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“Se cammina come una papera e starnazza come una papera probabilmente è una papera”, questo motto statunitense sintetizza molto bene ciò che Israele sta facendo nella Striscia di Gaza fin dal 7 ottobre, dopo l’azione armata di grande ampiezza di Hamas nel sud del paese.

Ciò che avviene sembra un’espulsione di massa dei palestinesi di Gaza, perché lo è.

Fin dall’inizio, nell’annunciare la rappresaglia collettiva, il governo israeliano non ha mascherato i suoi obiettivi, usando espressioni che solo chi è in malafede o del tutto stupido poteva fraintendere. “Sono animali umani e ci comporteremo di conseguenza”, ha detto Gallant, ministro israeliano della Difesa. Questo “raffinato signore”, poche ore dopo queste dichiarazioni, annunciava con soddisfazione di aver dato l’ordine di porre assedio alla Striscia di Gaza: “tagliare acqua, rifornimenti di cibo, carburante e medicinali alla Striscia di Gaza”, tutto questo mentre erano già partiti i bombardamenti a tappeto dell’intera Striscia e dei suoi due milioni e trecentomila abitanti. Quindi era chiaro: la violenza che Israele era pronto a mettere in campo per soddisfare la propria sete di vendetta avrebbe raggiunto livelli mai visti prima.

L’intenzionale e deliberata volontà di infliggere quante più vittime civili possibili, ha già fatto sì che in Europa presso la Corte penale internazionale dell’Aia, un gruppo di trecento fra avvocati, associazioni di difesa dei diritti umani, sindacati e singoli cittadini/e, abbiano presentato una documentata denuncia per genocidio contro tutti i vertici politici e militari israeliani. Nella denuncia si sottolinea giustamente, che l’accusa di commettere il crimine di genocidio non ha riferimenti filosofici o morali e neanche nessi storici, ma si basa esclusivamente sui dati concreti di ciò che sta avvenendo dal 7 ottobre.

Anche negli Stati Uniti è partita una denuncia federale contro Biden, Blinken – segretario di Stato – e Austin, Segretario alla Difesa per complicità nel crimine di genocidio, per non aver fatto nulla per impedirlo in quanto firmatari della convenzione internazionale del 1948 per la prevenzione del crimine di genocidio. Anzi hanno fatto l’esatto contrario.

Nel regno delle menzogne di stato

La costruzione ideologica che da sempre accompagna i crimini di Israele contro i palestinesi, i paesi limitrofi e la gigantesca violazione del diritto internazionale (cosa non nuova), però rapidamente ha mostrato, a volerli vedere, molti punti deboli. Perché la pretesa e presunta onnipotenza di Israele in materia di sicurezza si è dimostrata una truffa.

Ancora, malgrado negli ultimi due decenni la questione palestinese fosse data per finita, soprattutto perché i nostri desideri non erano stati esauditi da quel popolo (atteggiamento di sprezzante razzismo, in alcuni ambienti politici giusto ammantato di solidarismo), oggi è chiaro che così non è.

Questo non a causa l’azione di Hamas, quanto per la selvaggia rappresaglia israeliana, ben più condannabile di quegli atti violenti che i miliziani di Hamas hanno compiuto contro i civili israeliani.

Il livello di inaudita crudeltà messa in atto da Israele ha spinto l’opinione pubblica mondiale verso un atteggiamento di empatia di massa spontanea con i palestinesi.

Da decenni, forse dalle stragi di Sabra e Chatila, alla periferia di Beirut nel 1982, non si vedevano manifestazioni tanto sistematiche (ogni fine settimana dal 7 ottobre), quanto massicce (dagli 800.000 di Londra – di sabato 11 novembre– ai 300.000 di Washington, che per di più hanno imbandierato con il vessillo palestinese la ringhiera della Casa Bianca).

Nei fatti, la scelta improvvida, ributtante e scellerata dei governi dei paesi occidentali, in primis gli USA – seguiti a ruota da quelli europei (in buona parte di destra o estrema destra con pulsioni mai scordate di antisemitismo, ma molto amici del governo israeliano loro stella gemella) – si è dimostrata un boomerang potente.

A nulla è servito lo sforzo di Israele di mettere in campo tutto il repertorio propagandistico che accompagnò il dopo 11 settembre 2001: Netanyahu che, dopo molte ore dopo l’inizio degli scontri nel sud di Israele, è andato in TV con il giubbotto antiproiettile, per annunciare: “Israele è in guerra”, ovviamente contro l’ennesima rinascita del “nuovo nazismo” di turno; presunte decapitazioni di molte vittime civili israeliane (soprattutto bambini), fialette di cianuro da spargere nell’aria trovate intatte sui cadaveri dei miliziani di Hamas uccisi in combattimento, oppure il ritrovamento, sempre nelle stesse tasche, di lettere in arabo con istruzioni di fare strage dei civili. Dulcis in fundo, mettere Hamas sullo stesso piano dell’ISIS per poter convincere i cittadini occidentali che “sradicare Hamas da Gaza” era anche una loro priorità.

Nella prima settimana dopo il 7 ottobre, questo potente armamentario propagandistico sembrava avere successo e non solo a destra, ma anche in quella sinistra radicale che non poteva, e ancora non può, esimersi dal condannare preliminarmente l’azione di Hamas per poter poi indignarsi per la distruzione di massa di Gaza. 

Il disagio è quello di non volersi vedere “mischiare con Hamas” – come hanno detto anche alcuni tra gli ex leader del movimento altermondialista. Per raggiungere questo obiettivo, si è sposata una formula assai ambigua che può anche essere una colossale sciocchezza, se si rinuncia a contestualizzarla e a spiegarla.

Questa frase rituale recita: Hamas è una cosa, il popolo palestinese un’altra. Sarebbe semplice buon senso se si pensasse al popolo palestinese come a qualunque altro. Ossia, nel 2006 i palestinesi residenti nella Striscia di Gaza, nelle ultime elezioni politiche, hanno votato in maggioranza per Hamas, quindi evidentemente c’è una parte che invece no. All’opposto, quell’affermazione vuol lasciare intendere che Hamas sia un corpo estraneo ai palestinesi. Inoltre, e non è un dettaglio, con questa asserzione si rischia di dare legittimità al massacro in corso a Gaza.

Coloro che a sinistra si sforzano di dimostrare di essere “puri” perché “non si mischiano” con Hamas, lo rifiutano e lo condannano a priori, per la sua esistenza come forza politica, quindi si allineano (sprezzanti del ridicolo) a quei governanti occidentali che ad oltre un mese dall’inizio del massacro iniziato con la loro benedizione, ora, secondo l’antica tradizione degli apprendisti stregoni, non sanno più come fermare la loro creazione e rischiano di restarne travolti.

Per chiarezza, dire questo non significa sposare o approvare le politiche di Hamas, e non dal 7 ottobre 2023 ma dal 1988 anno della prima comparsa di questa organizzazione politica integralista islamica.

Ma, ci chiediamo, come sia possibile ancora nel 2023 pretendere la purezza etica dai colonizzati, mentre i colonizzatori possono avvalersi per i loro massacri del “diritto all’autodifesa”.        

Per fortuna, nelle grandi e continue manifestazioni di massa, in Europa come negli USA, fino alla lontanissima Australia, a voler fare i “bandierologi”, è forza di cose osservare l’assenza di bandiere di Hamas. Sicuramente, oggi l’empatia verso il popolo palestinese è molto spontanea e dettata ovviamente dal massacro di massa (con effetti genocidari, secondo l’ONU) e delle immagini che di questo arrivano nelle nostre case con la TV e ancor più sui nostri computer, tablet e cellulari.

Oggi, tutti i soloni e i “professionisti della solidarietà”, che hanno dubbi e tormenti se scendere in piazza a favore dei palestinesi, se non nel tentativo di trovare “qualche palestinese disposto a ragionare” (come ha scritto il 10 ottobre un ex leader del movimento di Genova 2001 sulla sua pagina FB, per spiegare i suoi dubbi se partecipare o no alla prima manifestazione contro Israele a Milano), ossia a dirsi non di Hamas, tacciono oppure si danno da fare nell’imporre dichiarazioni e a organizzare presidi e manifestazioni (tutte fallite) che invocano una “pace” generica, mettendo sullo stesso piano aggressore e aggredito, a partire dal definire quella in corso una guerra, che non è. 

Questi nelle manifestazioni sono molto fortunatamente una minoranza e neanche chiassosa, tanto le loro posizioni coincidono in gran parte con quelle dei governi o con quelle di pallide e tiepide opposizioni.

I peggiori sono quelli che sfruttano i cortei per la Palestina per polemizzare con altri pari loro, perché non volendo ammettere i propri fallimenti, pensano di poter fare la morale a chi invece capisce che ora l’urgenza sta nel far pressione sui nostri governi, complici del massacro e dell’espulsione di massa dalla Striscia di Gaza. Un tempo, neanche troppo lontano, non ci sarebbe stato bisogno di sottolineare queste cose, oggi invece è quanto mai necessario.

Vista la notorietà di alcuni di questi personaggi è inevitabile dissociarsi dalle loro prese di posizione attuali. Come altrettanto inevitabile è osservare che le manifestazioni fin qui fatte in Italia, hanno dimostrato come le persone che scendono in piazza siano più consapevoli di chi impartisce lezioni inutili e dannose. Non c’è da meravigliarsi di questo visto il dilagare del sociologismo e del tentativo di trasformare la vicenda palestinese in una “questione di diritti civili”.

Vecchi e nuovi progetti

Non sappiamo se alla fine di questo orribile massacro di massa, Israele raggiungerà i suoi obiettivi: cacciare ancora una volta i palestinesi dalla loro terra, iniziando da Gaza – dove per altro erano già in maggioranza sfollati interni, delle espulsioni del 1947-49, 1956, 1967 e 1973.

Sappiamo però che, pur avendo la potenza militare per radere al suolo tutta Gaza, altro conto sarà mantenere una occupazione militare.

Sappiamo che continuerà lo sforzo di molti per spacciare tutto quello che avviene sotto i nostri occhi esclusivamente per una “questione umanitaria”, tacendo la sua vera natura politica di progetto coloniale.

Sappiamo che se anche dovesse cambiare questo governo diretto da inetti criminali come Netanyahu e compari, nulla muterà perché le diverse coalizioni politiche israeliane che si sono contese e si contenderanno il governo del paese sono divise su molte questioni interne, ma del tutto unite sui palestinesi. Infatti, ora anche Lapid, oppositore di Netanyahu, si è svegliato chiedendo che il primo ministro sia destituito (da chi?) perché questa guerra non può essere gestita da chi non ha la fiducia della maggioranza dell’opinione pubblica ebraico-israeliana. Quindi, Lapid chiede un primo ministro che continui il massacro con un ampio appoggio possibilmente maggioritario, non che vi ponga fine. Come essere più chiari?

Non ci si può fare illusioni sulle divisioni interne alla società israeliana perché quegli intellettuali israeliani che, negli anni ottanta e novanta, diedero voce all’antisionismo interno si sono ritrovati isolati e le poche organizzazioni – ultra minoritarie anche ai tempi d’oro – in cui avevano legittimità politica, sono del tutto disarticolate ed incapaci anche solo di fare da bussole in un paese in cui il clima nazionalistico e più che guerrafondaio di ultra destra si affermava rapidamente e a macchia d’olio.

La “direttiva di Annibale” …o del non cadere prigionieri

Ciò che sta avvenendo intorno agli ostaggi è l’ennesima cortina fumogena usata da Netanyahu e soci, interni e internazionali. Inconfessabile per il governo e le autorità militari sioniste è che della sorte di quelle persone a loro non importa nulla. Anche se questi ostaggi sono usati come foglia di fico anche dagli alleati di Israele.

È una trappola non facile da evitare e smascherare, costruita con l’intento di imporre il famoso atto di contrizione a chiunque si stia battendo in queste settimane perché la carneficina si fermi. Come a dire: “non fatela lunga con i bambini palestinesi uccisi, pensate ai poveri infanti israeliani tenuti ostaggi”

Tutti i bambini sono innocenti e tutti vanno difesi, ma proprio per questo ci chiediamo come si faccia a pensare che Israele stia proteggendo i bambini in ostaggio bombardando a tappeto il luogo in cui sono detenuti. 

Peggio, come recita una massima diffusissima in rete: “se riuscite a stabilire per quale bambino piangere, allora è proprio finita!”. Giusto e sacrosanto. Ma ancora una volta, questo uso nauseante dei civili come arma di propaganda, proprio in Israele, probabilmente in modo involontario, viene smascherato.

La stampa israeliana diffonde quotidianamente l’elenco aggiornato degli ostaggi con nomi, cognomi, età… e gradi militari. Anche riguardo ai cosiddetti “ostaggi stranieri” sono israeliani con doppio passaporto. A seconda delle necessità usano l’uno o l’altro.

Fin dall’inizio della reazione all’azione di Hamas del 7 ottobre l’esercito israeliano ha messo in atto la cosiddetta “direttiva di Annibale”, formulata nel 2014 (con l’ingresso dell’esercito a Gaza dopo l’aggressione chiamata “Scudo difensivo”) e che semplicemente impone l’uccisione dei soldati o dei civili che rischiano di essere catturati e poi trasformati in ostaggi.

Dopo il caso di Gilad Shalit, caporale dell’esercito catturato nel giugno del 2006 e liberato nell’ottobre del 2011, a fronte della scarcerazione di mille prigionieri palestinesi, Israele ha deciso che non poteva più permettersi una cosa simile. Per questa ragione, la direttiva è stata largamente già usata in questi giorni. Infatti, è molto probabile che gli ostaggi restino vittime dei bombardamenti a tappeto come i palestinesi.

Le famiglie degli ostaggi lo sanno ed è per questo che non credono alle menzogne di Netanyahu e ora chiedono che tutto si fermi.

Sarà molto complicato per Netanyahu e i suoi complici, dentro e fuori Israele, sostenere di aver fatto il possibile per riportarli a casa e non aver di fatto voluto deliberatamente sacrificarli nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile.

La battaglia degli ospedali e l’obiettivo finale di Israele

Una cosa è chiara, Netanyahu non ha mentito nel dire: “nessuna pressione internazionale ci fermerà”. Appunto.

Questa affermazione ha trovato in queste settimane diverse volte conferma. Le autorità israeliane e i governi occidentali loro complici, nel tentativo di rendere “tollerabili” alcune azioni particolarmente scandalose, finiscono con lo sfiorare il ridicolo e il tragicomico. È il caso dell’attacco criminale agli ospedali della Striscia di Gaza, una delle cose più ripugnanti.

Una cosa risulta evidente: ogni volta che Israele “esagera” e gli USA o i leader europei non sanno come giustificare il loro appoggio, viene fuori uno “scoop”, oppure riemerge la pietosa figura di Herzog, presidente della Repubblica israeliana – generalmente a corto di argomentazioni e parole – con qualche trovata.

La prima fu uno sbotto contro “la retorica dei crimini di guerra”, perché un giornalista israeliano al quarto giorno di aggressione glielo fece notare in una conferenza stampa. L’ultima, pochi giorni fa, è stata quella di presentarsi in TV con il Mein Kampf, il famoso testo di Adolf Hitler, in versione araba. Ovviamente, quella copia era stata “trovata” in una casa palestinese distrutta da un “santo” soldato israeliano. Questo “ritrovamento” giustificava tutto, anche “l’assassinio di Ippocrate”, come disse Vittorio Arrigoni nel 2009.

Fin dall’inizio di questa barbarie, l’esercito israeliano ha ordinato varie volte l’evacuazione degli ospedali, con il pretesto assolutamente idiota che i sotterranei dei nosocomi palestinesi brulicassero i leader di Hamas. Ovviamente, nessun ospedale ha accettato questo teorema (che tra l’altro farebbe di Hamas un gruppo di cretini).

La domanda elementare è: esiste un limite? Evidentemente, no.

Ciò che sta avvenendo dall’11 novembre all’ospedale Al Shifa lo prova al di là di ogni possibile dubbio. Viste le reazioni internazionali, il governo e l’esercito, nell’arco di meno di dodici ore, hanno cambiato quattro volte la versione sulla “necessità” di questo ennesimo crimine: 1) nei sotterranei di quell’ospedale ci sarebbe il comando generale di Hamas (che qualche giorno fa era sotto il campo profughi di Jabalia), 2) in quei sotterranei si nasconde Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza (che il giorno prima era al quarto piano di un condominio raso al suolo con decine di vittime civili), 3) nei sotterranei ci sono gli ostaggi.

Se qualcuno riesce a far concordare le tre versioni con i cecchini che sparano sui medici per isolare il reparto di terapia intensiva, compresa quella neonatale, si faccia avanti!

Non a caso dopo che è arrivata la notizia agghiacciante del cecchinaggio, gli israeliani prima si sono detti “disponibili ad aiutare per far evacuare i bambini ricoverati”, poi alla disperata hanno anche negato l’attacco all’ospedale. 

Quest’ultima vigliaccheria l’hanno affidata alla dichiarazione in inglese (perché il messaggio era rivolto ai loro amici e compari in imbarazzo) al comandante delle truppe di invasione nella Striscia. Poco dopo, gli israeliani hanno diffuso delle immagini notturne che inquadravano delle taniche di carburante, che bontà loro volevano dare all’ospedale per far ripartire le incubatrici. 

Giustamente, il personale ha rifiutato, chiedendo che gli fosse consegnato dalla Croce Rossa Internazionale. Richiesta rifiutata dall’esercito di Israele, perché altrimenti un’istituzione internazionale avrebbe visto ciò che avevano già fatto.

Il solo obiettivo è di eliminare nella Striscia di Gaza qualunque luogo dove i civili possano sperare di essere risparmiati dalla furia omicida israeliana.

Ora l’esercito israeliano dilaga all’interno dello Al Shifa e di tutti gli ospedali del nord della Striscia di Gaza, in attesa di fare altrettanto scempio in quelli del sud.

Tra l’altro, questa strategia israeliana di intimidazione di massa si sta estendendo anche alla Cisgiordania, dove a Jenin e a Hebron l’esercito ha circondato l’ospedale con il pretesto che vi si sarebbero rifugiati membri di Hamas. Le immagini dei medici di questi ospedali uscire a mani alzate sotto la minaccia delle armi sono devastanti e diffuse in tempo reale su X (ex twitter: PRCS @PalestineRCS) dalla Mezzaluna Rossa Palestinese.

La sfida

Benyamin Netanyahu, ripreso sorridente circondato da soldati e soldatesse al fronte, ha dichiarato: “avevano detto che non saremmo entrati nella Striscia di Gaza e lo abbiamo fatto, avevano detto che non saremmo arrivati a Gaza City e lo abbiamo fatto, non c’è posto a Gaza dove non possiamo arrivare”. Il riferimento è chiaro: tutti i blandi, per usare un eufemismo, “inviti” della cosiddetta e inesistente comunità internazionale a non fare altri passi verso l’abisso inevitabile sono stati deliberatamente ignorati. Anzi, sono stati trasformati in obiettivi transitori nella realizzazione del progetto finale: portare a compimento l’espulsione dei palestinesi iniziata nel 1947, per realizzare il Grande Israele, “etnicamente omogeneo” e “in pace con se stesso”.

Fino ad ora, le potenze occidentali, gli stessi paesi arabi (da sempre nemici, o al più “amici infidi” dei palestinesi), le istituzioni internazionali (UE, NATO, ecc.), con l’eccezione dell’ONU e dell’URNWA, si stanno limitando ad ipocrite dichiarazioni, di quando in quando roboanti per poter gestire l’opinione pubblica mondiale. Senza riuscirci.

Le mire espansioniste israeliane, da sempre accettate più o meno senza batter ciglio, dai governi occidentali questa volta passano per un massacro di tale entità da poter diventare un enorme boomerang. I tentativi di parlare del dopo guerra a Gaza, sono un penoso diversivo che servirà a ben poco.

Israele e i suoi complici, farebbero bene però a tenere a mente che ciò che sta avvenendo nella Striscia di Gaza può diventare la miccia che incendia tutto.

I complici di Israele dovrebbero capire come la rottura antropologica che si sta consumando in queste settimane se non trova uno sbocco politico – fino ad ora rappresentato dalle mobilitazioni di massa a favore della Palestina – rischia di riservarci qualcosa anche di peggio del 7 ottobre 2023.

Noi faremo bene a rimettere al centro delle nostre azioni politiche, individuali o collettive che siano, la questione per quel che è: una questione coloniale. E questa non si risolve se non costringendo i colonizzatori ad andarsene.

Nel caso della Palestina, questo significa: smantellare le colonie in Cisgiordania e abbattere il muro di separazione unilaterale costruito nel 2002, restituire Gerusalemme, il Golan siriano e Gaza.

*articolo apparso su rproject.it

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