Tempo di lettura: 3 minuti

Dunque, il Partito per la Libertà di Geert Wilders (PVV, ID) è risultato l’indubbio vincitore delle elezioni politiche olandesi di mercoledì 22 novembre, ottenendo il 25% dei voti, rispetto al solo 11% delle precedenti elezioni del 2021.

Al secondo posto, l’alleanza di sinistra tra il Partito Laburista (PvdA, S&D) e la Sinistra Verde (GL, Verdi/EFA), guidata dall’ex commissario europeo per il clima Frans Timmermans, con il 16% dei voti, anche qui in crescita rispetto all’11%. Al terzo posto, il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD, RE) del primo ministro uscente Mark Rutte, che ha subito una grave sconfitta, scendendo dal 22% ad appena l’11% dei voti. Anche per gli altri partiti del governo di coalizione dimessosi nell’estate, la caduta è stata altrettanto brutale. Il Nuovo Contratto Sociale (NSC), il partito dell’ex democristiano Pieter Omtzigt, alla sua prima prova elettorale, ha ottenuto il 13% dei voti e il quarto posto.

Non sarà semplice la formazione del nuovo governo olandese, perché il parlamento (la “camera bassa” con i suoi 150 seggi) è ora diviso in quattro blocchi di dimensioni quasi equivalenti: il  centro-sinistra con 38 seggi, l’area liberale con 33 seggi, il centrodestra con 35 seggi, e l’estrema destra con 44 seggi. Il senato (che è composto con rappresentanti provinciali) vede una situazione più favorevole per il centrodestra.

La discussione nel paese è attorno a quale coalizione potrà avere la maggioranza in entrambe le camere.

La coalizione tra centrodestra e estrema destra è stata già sperimentata tra il 2010 e il 2012, quando il partito di Geert Wilders ha concesso il suo appoggio esterno al governo di Mark Rutte, condizionandone la politica soprattutto sul tema dell’immigrazione, ma ora il PVV è il primo partito e dunque rivendica la carica di primo ministro.

D’altra parte Wilders ha dichiarato che “dovremo trovare il modo di essere all’altezza delle speranze dei nostri elettori, per riportare gli olandesi al primo posto” e che “ora è il momento per i partiti di cercare accordi, non possiamo essere ignorati come sempre”.

L’ex democristiano Pieter Omtzigt e la leader dei liberali Dilan Yeşilgöz, affermando che un governo di estrema destra “non garantirebbe lo stato di diritto” hanno esplicitamente avanzato l’ipotesi di un “governo tecnico”, anche come soluzione istituzionale nel caso non si riuscisse a formare una coalizione politica.

Naturalmente seguiremo l’evolversi delle discussioni ma ora occorre tenere in gran conto questo ulteriore successo dell’estrema destra nel “cuore” dell’Europa.

Geert Wilders, il leader indiscusso del PVV, ha 60 anni. Ha fatto carriera nella politica conservatrice tradizionale olandese fino a quando, nel 2004, ha creato il “Gruppo Wilders”, che nel 2006 si è evoluto in un partito che ha sempre centrato la sua identità contro l’immigrazione e in particolare contro l’immigrazione islamica.

Nell’attuale crisi mediorientale ha fortemente dichiarato il suo appoggio a Netanyahu e a Israele, scelta obbligata dato che il PVV è notoriamente finanziato dal miliardario statunitense di estrema destra pro-Israele Robert Shillman. Shillman, nel 2017 ha persino versato 214.000 dollari per pagare le spese legali del processo intentato contro Wilders per “incitamento all’odio” contro i musulmani.

Subodorando il possibile accesso al governo, Wilders nella campagna elettorale ha usato toni più contenuti, ma la sua retorica razzista consueta equipara la fede islamica al “fascismo” e al “terrorismo”, Maometto al “diavolo”, chiedendo la “messa al bando del Corano”.

Propone che sia impedita in ogni maniera l’immigrazione dai paesi a maggioranza musulmana e vuole politiche che spingano i musulmani presenti in Olanda (che lui definisce “feccia”) ad andarsene. È un esplicito sostenitore delle teorie della “grande sostituzione” e ha più volte dichiarato che “l’Islam è il cavallo di Troia dell’Europa. Se non fermiamo subito l’islamificazione, l’Eurabia sarà solo una questione di tempo”.

Subito dopo la pubblicazione dei primi exit poll, i leader dei diversi partiti europei di estrema destra si sono scatenati sui social media, pubblicando messaggi che salutavano la vittoria di Geert Wilders.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán si è congratulato affermando in un tweet che “i venti del cambiamento sono arrivati”.

L’AfD, Alternativa per la Germania, si è congratulata per il “grande successo” in nome del “cambiamento politico”.

Il leader del Partito della Libertà austriaco, Harald Vilimsky, ha sottolineato che “i nostri partner e amici politici sono in vantaggio quasi ovunque”.

La francese Marine Le Pen ha sottolineato la “spettacolare performance” delle elezioni olandesi che confermerebbe “il crescente attaccamento alla difesa delle identità nazionali”.

Matteo Salvini, senza temere di ripetere quel che avevano già twittato i suoi compari esteri, si è congratulato anche lui con lo “storico alleato della Lega” per la “straordinaria vittoria elettorale” che dimostrerebbe che “una nuova Europa è possibile”.

Anche in Portogallo, il leader del Chega, André Ventura, si è congratulato con il suo “amico Wilders”, cogliendo l’occasione per dire che “il Portogallo è il prossimo”.

Dunque, l’estrema destra, di fronte alla sempre più evidente crisi del “centrosinistra europeo”, aggiunge un altro importante tassello alla sua crescita, proiettando un’ombra sempre più inquietante sul Unione europea che seguirà alle elezioni comunitarie del prossimo giugno.

*articolo apparso su https://refrattario.blogspot.com/ il 26 novembre 2023

Print Friendly, PDF & Email