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Alla fine del XIX secolo, la Palestina era una provincia del vasto impero ottomano, dove vivevano circa 350.000 abitanti di lingua araba. Nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto nelle zone rurali e nei deserti, i musulmani vivevano in ottima armonia con le minoranze religiose, concentrate soprattutto a Gerusalemme. Questi erano costituiti da ebrei (allora circa l’8% della popolazione palestinese) e cristiani, che rappresentavano circa il 12% dei palestinesi ed erano organizzati in una moltitudine di chiese di rito diverso (greco, armeno, copto, egiziano, latino, etiope).

Sionismo, un progetto coloniale per distruggere gli arabi della Palestina

Questo equilibrio tradizionale è stato messo in discussione dall’aumento dell’antisemitismo in Europa. Mentre i pogrom si moltiplicavano nell’Europa orientale nel 1890, un piccolo gruppo di nazionalisti invitò gli ebrei europei a emigrare in Palestina, con l’obiettivo di ricreare il mitico regno di Salomone. 

Decine di migliaia di ebrei, provenienti soprattutto dalla Russia e dalla Polonia, si stabilirono a Sion, cioè a Gerusalemme. Beneficiarono poi della simpatia delle potenze europee, in particolare dell’Inghilterra a cui, nel contesto dello smembramento dell’Impero Ottomano dopo la prima guerra mondiale, era stato affidato nel 1920 il protettorato sulla Palestina.

Negli anni del dopoguerra, lo sviluppo di regimi antisemiti in Europa assicurò il successo del sionismo, innescando una nuova ondata di emigrazione verso la Palestina, che permise agli ebrei di giungere a rappresentare circa il 30% della popolazione palestinese nel 1939. 

Di origine europea, questi emigranti avevano una ricchezza che permetteva loro di monopolizzare la terra. Spossessata, la popolazione araba si trovò sotto la minaccia del sionismo, in altre parole della creazione di uno stato ebraico sulle sue terre storiche.

A partire dal 1929, le popolazioni arabe attuarono pogrom antiebraici, che provocarono un centinaio di morti, prima che scoppiasse una rivolta generale nel 1935. In difficoltà, gli inglesi repressero ferocemente la rivolta araba, tentando invano al contempo di limitare l’emigrazione ebraica.

La Nakba

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, le milizie ebraiche ritennero che fosse giunto il momento di realizzare il loro progetto di uno stato ebraico, intensificando gli attacchi contro gli inglesi e gli arabi. Mentre la situazione andava fuori controllo, gli inglesi annunciarono nel 1947 di voler porre fine al loro dominio in Palestina.

L’ONU e le quattro potenze che allora la dominavano il mondo (USA, URSS, Inghilterra e Francia) decisero di dividere la Palestina in due stati, uno per gli ebrei, l’altro per gli arabi, mentre Gerusalemme venne dotata di uno status internazionale. 

Questo piano, che espropriò gli arabi di più della metà della Palestina, suscitò la loro ira: attentati e massacri si moltiplicarono, prima di degenerare in una vera e propria guerra, durante la quale le milizie ebraiche presero il sopravvento. Espulsero gran parte delle popolazioni arabe dai territori da loro occupati, dando così vita alla “Nakba” (la Catastrofe).

Nel 1949, quando i combattimenti cessarono, il nuovo stato di Israele comprendeva il 78% della Palestina storica. La stragrande maggioranza della popolazione araba era stata costretta all’esilio, in campi profughi aperti in gran numero in Egitto, Siria o Libano, mentre le loro proprietà venivano confiscate e ridistribuite agli immigrati ebrei. 

Le rare terre palestinesi rimaste sotto il controllo arabo furono invase dagli stati vicini: la Cisgiordania (con Gerusalemme Est) fu occupata dalla Transgiordania, che diede così vita alla Giordania, mentre la piccola Striscia di Gaza fu occupata dall’esercito egiziano.

Conquistare la Palestina

Lo stato d’Israele è nato così da una guerra di conquista, che lo ha portato, al di fuori del diritto internazionale, a conquistare un vasto territorio ed eliminare la stragrande maggioranza della sua popolazione. 

L’accettazione da parte di tutte le grandi potenze di questo crimine originario condusse presto a molti altri crimini: nel 1967, lo stato di Israele invase la Cisgiordania, Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza, conquistando tutta la Palestina, e occupò anche le distese desertiche del Golan siriano, e il Sinai egiziano. 

L’ONU si rifiutò di riconoscere queste annessioni e tutta una serie di risoluzioni ordinarono a Israele di evacuare questi “territori occupati”. Ma, nel contesto della “Guerra Fredda”, gli Stati Uniti riuscirono tuttavia a garantire la totale impunità dello stato di Israele, loro fedele alleato, nonostante il totale non rispetto delle risoluzioni della Nazioni Unite.

Così protetto, il governo israeliano fece un nuovo passo, annettendo Gerusalemme Est. Inoltre stabilì nuovi immigrati nei territori occupati, creando colonie ebraiche all’interno dei territori arabi

La crescita dei movimenti di resistenza palestinesi, raggruppati nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), le loro azioni, militari e non militari, sostenute dalla solidarietà internazionale, hanno portato gli Stati Uniti a imporre la pace in Palestina, all’indomani della prima Guerra del Golfo. 

Nel 1993, gli Accordi di Oslo costrinsero Israele, in cambio del riconoscimento da parte dell’OLP, ad accettare la futura creazione di uno stato palestinese, autorizzando immediatamente l’OLP ad amministrare le città di Gaza e Gerico con i territori circostanti.

Il progetto criminale del “Grande Israele”

L’avvento al potere nel 2001 di Ariel Sharon, un militare ultranazionalista, ha posto definitivamente fine al processo di pace. Con una deriva che li spingeva sempre più a destra, i governi israeliani lavorarono apertamente alla creazione di un “Grande Israele”, in altre parole uno stato ebraico che si estendesse fino al Giordano. 

Limitando drasticamente i margini d’azione dell’Autorità palestinese in Cisgiordania (che perse così rapidamente ogni credibilità), lo stato d’Israele ampliò la sua politica di creazione di colonie ebraiche in quella zona. 

Esplicitando sempre più chiaramente il proprio desiderio di annettere tutta o parte della Cisgiordania, gli israeliani confinarono le popolazioni palestinesi in piccole enclavi separate da alti muri. Questa politica di creazione di bantustan palestinesi ha raggiunto il suo apice nella Striscia di Gaza, che gli israeliani hanno evacuato nel 2005, per rinchiudere la popolazione in questo vasto campo a cielo aperto di soli 360 chilometri quadrati.

L’ONU ha più volte preso atto dei progressi della colonizzazione. Nel 2016, il Consiglio di Sicurezza ha ribadito che non avrebbe riconosciuto “nessuna modifica ai confini del 4 giugno 1967, anche per quanto riguarda Gerusalemme, diversa da quelle concordate dalle parti attraverso i negoziati”.

Il 12 febbraio di quest’anno, il Consiglio di Sicurezza ha espresso il suo “sgomento per l’annuncio di Israele sulla continua costruzione ed espansione degli insediamenti e sulla ‘legalizzazione’ degli avamposti degli insediamenti” ed è stato preoccupato per la situazione dei palestinesi.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha offerto un’occasione al governo di estrema destra che governa Israele di compiere un nuovo passo verso il suo progetto di creazione di un “Grande Israele”. Nella misura in cui lo stato d’Israele si definisce “lo stato-nazione del popolo ebraico”, questo progetto, che costituisce il culmine della logica sionista, non può che passare attraverso lo sradicamento fisico, la subordinazione assoluta o il confinamento delle popolazioni arabe della Palestina. 

Solo la resistenza del popolo palestinese e il sostegno che tutti i popoli del mondo potranno dargli potranno impedire questa nuova fase annunciata di etnocidio palestinese.

*articolo apparso su L’Anticapitaliste Hebdo del 26 ottobre 2023

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CRONOLOGIA DI GAZA

1948: creazione dello stato di Israele

1949-1967: Gaza è amministrata dall’Egitto

1967: Guerra dei Sei Giorni

1979: Trattato di pace con l’Egitto. Israele restituisce il Sinai all’Egitto (1982), ma mantiene il controllo di Gaza

1987: Prima intifada e creazione di Hamas

1993-1995: accordi di Oslo

2000: Seconda Intifada

2002: inizio della costruzione del muro di separazione israeliano

2005: smantellamento dei 21 insediamenti di Gaza. Israele mantiene il controllo dei confini terrestri, aerei e marittimi

2006: Hamas vince le elezioni legislative con 74 seggi su 132, contro i 44 di Fatah

2007: inizio del blocco della Striscia di Gaza

2008: Operazione “Piombo Fuso”

2011: Operazione “Iron Dome”

2012: Operazione “Pilastro di Difesa”

2014: Operazione “Protective Edge”

2018: La “Marcia del Ritorno” per celebrare il 70° anniversario della Nakba

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