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L’operazione genocida avviata dal governo di estrema destra israeliano ha messo in profonda crisi la speranza dell’amministrazione statunitense di far sparire dalla scena la questione palestinese attraverso la “normalizzazione” delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo.

La scelta di Washington, ma anche delle potenze imperialiste europee, di lasciare che Israele continuasse nella sua settantennale politica di distruzione della Palestina e delle speranze del suo popolo, sta producendo il risultato contrario, quello di trasformare il conflitto palestinese-sionista in una crisi permanente senza speranze di risoluzione.

Le probabilità di una guerra regionale ancora più grande, che apparentemente nessuno vuole, si stanno moltiplicando, mentre la causa palestinese (che molti nel mondo avevano accantonato) sta portando in piazza milioni di persone che chiedono la fine del massacro di Gaza.

In questo mese è svanita l’illusione sionista della “sicurezza” di Israele, fatta di muri impenetrabili, sofisticate tecnologie, servizi segreti e operazioni “piombo fuso”.

Oggi l’opinione pubblica israeliana viene martellata dalla nuova illusione, ancora più criminale, secondo cui la “completa distruzione di Hamas” (che si sta realizzando con un “effetto collaterale” di decine di migliaia di morti) porterà, questa sì, la sicurezza.

Il governo dei coloni, razzista, antidemocratico, incapace e corrotto, presieduto da Benjamin Netanyahu si è dimostrato di fronte alla sua stessa base elettorale totalmente fallimentare. Ma ora, il suo leader, con il massacro di Gaza e perfino con il rifiuto di prendere in considerazione la salvezza degli ostaggi, persegue il suo cinico obiettivo di rimanere al potere e di salvarsi dalla prigione.

Netanyahu, assieme ai suoi ministri fascisti suprematisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, sta conducendo una guerra letteralmente genocida, in barba alle preoccupazioni geopolitiche globali degli Stati Uniti e delle altre potenze occidentali.

L’obiettivo, più volte esplicitato, è quello di una vera e propria pulizia etnica con l’annessione perlomeno della parte nord della Striscia e, in prospettiva, anche della Cisgiordania.

La brutalità terroristica e omicida della massiccia offensiva su Gaza sta offuscando nell’opinione pubblica il moto di simpatia verso Israele che le azioni di Hamas del 7 ottobre avevano suscitato e contribuisce ad annullare gli effetti della campagna mediatica mainstream sul “diritto di Israele a difendersi”.

E’ ormai noto che Hamas è cresciuto grazie al sostegno di Israele e alla volontà di tutti i governi sionisti, fin dagli anni 80, di distruggere i movimenti palestinesi laici, con Al Fatah e gli altri partiti di sinistra che componevano l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Hamas (Movimento di resistenza islamica) si è formato infatti nel 1987, sulla base della costola di Gaza del movimento dei Fratelli Musulmani egiziani, e si è sviluppato alla metà degli anni 2000 grazie al successo dell’operazione israelo-americana di trasformare, anche approfittando della misteriosa morte di Yasser Arafat nel 2004, l’Autorità Nazionale Palestinese in un complice dell’occupazione sionista.

D’altra parte il movimento palestinese laico e progressista veniva interpretato come una presenza pericolosa non solo dai vari governi israeliani, ma anche da numerosi governi reazionari arabi: prova ne sono l’eccidio di palestinesi in Giordania nel “settembre nero” del 1970, il massacro dei capi profughi palestinesi di Sabra e Shatila da parte delle bande maronite libanesi el’espulsione da Beyruth dell’OLP nel 1982.

Il dominio di Hamas sulla Striscia è stato utilizzato dal regime israeliano per legittimare l’assedio di Gaza, gli “omicidi mirati”, ma anche i bombardamenti su infrastrutture civili, le limitazioni sulle forniture di acqua, di cibo, di elettricità, il ridurre la vita degli oltre due milioni di abitanti ad un livello di sussistenza.

Il governo israeliano, nel frattempo, si spostava sempre più a destra, nonostante la massiccia opposizione di parte della cittadinanza, e si mostrava sempre più indisponibile alla soluzione “due popoli, due stati” formalmente sottoscritta in numerosi accordi mai rispettati.

I tentativi congiunti dell’amministrazione statunitense e del governo israeliano di normalizzare le relazioni con i governi arabi della regione e la crescente apertura di Israele alla utilizzazione coloniale dei lavoratori palestinesi hanno illuso il governo che la strada verso un progressivo annichilimento della “questione palestinese” fosse spianata. 

Il delirio coloniale ha anche indotto i vertici della sicurezza e quelli militari a spostare l’attenzione e l’esercito soprattutto verso la Cisgiordania, a sostegno dei fanatici disegni dei coloni nelle loro razzie e nelle loro vessazioni terroristiche contro la popolazione palestinese della West-bank.

Le stragi del 7 ottobre hanno richiamato tutti alla realtà. Molti commentatori israeliani (meno servili di tanta stampa occidentale) ammettono che una parte non irrilevante delle vittime sia stata provocata dal “fuoco amico” delle forze sioniste colte totalmente impreparate: “Un numero crescente di rapporti indicano che le forze israeliane sono responsabili della morte di civili e militari israeliani in seguito all’attacco del 7 ottobre”, come peraltro avvenne nel caso del “protocollo Annibale” del 2014 per liberare il sottotenente Hadar Goldin.

Ma, in ogni caso, la brutalità degli omicidi di massa commessi da Hamas è ampiamente documentata nelle riprese delle body-cam dei miliziani nonché nei resoconti dei sopravvissuti: essa costituisce un’azione orribile, che non ha nulla a che fare con l’avanzamento della resistenza palestinese né con qualunque finalità progressista.

Ed era evidente che Hamas, nel suo delirio fondamentalista, metteva già nel conto l’efferatezza della risposta israeliana sulla pelle della popolazione civile di Gaza.

Questo ci dice molto sulla vera natura di Hamas, così come sul modo in cui ha governato la Striscia di Gaza. Riconoscere il diritto assolutamente essenziale dei popoli oppressi alla resistenza, anche con le armi, non ci mette al riparo dalla necessità di analizzare i metodi e la politica delle forze che pretendono di agire in loro nome.

Ma l’enorme potenziale della macchina da guerra israeliana, con il pieno sostegno degli Stati Uniti e del resto delle potenze occidentali, ha rapidamente fatto impallidire le 1400 morti israeliane del 7 ottobre, causandone dieci volte di più in pochi giorni con i bombardamenti a tappeto e con l’operazione di terra nella Striscia.

Le vere finalità del governo coloniale e suprematista trapelano sfrontatamente dalle oscene dichiarazioni fuori controllo di politici e ministri, sull’inevitabilità delle “vittime civili”, sull’obiettivo di “una Gaza più piccola con meno persone”, sul fatto che  “Gaza e Hamas sono la stessa cosa”, sullo “sfollamento della popolazione di Gaza verso il Sinai”, perfino sull’ipotesi dell’uso dell’atomica.

Stati Uniti e Unione europea sembrano dare credito al progetto di affidare Gaza, dopo averla “risanata” a suon di bombe, ad un’Autorità Palestinese totalmente screditata, ormai ridotta a patetico gestore dell’occupazione. Il tutto al fine di assicurare una copertura politica che possa perpetuare il controllo coloniale e l’apartheid sionista.

Ma nessuno può dire se i coloni di Israele e il loro governo accetteranno di assecondare quel progetto. Solo in pochi hanno messo in evidenza il contenuto della cartina con il “Nuovo Medio Oriente” esibita da Netanyahu all’ONU alla fine di settembre (nella foto in alto), cartina nella quale lo stato israeliano ricopre tutta la Palestina e non c’è nessuna traccia dello “stato palestinese” che dovrebbe essere affidato alla “autorità” dell’ottantasettenne Abu Mazen.

Molti media occidentali fanno cassa di risonanza alla storia secondo cui le stragi compiute da Hamas il 7 ottobre sarebbero state per il popolo ebraico “la peggiore catastrofe dai tempi dell’Olocausto”, paragonabile ai pogrom nell’Europa orientale all’inizio del Novecento, quando le comunità ebriche furono attaccate e uccise in brutali incursioni. C’è anche chi ha paragonato il 7 ottobre alle stragi compiute dall’Isis.

Anche qui si evita deliberatamente di contestualizzare gli eventi. Gli ebrei presi di mira un secolo fa dai pogrom in Europa, e a maggior ragione quelli sterminati a milioni nel corso del nazismo, vivevano in comunità indifese ma, soprattutto, non avevano nessuna responsabilità né diretta né indiretta nella creazione delle condizioni che portarono ai pogrom o al nazismo.

Al contrario, le vittime israeliane dell’attacco di Hamas, certamente innocenti di per sé, erano cittadini del superarmato “stato nazionale del popolo ebraico” (come si autodefinisce Israele nella Legge costituzionale dello “stato-nazione” approvata nel 2018), uno stato che se da una parte affermava di difenderli, dall’altra creava le condizioni per il loro omicidio, mettendo in moto la forza che ha perpetrato il massacro del 7 ottobre.

In realtà, la strategia di Hamas e l’occupazione israeliana sono partner asimmetrici ma simbiotici, elementi di una spirale di oppressione e di morte. Non è sbagliato affermare che, seppure – lo ripetiamo – in maniera asimmetrica, sia il governo israeliano sia Hamas, ciascuno per i propri progetti, volevano la guerra attuale, sapendo che nessuno, tantomeno gli Stati Uniti, avrebbe il coraggio o il potere per fermarla. 

Nessuno (né Israele, né l’Arabia o l’Iran, tantomeno gli Stati Uniti, per non parlare della UE) sembra volere il deflagrare di una guerra regionale, ma nessuno ha oggi il potere di scongiurarla.

Va duramente denunciato il doppiopesismo che l’Occidente ha adottato, nel denunciare fondatamente l’aggressione russa all’Ucraina, mentre sostiene e arma l’occupazione e la guerra con cui da decenni Israele opprime la Palestina e i palestinesi. Purtroppo gran parte della sinistra non ha la coscienza a posto, per aver praticato e per continuare a praticare un doppiopesismo simmetrico e contrario nella denuncia dell’occupazione sionista mentre ha condiviso i pretesti avanzati da Putin per la sua guerra.

L’unico potere a cui possiamo appellarci è quello dell’indignazione e della solidarietà che sembrano diffondersi in tutto il mondo, e del movimento globale per un immediato cessate il fuoco.

*articolo apparso su https://refrattario.blogspot.com/ il 7 novembre 2023

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