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Lo scorso 13 dicembre più di 200 paesi hanno partecipato alla COP28 di Dubai e in quella sede hanno raggiunto un accordo sulla “transizione” dai combustibili fossili. Si tratta di una svolta per i combustibili fossili o solo di una boutade?

Per la prima volta si parla di una transizione dai combustibili fossili (petrolio, gas, carbone), anche se la formula appare piuttosto contorta. 

In pratica, la transizione verso l’ “energia verde” e verso una “società sostenibile” si preannuncia estremamente complicata. Cerchiamo di fare alcune considerazioni.

Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ogni anno il mondo consuma più energia dell’anno precedente. Hanno fatto eccezione solo gli anni della crisi di Covid e, già prima. quelli della crisi finanziaria del 2008. 

All’inizio dell’era industriale, nel 1850, la domanda di energia cresceva in maniera piuttosto lenta, ma dalla fine della Seconda guerra mondiale tale crescita è diventata assolutamente vertiginosa. Il PIL mondiale e il consumo di energia sono cresciuti per decenni in maniera strettamente connessa. Entrambi hanno seguito la stessa curva di crescita.

L’81% dell’energia consumata nel mondo proviene da combustibili fossili. Le energie rinnovabili rappresentano il 15% del consumo di energia, e la metà di esse proviene dalle grandi dighe idroelettriche. L’energia nucleare rappresenta solo il 4% del totale.

Ma la cosa più rilevante è che il rapido sviluppo delle energie rinnovabili (solare, eolica, biomassa, ecc.) non è riuscito a ridurre il consumo di combustibili fossili. Certo, guardando alle percentuali la quota della torta fornita dalle rinnovabili sta aumentando e quella fornita dai combustibili fossili sta leggermente diminuendo. Ma se l’intera torta continua a gonfiarsi di anno in anno il dato percentuale non è sincero. Occorre guardare alle cifre assolute, dove, nonostante il rapido incremento della quota coperta dalle rinnovabili, il consumo di petrolio, gas e carbone aumenta di anno in anno.

Inoltre, a livello planetario, i paesi emergenti hanno bisogno di una grande quantità di energia per il loro sviluppo.

È per queste ragioni che l’accordo per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili faticosamente raggiunto alla COP28 è stato oggetto di tante discussioni e revisioni. In effetti, quasi tutte le economie mondiali dipendono dai combustibili fossili.

Stando alle cifre del 2022, nonostante la relativa crescita delle energie rinnovabili, in Italia, il 70% dell’energia primaria è ancora prodotta attraverso l’uso dei combustibili fossili. 

Come si diceva, i paesi emergenti incontrano difficoltà ancora maggiori. Obbligati come sono a ripercorre la via dello “sviluppo” indicata dai cosiddetti paesi industrializzati, stanno urbanizzando intere aree del loro territorio e costruendo strade e ferrovie, e puntano affannosamente sull’industria “pesante”. 

Paradossalmente, sono proprio i paesi già industrializzati che potrebbero economizzare maggiormente energia, essendo le loro infrastrutture già costruite e avendo un’economia più orientata sui servizi. 

E’ stato calcolato che la crescita di un punto di PIL dell’India, che conosce una crescita economica e demografica in accelerazione, costa sette volte più energia di un punto di PIL nei paesi europei, dove l’economia si basa principalmente sui servizi.

Anche questo ha pesato sui negoziati della COP28, dove i paesi sviluppati, che hanno beneficiato di questa costosa fase energetica prima che si diffondessero le preoccupazioni per il riscaldamento globale, hanno cercato di scaricare le colpe sulle resistenze dei paesi emergenti.

Una forte opposizione al raggiungimento di un accordo alla COP è venuto dagli stati produttori di petrolio, per i quali l’estrazione dei combustibili fossili costituisce a volte la principale fonte di ricchezza. Non parliamo tanto di paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar o gli Emirati Arabi Uniti. Ma di paesi demograficamente pesanti ed economicamente complessi, per i quali spesso le entrate petrolifere rappresentano più del 50% del bilancio statale. Ad esempio la Nigeria, la cui popolazione cresce vertiginosamente e il cui reddito è essenzialmente fornito dai proventi del petrolio. O l’Iraq, la cui economia, dopo gli sconvolgimenti della guerra, dipende sempre più dall’industria estrattiva.

Ma anche l’Algeria per la quale le esportazioni di idrocarburi rappresentano 54 miliardi di entrate ogni anno, o il Brasile, che è uno dei primi 10 esportatori di petrolio al mondo e che ha già deciso di aderire formalmente all’OPEC. 

La questione degli idrocarburi non riguarda quindi solo i petropotentati delle multinazionali occidentali e le ricche petromonarchie del Golfo (una delle quali, com’è noto, ha presieduto la COP28), ma coinvolge molto più sostanzialmente le economie di tutta una serie di paesi che dipendono anche socialmente dal petrolio. Naturalmente, le multinazionali del fossile e i magnati del Golfo hanno astutamente strumentalizzato le difficoltà di questi paesi per supportare la loro partita al fine di allontanare sostanzialmente sine die l’abbandono dei combustibili fossili.

Tutto ciò per sottolineare come la posta in gioco sia estremamente complessa: per molto tempo si è pensato che la questione del petrolio e del gas si sarebbe risolta da sola, perché le riserve si sarebbero esaurite e la loro estrazione sarebbe diventata sempre più costosa. Ma i combustibili fossili continuano a essere sfruttati come non mai.

Oggi la decisione di fare a meno di un’energia che è ancora disponibile in abbondanza, ma che ha un impatto ambientale terribilmente grave, è sempre più urgente. E sono urgenti scelte politiche dolorose da parte dei 200 paesi di tutto il mondo. Ma per farlo occorrerebbero una sempre meno credibile fiducia reciproca tra le parti e una improbabile politica di consistentissimi contributi a favore dei paesi in via di sviluppo.

E non c’è bisogno di sottolineare come l’attuale clima geopolitico renda quella fiducia reciproca e quella politica di aiuti totalmente utopistiche.

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