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Fin dal mese di agosto abbiamo assistito alle roboanti dichiarazioni dei vertici sindacali di questo paese (USS e sindacati cristiano-sociali) sulla necessità, sacrosanta, di dare una spinta ai salari per recuperare il terreno perso negli scorsi anni e, soprattutto, di fronte agli aumenti di prezzi e tariffe che hanno colpito, stanno colpendo e colpiranno il potere d’acquisto delle famiglie. L’obiettivo dichiarato: ottenere con il  gennaio 2024 un aumento dei salari del 5%.

Di fronte agli anemici adeguamenti degli ultimi anni (con i salari reali stagnare e diminuire come mai era avvenuto nel dopoguerra) e nella prospettiva di ottenere finalmente questa importante e necessaria rivalutazione dei salari, chiunque  – di fronte a questo obiettivo – si sarebbe aspettato l’organizzazione, già a partire da fine agosto, di una mobilitazione sociale di ampia portata, in particolare con la promozione di azioni sui posti di lavoro, scioperi, etc. Senza qualcosa del genere, senza un cambiamento di paradigma (cioè senza un cambiamento delle pratiche politiche e sindacali dell’ultimo decennio), in una paese che si distingue per la propria stabilità politica e sociale, quella rivendicazione del 5% appare come una chimera, una dichiarazione a fini di propaganda (magari anche elettorale) per mostrare alla propria base che si è ancora vivi, né più né meno.

È in questa direzione che si è mossa la rituale manifestazione indetta a Berna dalle direzioni sindacali lo scorso sabato 15 settembre. Una manifestazione partecipata e importante: ma che, da sola, conta come il due di briscola per modificare i rapporti di forza e obbligare padronato privato e pubblico a concedere di più di quello che sono disposti a dare (poco o nulla).

Una manifestazione che assumerebbe senso e importanza se inserita in una strategia complessiva già in atto, e che preveda momenti più forti, decisivi, nel percorso della mobilitazione: momenti che cercano di modificare i rapporti di forza a livello cantonale e regionale sui luoghi di lavoro; momenti che possono coinvolgere settori, gruppi di imprese, singole imprese.

Ma di tutto questo non vi è alcun segno. Anzi, alcuni contratti nazionali importanti hanno già risolto la questione ben al di sotto del 5%. Il CCL nazionale dell’importante settore della ristorazione e alberghiero prevede la concessione del rincaro maggiorata di 5 franchi (non è un refuso, proprio 5!), meno della metà del 5%; UNIA sta conducendo trattative per l’edilizia rivendicando un aumento di 150 franchi per tutti (cioè in media il 2,5%); non vi sono segnali che nel settore pubblico (poste, ferrovie, amministrazioni comunali e cantonali) siano state fatte richieste in questo senso. Né vi sono segnali concreti di mobilitazioni che si sono organizzate per sostenere rivendicazioni, più o meno importanti.

Questo contesto di quasi totale passività incoraggia lo sviluppo di atteggiamenti come quelli del governo ticinese (che propone di non concedere alcuna indennità di rincaro con tutte le conseguenze che un simile esempio potrà comportare sia per il settore pubblico che privato).

Ora si delinea il solito atteggiamento “reattivo”, quando ormai i buoi sono da tempo fuori dalla stalla, facendo ricorso a rituali che già in passato hanno dimostrato di essere insufficienti. Pensiamo alla manifestazione indetta per il 22 novembre quale “risposta” alle decisioni del Consiglio di Stato. Ma che, come quella nazionale di metà settembre, rischia di essere niente altro che un dignitoso grido d’allarme.

Bisogna cambiare registro, dare nuova linfa all’azione e alla mobilitazione decisive dei salariati sui luoghi di lavoro, senza la cui forza non saranno fatti passi avanti nella difesa dei loro interessi. È il metodo, ad esempio, praticato dalla Rete di Difesa della Pensioni (l’associazione ErreDiPi) che ha saputo trasformare una inesistente e inconsistente azione dei sindacati ufficiali sul tema delle pensioni, in un movimento che ha saputo ottenere dei risultati positivi seppur ancora caratterizzati da parecchie fragilità.

È in questa prospettiva che l’MPS ha proposto la costituzione di un comitato d’azione contro i tagli che non sia un semplice comitato di organizzazioni che si distribuiscono le quote delle firme da raccogliere per l’ennesimo referendum (sicuramente necessario, ma per nulla risolutivo, visto che concernerà solo una piccola parte – e nemmeno i salari – della manovra del governo). Sappiamo che esiste già questa piattaforma e abbiamo già deciso di aderirvi. Ma, lo ripetiamo, in questo modo si ripercorrono vecchie strade rivelatesi perdenti.

Le reazioni di alcuni partiti e sindacati che abbiamo potuto leggere su La Regione di giovedì sono piuttosto negative, difendendo l’idea di continuare come si è fatto finora, “business as usual”, limitandosi ad alzare un po’ la voce e tentare le solite vie istituzionali.
Noi crediamo invece che bisogna prendere atto della sconfitta che in questi anni il movimento dei lavoratori ha subito e decidere di cambiare paradigma; un cambiamento che sarà lungo, difficile e non privo di delusioni iniziali.

Se la nostra nostra modesta proposta va in questa direzione, perché, sinceramente, non vediamo altra alternativa.

*articolo apparso sul quotidiano La Regione sabato 21 ottobre 2023

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