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Il 22 marzo 1974 cominciava al Liceo di Lugano un movimento di contestazione studentesca che si rivelerà essere, senza esagerare, il nostro ’68. Qualche anno prima vi era stata l’occupazione dell’aula 20 che, in concomitanza con il Maggio francese, aveva investito la Magistrale di Locarno (marzo 1968); ma il movimento del 74 fu sicuramente più profondo ed esteso rispetto alla realtà politica e sociale dell’epoca. Si tratta, evidentemente, di due episodi che si iscrivono nella stessa dinamica in atto, su scala internazionale, fin dalla fine degli anni ’60, rappresentando il secondo un momento caratterizzato da una maggiore politicizzazione rispetto al primo. Da non dimenticare poi, per avere un quadro più articolato di quegli anni, che nella primavera del 1975 gli apprendisti si mobilitarono a loro volta con una serie di rivendicazioni tese a migliorare la loro condizione.

Una lunga primavera di lotta

Quel che caratterizza la  lotta del 74, e che la differenzia rispetto a quanto successe alla Magistrale, fu certamente la durata. Il 22 marzo si tenne la prima assemblea di sciopero (che seguiva quella del giorno precedente che aveva decretato l’abolizione delle assenze, alla quale era seguito il sequestro di tutti i registri per l’annotazione delle assenze). Ciò segnò l’inizio di uno stato di agitazione permanente che avrà il suo apice nel “venerdì nero” – il 17 maggio – quando la polizia intervenne e chiuse il Liceo obbligando gli studenti – riuniti in assemblea cantonale – a sloggiare. Casualmente il 22 marzo e il mese di maggio sono state date e periodi fondamentali nella storia del Maggio francese. All’Università di  Nanterre nasceva il Mouvement 22 mars che rappresentò – secondo l’opinione di molti storici – il colpo d’avvio del Sessantotto; fu poi proprio nella notte di venerdì 10 maggio che Parigi visse la “nuit des barricades”, considerato il momento culminante del movimento di contestazione.
Ma, al di là di queste simboliche concomitanze, dall’inizio di marzo a fine maggio in particolare il Liceo cantonale di Lugano (ma anche altre scuole superiori come il Liceo Economico e Sociale e la SCC di Bellinzona) vissero un periodo intenso di assemblee, riunioni, scontri (quasi sempre rimasti urbani); un periodo di grande effervescenza e coinvolgimento di centinaia e centinaia di studenti.

Una lotta intensa, determinata, profondamente politica La rivendicazione da cui tutto ebbe inizio fu la richiesta di abolire il controllo delle assenze e la possibilità di una loro gestione autonoma (gli studenti avrebbero potuto autogiustificarle).
Non si trattava evidentemente del tentativo di autorizzare la “bigiata”, ma di uno strumento per mettere in discussione una scuola che “ha bisogno di inculcarci dei valori precisi, dei contenuti culturali prestabiliti, secondo le esigenze dello sviluppo economico…La scuola, non ottenendo un consenso immediato di tutti, è obbligata a svolgere un’azione coercitiva…”.

Questa critica si inseriva poi in un’analisi dettagliata della scuola, del suo carattere classista, della sua logica selettiva. Un documento redatto durante un seminario dell’estate del 1973, che un gruppo di studenti aveva tenuto ad Arzo, offriva tutti questi elementi di analisi dai quali era scaturita la rivendicazione dell’abolizione del controllo delle assenze. Per l’analisi dell’istituzione scolastica, molti dei membri più attivi del Movimento studentesco si ispiravano ad analisi allora assai diffuse. Da un lato, vi era il riferimento al marxismo, alla sua analisi di classe e, più in particolare,  della scuola come “apparato ideologico di Stato”, frutto delle letture di teorici come Louis Althusser; dall’altra il riferimento a Don Milani e all’esperienza della scuola di Barbiana (Lettera a una professoressa era una lettura quasi obbligata). Sullo sfondo l’insieme delle critiche della “nuova sinistra” al capitalismo, alla sua logica di sviluppo e ai suoi valori, con la ripresa di alcuni elementi di fondo della contestazione sessantottesca.
A condurre la lotta fu il Movimento studentesco (MS), un collettivo al quale aderivano studenti di orientamento politico diverso, ma tutti animati da una forte logica anticapitalista. Il MS fu capace, fin da subito, di dotarsi di strumenti più snelli di azione (come un comitato di azione eletto dall’assemblea degli studenti) in grado di svolgere il ruolo di “direzione quotidiana” del movimento. Senza dimenticare la capacità di allargare e coordinare quanto capitava nelle altre scuole attraverso la costituzione di un comitato cantonale di coordinamento.


Tra alti e bassi nella mobilitazione, tra momenti di trattativa – venne creata una commissione “ mista” per elaborare un nuovo regolamento delle assenze – e rifiuto delle proposte messe sul tavolo, ritenute insufficienti, si arrivò così, in un clima di forte e permanente conflittualità, alla fine di aprile.
Fu allora che alcuni atti unilaterali della direzione del Liceo (eterodiretta dal Dipartimento della pubblica educazione – [il DPE di Ugo Sadis] e dello stesso DPE contribuirono in modo decisivo ad accelerare lo scontro; in particolare le dichiarazioni pubbliche della direzione del DPE – spalleggiata da giornali e Parlamento – di  voler “normalizzare” la situazione, interrompendo le assemblee degli studenti, ma anche  la minaccia di sospensione, inviata dalla direzione del Liceo a quattordici studenti, qualora le mobilitazioni fossero continuate.
Pochi giorni dopo (è il 15 maggio) la Direzione del Liceo decide di sospendere per una settimana due dei quattordici studenti diffidati. La risposta fu immediata con un’assemblea cantonale convocata venerdì 17 maggio. A quel punto interviene massicciamente la polizia che sgombera il Liceo.

Il giorno dopo, grande manifestazione a Lugano con la richiesta di ritirare la sospensione dei due studenti. Lunedì 20 i due studenti ritornano al Liceo: vittoria!

Cambiamenti importanti

Furono numerose le conseguenze (qualcuno direbbe le riforme) che quel possente movimento riuscì ad ottenere. Cambiamenti che, con il normale riflusso della mobilitazione, sono poi stati in parte “recuperati” dal potere politico; ma che, per molti anni, hanno segnato la scuola ticinese.
La giustificazione delle assenze da parte degli stessi studenti venne accolta in un nuovo regolamento e si protrasse per alcuni anni, trovando poi una forma di applicazione più “controllata” che resiste ancora oggi.
Ma fu, soprattutto, nella gestione della scuola che il movimento degli studenti diede una forte spallata ad un sistema gerarchico e poco democratico contribuendo così creare spazi di maggiore democrazia e partecipazione per insegnanti e studenti.
Vennero infatti introdotte delle vere direzioni collegiali e il collegio dei docenti ottenne un importante potere di intervento nella nomina delle direzioni (esprimendo un “gradimento” sulle candidature presentate); una procedura rimessa in discussione nei decenni successivi dal governo, che non riuscì tuttavia a cancellare il ruolo dei collegi dei docenti che, ancora oggi, rappresentano un importante luogo di espressione per gli insegnanti.
Lo stesso avvenne per gli studenti che videro riconosciute le assemblee come organi rappresentativi della loro volontà. Anche questa istituzione, con il passare degli anni, si è fortemente indebolita, ma il suo riconoscimento rappresentò allora un passo avanti significativo.

Cinquant’anni dopo

Un primo elemento, sempre attuale, è sicuramente il ruolo fondamentale della gioventù come soggetto cruciale di trasformazione politica e di mobilitazione sociale. Non si possono spiegare altrimenti movimenti sociali come quelli ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni, impressionanti anche per le loro dimensioni. Pensiamo al movimento delle donne (nel quale sono attive giovanissime donne) e al movimento ambientalista caratterizzato da una forte presenza giovanile.
Un secondo elemento è sicuramente la crisi della scuola, in particolare dell’istituzione liceale, diventata sempre più un’”agenzia formativa” e sempre meno un luogo di cultura, un percorso di maturazione intellettuale e culturale che dovrebbe portare, per l’appunto, alla “maturità”. Era una tendenza già in atto all’epoca che si è sviluppata potentemente nel corso degli ultimi decenni.
Un terzo elemento, in questo caso di assoluta discontinuità, è un contesto politico radicalmente diverso. Non solo per i cambiamenti degli ultimi cinquant’anni, ma proprio per come questi cambiamenti hanno reso sempre più difficile la comprensione delle dinamiche economiche e sociali che li sottendono. Il fatto che siano meno immediatamente percepibili, a cominciare dalla stessa lotta di classe, non significa che non agiscano comunque.

Infine, su di un piano più personale, le esperienze profonde e radicali vissute allora da molti di noi hanno influenzato le nostre vite. L’impegno ha preso strade diverse, per alcuni assai lontano dalla politica; per altri è sfociato in percorsi e orientamenti politici solo relativamente attinenti alle rivendicazioni dei “furori” giovanili; altri ancora, infine, hanno continuato sulla via di un impegno tutto sommato coerente con quelle scelte.

Per tutte e tutti la consapevolezza di aver vissuto uno di quei momenti in cui sembrava di “poter cambiare il mondo”; una consapevolezza che andrebbe forse recuperata, indipendentemente dalle scelte successive, in un mondo la cui insensatezza costituisce un appello drammatico e costante. Come ha scritto Daniel Bensaid (Una lenta impazienza, 2004) “Quando si confondono o si cancellano le linee strategiche, bisogna tornare all’essenziale: ciò che rende il mondo inaccettabile così come va e che impedisce di rassegnarsi alla forza cieca delle cose. Quel misto esplosivo di razionalizzazione parziale e d’irrazionalità globale crescente. Lo squilibrio e la deregolamentazione di un mondo sgangherato. Per questo il mondo resta da cambiare, ancora più a fondo e con più urgenza di quel che non immaginassimo una quarantina di anni or sono. Il dubbio riguarda la possibilità di riuscirvi, non la necessità di tentare di farlo”.

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