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Alcuni giorni fa si è svolta l’Assemblea generale ordinaria di Farma Industria Ticino, l’associazione mantello delle imprese farmaceutiche e chimiche attive sul territorio cantonale.

Questo incontro ci ha colpiti per almeno due motivi. Innanzitutto, per le rivendicazioni padronali indirizzate alle autorità politiche cantonali. Il settore industriale di cui stiamo qui parlando gode di buona salute, crescono i posti di lavoro e la massa salariale, con una cifra d’affari più o meno stabile (2,5 miliardi di franchi). Naturalmente, non una parola sui profitti. Non è mai elegante chiedere quanto guadagna un padrone… Nonostante questo quadro piuttosto positivo, i padroni della farma e della chimica chiedono in maniera piuttosto arrogante maggiori sgravi fiscali, sia per le persone giuridiche che per quelle fisiche. Spudoratamente, questa richiesta è giustificata con la possibilità di sviluppare il “potenziale” del settore in Ticino ed evitare potenziali processi di delocalizzazione a causa della «perdita di competitività derivante da dinamiche economiche strutturali» (Corriere del Ticino, 22.06.2023). In sostanza, Farma Industria Ticino adotta la solita forma del ricatto economico, usata continuamente da altri settori padronali, cantonali e nazionali.

Il secondo fattore che ci ha colpito è come la stampa, in qualsiasi forma, è accorsa al fischio di Farma Industria Ticino, diffondendo con vigore le “rivendicazioni” dei padroni di questo settore, offrendo a questa narrazione di parte una dimensione oggettiva, una sorta di legittimazione pubblica. Non abbiamo una grande stima dei media ticinesi ma l’asservimento totale e cieco dimostrato in questo caso davanti agli interessi particolari – privati – di un settore economico non può non colpire. Nessun approfondimento autonomo sulla reale entità di questo comparto produttivo, nessuna volontà di conservare un minio di capacità di analisi critica offrendo anche altri punti di vista sulla questione produzione-sgravi fiscali. Nulla, solo articoli e servizi agiografici tendenti a presentare l’industria farmaceutica e chimica come il nuovo eldorado economico e, grazie ad  esso, un cantone che potrebbe diventare una “life science valley”. Esattamente la stessa fraseologia usata per l’industria della moda, dove si parlava di “fashion valley Ticino”. E abbiamo visto come la “fashion valley Ticino” è andata sgretolandosi…

In questo contributo vogliamo tentare di dare una visione diversa, più approfondita, di cosa sia oggi l’industria farmaceutica e chimica attiva in Ticino, di quale sia il suo impatto sociale e quale sia il senso delle rivendicazioni urlate dai rappresentanti del padronato.  

Farma Industria Ticino si presenta…

Secondo quanto riportato da Farma Industria Ticino, 53 aziende fanno parte dell’associazione, in maggioranza provenienti dall’industria farmaceutica e solo in parte da quella chimica. Stando alle affermazioni dell’associazione padronale, i due settori darebbero lavoro a circa 3’100 persone, tra produzione, ricerca e società dedite alla sola commercializzazione.  Il fatturato globale raggiunto nel 2022 era di 2,5 miliardi di franchi, quello legato alla sola produzione industriale ammontava invece a 1,8 miliardi. Farma Industria Ticino durante la sua recente assemblea ha sottolineato come «il fatturato complessivo delle aziende associate è rimasto sostanzialmente stabile» (Corriere del Ticino, 22.06.2023). Sarà stato forse stabile fra il 2021 e il 2022 ma, secondo gli scarni dati forniti dalla stessa associazione padronale, in consistente crescita rispetto al medio termine. Infatti, nel 2005 il fatturato globale industriale era di 1,1 miliardi di franchi, passato a 1,125 nel 2010, a 1,3 miliardi nel 2015 per raggiungere, appunto, 1,8 miliardi nel 2021. Più crescita che stabilità, ma quest’ultima è più utile per confortare le rivendicazioni padronali.

Infatti a Farma Industria Ticino piace molto sventolare il fatto che le aziende associate pagano un monte salari globale (inclusivo di oneri sociali) di 275 milioni di franchi. Una cifra che, di per sé stessa, dice ben poco. Se a questi 275 milioni togliamo un 20% di oneri sociali, la massa salariale raggiunge i 220 milioni di franchi. Se la suddividiamo per 3’100 addetti, abbiamo un salario pro-capite di 70’967 franchi annui, pari a 5’459 franchi mensili (tutte le aziende versano il 13° salario). Ecco che la cifra di partenza assume un’altra dimensione, non proprio fenomenale. Senza dimenticare che si tratta di una media e non di una mediana. A titolo di paragone, nel 2020, la mediana salariale ticinese nel settore dell’economia privata raggiungeva i 5’203 franchi mensili…  Questi i pochissimi dati statistici offerti da Farma Industria Ticino. Proviamo ad analizzare il settore incrociandoli con quelli pubblicati dall’Ufficio federale di statistica e da quello del Cantone Ticino.

Il lato oscuro della farmaceutica ticinese…

Le divisioni economiche alle quali appartengono le imprese di Farma Industria Ticino sono la 20 e la 21 della nomenclatura Noga, ossia la fabbricazione di prodotti chimici (20) e la fabbricazione di prodotti farmaceutici di base e di preparati farmaceutici (21). Per quanto riguarda il Ticino, insieme questi due rami davano lavoro, nel 2020, a 3’060 addetti [1], così suddivisi: 684 nella chimica e 2’376 nella farmaceutica. Per questioni statistiche [2], concentriamo successivamente la nostra analisi esclusivamente sulla divisione 21 (fabbricazione di prodotti farmaceutici). Dal 2005 al 2020, questo settore in Ticino ha conosciuto una crescita del 102,5%, da 1’173 a 2’376 addetti. L’evoluzione media del settore in Svizzera è stata del 55,7%. Nel 2005, il ramo ticinese di quest’industria rappresentava il 3,75% di quella nazionale, il 4,88% nel 2020, stabilmente il 5° cantone a livello della produzione di prodotti farmaceutici in Svizzera.

L’espansione del settore in Ticino è stata nutrita attingendo alla forza lavoro frontaliera: questa è cresciuta, sempre per il periodo 2005-2020, del 119,5%. A titolo di paragone, ricordiamo che a livello svizzero, il numero di frontalieri in questo settore è aumentato del 39%. Nel 2020, la percentuale di frontalieri in seno alla fabbricazione di prodotti farmaceutici ha raggiunto il 31,77%, contro il 16,14% a livello svizzero. Un bastione della farmaceutica come Basilea città conta il 17,4% di forza lavoro frontaliera, Argovia, secondo cantone per importanza nell’industria farmaceutica, presenta un tasso del 16,3%.

Questa particolarità della realtà farmaceutica ticinese fa ovviamente il paio con un’altra peculiarità: una differenza salariale mostruosa con il resto del settore in Svizzera. Sul periodo 2008-2020, i salari in Svizzera nel settore dell’industria farmaceutica sono cresciuti mediamente del 17,52%. In Ticino lo spostamento salariale – perché sarebbe abusivo parlare di crescita! – è stato dell’1,99%, cioè una media annuale dello 0,15% pari a 8 franchi all’anno. Ma vi è di peggio. Infatti, se si riflette a livello delle mediane salariali la situazione è devastante. Nel 2008, la mediana salariale in Ticino era di 5’231 franchi. A livello svizzero questa ammontava a 8’543 franchi, una differenza del 38,77% pari a 3’312 franchi. Nel 2020 il divario ha addirittura raggiunto il 46,86%, ovvero 4’705 franchi!

Appare dunque evidente che uno dei fattori principali di attrazione in Ticino di fabbriche attive nella fabbricazione di prodotti farmaceutici è la possibilità di attingere al serbatoio quasi inesauribile di forza lavora frontaliera. La farmaceutica ticinese è quella, a livello svizzero, che ricorre maggiormente, e in maniera chiaramente crescente, alle lavoratrici e ai lavoratori frontalieri. Ed è quella che offre i salari nettamente più bassi. Detto in altre parole, l’industria farmaceutica ticinese prospera anche perché può imporre un tasso di sfruttamento alla propria forza lavoro che non ha eguali in Svizzera.

Il confronto salariale fra i due lati della frontiera

In Italia, i salari nel settore chimico-farmaceutico sono estremamente bassi. Nella tabella che pubblichiamo qui di seguito abbiamo ricostruiti i minimi salariali e le indennità affini previste dal Contratto collettivo nazionale di lavoro Chimico-Farmaceutico. Abbiamo addirittura riportato i valori previsti a metà 2025. Nel Livello A sono compresi quelli che la nostra statistica considera come “Quadri superiori e medi”. Ebbene, questa categoria oscillerà fra i 3’065 e 2’538 euro. Se prendiamo la categoria “Quadri superiori e medi”, la mediana salariale ticinese nel 2020 era di 11’666 franchi[3]. Anche tenendo conto del differenziale temporale – confronto fa il 2025 e il 2020… – e i possibili margini di errore dovuti alle funzioni professionali, il fossato salariale è assolutamente abissale. Evidentemente la dinamica è la stessa anche scendendo nelle classi professionali. Dal livello B al livello C sono inglobati quelli che in Ticino sono considerati i “Quadri inferiori”. Ebbene, al di là della frontiera, i salari varieranno da 2’632 a 2’311 euro mensili.

Nel 2020, la mediana in Ticino per questa categoria di lavoratori era di 7’257 franchi mensili[4]. I lavoratori compresi tra il Livello D e il livello F sono assimilabili alla categoria dei lavoratori “senza funzioni di quadro”. In Italia si andrà da un massimo di 2’236 euro a un minimo di 1’697 euro. In Ticino, nel 2020, la categoria dei “senza funzioni di quadro” disponeva di una mediana di 4’876 franchi mensili.

Indipendentemente dai limiti del confronto proposto, le differenze salariali fra le due parti del confine vanno da un minimo di 3 a un massimo di 4 volte. Queste differenze permettono così alla stragrande maggioranza delle imprese farmaceutiche attive in Ticino di offrire salari nettamente inferiori agli standard elvetici, restando ugualmente molto attrattive rispetto al mercato del lavoro italiano. Questa politica salariale, assolutamente assimilabile a un dumping legalizzato, genera almeno tre fenomeni importanti. In primo luogo permette alle ditte farmaceutiche ubicate in Ticino di realizzare dei margini di profitto elevati, nonostante la tipologia dei prodotti fabbricati non si collochi nelle fasce con il maggiore valore aggiunto.

In secondo luogo, i salari nettamente più bassi rispetto alla media nazionale e alle grandi regioni economiche svizzere partecipano all’impoverimento sociale ed economico generale che sta vivendo ormai da alcuni decenni il nostro cantone. E questo processo sembra destinato a crescere, spinto anche dai tentativi delle società di compensare i costi crescenti generati dalle spese energetiche e dal rincaro di molte materie prime. Se, rispetto a queste spese, il margine di contenimento è più difficile, non lo è a livello della compressione dei salari, grazie all’assenza di vincoli legali e contrattuali sostanziali e alla vicinanza dell’Italia dove le lavoratrici e i lavoratori vivono da lungo tempo una situazione drammatica in materia salariale e di occupazione.

Infine, risulta anche insopportabile lo sfruttamento della forza lavoro frontaliera perché non va mai dimenticato che queste lavoratrici e questi lavoratori producono ricchezza secondo gli standard elvetici. Le merci prodotte in Ticino sono vendute ai prezzi svizzeri sul mercato internazionale (80% della produzione ticinese è infatti esportata). Quindi il salario dovrebbe essere pagato non in funzione del domicilio ma del margine di profitto effettivamente realizzato.

Sgravare chi paga salari da dumping?

Alla luce del quadro che abbiamo tracciato, le rivendicazioni avanzate da Farma Indutria Ticino diventano dunque molto più intellegibili. Innanzitutto, l’organizzazione padronale trasuda una bella dose di arroganza quando esige dalla politica nuovi sgravi fiscali. L’industria farmaceutica si è inserita in Ticino soprattutto per la facilità con la quale può sfruttare una forza lavoro a basso costo rispetto agli altri cantoni elvetici. Il suo contributo allo sviluppo sociale ed economico si è saldato in particolare con  salari inferiori quasi del 50% rispetto alla media nazionale. E ciò in uno dei settori con il più elevato grado di valore aggiunto.

In sostanza, questo settore – beninteso con altri – contribuisce al processo d’impoverimento relativo, soprattutto di ordine salariale, che da tempo sta martoriando il nostro cantone. È anche a causa dei salari come quelli imposti dall’industria farmaceutica che si alimenta la fuga di personale qualificato – giovane e meno giovane – dal Ticino verso gli altri cantoni svizzeri. Dunque, in nome di quale merito queste industrie meriterebbero degli sgravi fiscali? Per permettere loro di continuare a pagare dei salari bassi rispetto alla concorrenza nazionale? Se le autorità politiche di questo cantone servissero anche solo minimamente gli interessi della collettività, e cioè in primo luogo quelli delle lavoratrici e dei lavoratori, rivendicherebbero l’innalzamento consistente dei salari pagati dalle aziende farmaceutiche.

Invece, il servilismo totale di Governo e Parlamento nei confronti degli interessi privati delle imprese garantirà a queste ultime nuovi e corposi sgravi. Vitta e soci non vedono l’ora di servire nuovi padroni, dopo aver abbondantemente sgravato gli evasori su scala industriale della “Ticino fashion valley”…

Infine, Farma Industria Ticino invoca nuovi sgravi anche per proteggere i profitti delle società affiliate, i quali rischiano di subire in futuro una lieve corrosione a causa delle difficoltà a reperire nuovo personale qualificato oltre frontiera e – secondo l’organizzazione padronale – a causa della nuova fiscalità (più elevata) che colpirà dal 1° gennaio 2024 i “nuovi frontalieri”.

Le imprese farmaceutiche, sempre ben accompagnate dalle loro omologhe di altri settori, potrebbero essere costrette a innalzare di un poco i salari – naturalmente rimanendo ben lontane dai livelli svizzeri – per continuare ad attirare i “nuovi frontalieri”, compensando così il nuovo maggior carico fiscale. Ma salari più elevati significa meno profitti. Quindi gli sgravi servirebbero in buona parte a compensare un eventuale aumento dei salari. I padroni della farmaceutica dovrebbero però pensare anche un altro scenario. I salari dimezzati rispetto alla media svizzera potrebbero non essere neppure più appetibili per i frontalieri. Il Ticino può essere superato con un balzo di 2 ore di treno da Milano. E i padroni della farmaceutica della maggior parte dei cantoni elvetici offrono salari e condizioni di lavoro nettamente più appetibili. E sono pronti ad aumentare la loro capacità di attrazione davanti a una futura tensione del mercato del lavoro. A pagare il prezzo più elevato sarebbe sempre il cantone Ticino che rimarrebbe con salari miserevoli quanto il servilismo della sua classe politica.


[1] Addetti ai sensi della RSS: dipendenti (secondo il concetto interno) presso imprese con almeno tre addetti dei settori secondario e terziario.

[2] I dati ticinesi sul settore della fabbricazione di prodotti chimici non sono statisticamente abbastanza affidabili per un’analisi seria. Inoltre, a livello svizzero, la divisione Noga 20 relativa alla fabbricazione di prodotti chimici è insieme alla divisione 19 concernente la fabbricazione di coke e prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio.

[3] Il coefficiente di variazione è superiore al 5% (valore incerto a livello statistico). Si tratta di un dettaglio, potremmo tranquillamente considerare un valore di 10’000 franchi nel 2020. La sostanza del discorso non muta assolutamente.

[4] Idem.

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