’anni. Cantava Elodie, al festival di Sanremo,  per me le cose sono due: lacrime mie o lacrime tue!

Dal capitalismo della decrescita all’ecosocialismo della crescita

La storia del tardo capitalismo è quella di un capitalismo in declino crescente, sebbene con notevoli contraddizioni al suo interno. I paesi più sviluppati registrano cadute tendenziali del saggio di profitto cui non riescono più facilmente a porre un freno, essendo le cartucce delle controtendenze quasi tutte spuntate. L’ultima trovata è quella dell’inflazione da avidità, che ha funzionato tra Natale e Santo Stefano, difatti già accantonata con la reazione recessiva delle politiche monetarie. Al tempo stesso, i dati sul trend del grado di inutilizzo della capacità produttiva sono sempre lì a testimoniare la profondità dell’onda lunga stagnante.

Di contrasto, si è manifestata la crescita impetuosa del nuovo imperialismo cinese e, in generale, del capitalismo asiatico. Tuttavia, questi straordinari tassi di crescita non compensano affatto quelli deludenti dei paesi più progrediti, col risultato che il reddito medio pro capite a parità di potere d’acquisto era ancora ai livelli della Guinea Equatoriale prima della pandemia, mentre nel 2023 è prossimo a quello della Georgia, Thailandia e della Macedonia del Nord, più o meno il 40 per cento di quello italiano. Al contrario di quanto si respira anche nei salotti della sinistra perbene, il paradigma della decrescita è ormai indissolubilmente associato al modo di produzione capitalista, ed è una decrescita piuttosto infelice. Non possiamo più tollerare che sia il capitalismo a dover espletare e gestire il compito della crescita ancora necessaria per sradicare definitivamente dalla storia sia la povertà che lo sfruttamento. Il prezzo da pagare sarebbe mostruoso. Il modo di produzione capitalista è ormai inutile e dannoso: inutile perché i suoi tassi di crescita sono lenti e insufficienti, ma anche maledettamente iniqui e climaticamente disastrosi; dannoso perché la sua economia galleggia su una secolare crisi di sovrapproduzione, fonte continua di eccesso di sovrapproduzione, con tanto di superfluo, sperpero e spreco, nonché inevitabilmente proiettata alla barbarie sociale ed ecologica.

Tuttavia, accanto all’involuzione reazionaria delle forze distruttive del modo di produzione capitalista, in grado di provocare solo disoccupazione e precarietà di massa sul piano sociale, disastri naturali e climatici sul piano ecologico, si sviluppano in misura crescente le forze produttive del modo di produzione ecosocialista, basate sulla condivisione, sulla cooperazione e solidarietà, e non più sulla competizione, concorrenza e sfruttamento. Sebbene la scienza non sia affatto neutra, il modo di produzione capitalista concepisce nel suo seno le nuove forze produttive che sono in grado potenzialmente di distruggerlo. La scienza applicata alla produzione spinge l’acceleratore del pluslavoro e il freno del lavoro necessario. Il risultato è, però, quello della liberazione potenziale del lavoro libero e disponibile e della riduzione al minimo del tempo di lavoro necessario. Da un lato, le nuove tecnologie digitali impongono la condivisione al posto della competizione, l’open source al posto del copyright, la produzione a costo addizionale nullo al posto del costo del lavoro crescente. Dall’altro lato, le nuove tecnologie ecologiche si basano sulle fonti energetiche rinnovabili e non più sui combustibili fossili, sulle comunità energetiche e non più sull’imperialismo della spartizione delle risorse, sull’efficacia energetica e non più sulla produzione energivora.  

Le forze produttive sono in palese contraddizione con i rapporti di proprietà. L’ecosocialismo è un modo di produzione orientato alla qualità e non alla quantità, ai bisogni e valori d’uso e non al valore e al profitto, alla condivisione e non alla competizione, all’internazionalismo e non all’imperialismo. Non si tratta, quindi, di crescere di più o di meno, quanto di crescere meglio. Questa è la svolta epocale dell’ecosocialismo, come negazione della negazione del capitalismo, a sua volta nei confronti della produzione mercantile semplice. Tuttavia, anche dal punto di vista del paradigma quantitativo della crescita, il capitalismo ha ormai fatto il suo tempo. La crescita ineguale e combinata, secondo la matrice dell’anarchia di mercato capitalista, continua a produrre solo danni: ineguale perché costringe i paesi più poveri a diventare sempre più poveri sottomettendoli ripetutamente allo sfruttamento vandalico dei nuovi e vecchi imperialismi; combinata secondo l’anarchia di mercato perché limita la potenzialità enorme della pianificazione democratica su scala mondiale, costringendo l’esistenza umana a sempre maggiori rischi, soprattutto sul piano ecologico. 

Ecco allora che soltanto la transizione ecosocialista può trasformare la quantità in qualità, sia attraverso la finalità del valore d’uso e non del valore, sia attraverso la liberazione potenziale dalla necessità della sopravvivenza materiale e dalla prigione dello sfruttamento capitalista. Il passaggio dal capitalismo all’ecosocialismo non è solo una questione che attiene al modo di distribuzione, è anche e soprattutto un problema del modo di produzione. Da un lato, la transizione gemella, digitale ed ecologica, consente la costituzione di comunità energetiche sul piano sovranazionale, come per esempio in Europa sfruttando l’energia eolica del Nord e quella fotovoltaica del Sud; una rete energetica che si accende e si spegne, si consuma e si scambia, si produce e si accumula, con una energia prodotta a profitto e prezzo nullo. Questa rappresentazione rende al meglio l’idea della abolizione nel medio periodo della cosiddetta inflazione gemella, verde e avida, la greenflation cattivadi tipo capitalista, ovvero dell’incremento dei prezzi legato alla transizione ecologica sotto il dominio borghese. Dall’altro lato, l’ecosocialismo consiste non solo nella messa al bando delle fonti fossili, ma soprattutto nell’abolizione della produzione energivora dei beni e servizi superflui e di lusso, non essenziali e di accumulo per la classe capitalista; una riduzione della produzione anche per mezzo dell’incremento cospicuo dei prezzi dei beni e servizi energivori e ad alto costo di riciclo e riutilizzo. Questa rappresentazione rende al meglio l’idea della necessità della greenflation buona, di tipo ecosocialista, tipica delle merci energivore e superflue, ovvero dell’incremento dei prezzi legato alla transizione ecologica sotto il dominio della classe lavoratrice.

Alla base del programma di transizione ecosocialista c’è innanzitutto la riduzione del tempo di lavoro e la questione salariale, cui abbiamo solo fatto cenno. Tuttavia, nessuna transizione ecosocialista è possibile senza la duplicità della proprietà pubblica e della pianificazione democratica. Ecco perché nel programma di transizione è doveroso includere sia un riferimento all’energia bene comune, ovvero alla proprietà pubblica di tutto il settore energetico, in grado di rimuovere definitivamente profitti e dividendi dalle bollette, sia all’incremento massivo degli investimenti per la riconversione ecosocialista, anche attraverso una politica fiscale espansiva con l’emissione di euro-red-green-bond finanziati per mezzo dell’accomodamento della politica monetaria altrettanto espansiva.

In conclusione, la lotta all’inflazione può anche essere condotta utilizzando la leva della politica economica espansiva, ma soltanto al di fuori del contesto capitalista. Se, nel breve periodo, la transizione della politica economica ecosocialista di tipo espansivo può contribuire a far aumentare ulteriormente l’inflazione, questa agirebbe al contrario nel medio periodo, attraverso l’espansione dell’offerta, contrastando in modo efficace l’inflazione da domanda. In ogni caso, si tratterebbe di un’inflazione mirata e selettiva, a vantaggio delle classi popolari e della tutela dell’ambiente, in modo contrapposto a quanto avviene nel modo di produzione capitalista. Anche la crescita ineguale e combinata sarebbe il contrario di quanto avviene con il capitalismo: ineguale perché favorevole agli stati dominati e non imperialisti; combinata perché dispiegata attraverso la pianificazione democratica, volta alla produzione sostenibile e sostanzialmente need oriented, e non attraverso l’anarchia di mercato, volta alla produzione energivora e ecocida ed esclusivamente profit oriented. 

La bussola della rivoluzione permanente ci indica che le tappe possono e debbono essere saltate. Non c’è nessuna ragione al mondo per cui i paesi e i popoli dominati finora dall’imperialismo debbano seguire le orme della produzione energivora dei combustibili fossili. L’ecosocialismo della crescita qualitativa e quantitativa è innanzitutto quello della rivoluzione permanente, ininterrotta e senza tappe, per la liberazione da ogni forma di sfruttamento, qui e ora. 

*Sinistra Anticapitalista

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